lunedì, 15 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il libro di Wolff e la stabilità di Trump
Pubblicato il 12-01-2018


trump-bannon-wolff“Se lui stesso non si dichiara un genio nessun altro lo farà”. Ecco come Lindsey Graham, senatore repubblicano della South Carolina, rispondeva a una domanda nel programma “The View” della Abc sulla questione di Donald Trump e la sua dichiarazione di essere un genio. In realtà Graham si sbagliava dato che Stephen Miller, uno dei più fedeli consiglieri dell’attuale inquilino alla Casa Bianca, ha detto a Jake Tapper della Cnn che il suo capo “era un genio” come aveva dimostrato nella campagna politica del 2016.

Miller è stato il miglior difensore di Trump dopo le notizie eclatanti di “Fire and Fury”, il libro di Michael Wolff che dipinge il 45esimo presidente come un bambino alla Casa Bianca circondato da persone che si sforzano a capire che cosa vuole questo instabile individuo. Wolff ci informa che quasi tutti i collaboratori di Trump lo vedono come incompetente e stentano a capire quali saranno i suoi capricci da un momento all’altro dati i suoi bisogni per gratificazione istantanea. Wolff cita spesso gli atteggiamenti di Trump come meritevoli di azioni da 25esimo emendamento che permetterebbe al Cabinet di deporre il presidente per incapacità fisica o mentale di svolgere i suoi compiti.

Wolff basa le informazioni del suo libro su interviste con funzionari del presidente condotte alla Casa Bianca dove lui era riuscito ad ottenere facile accesso per parecchi mesi. Come vi era riuscito? A differenza di altri giornalisti che ricevono un badge grigio per accedere alla sala stampa della Casa Bianca, Wolff aveva un badge blu ottenuto dai servizi segreti che gli dava accesso a quasi tutte le aree della residenza presidenziale. Chi gliela aveva approvato? Steve Bannon. Ovviamente con la consapevolezza del presidente. Le osservazioni di Wolff dunque hanno più credibilità dei cronisti perché ottenute dal di dentro il mondo di Trump mediante quasi 200 interviste incluso 3 ore con il presidente stesso.

Wolff è stato etichettato da Miller “un autore di spazzatura”. La difesa di Miller ha fatto piacere al suo capo il quale ha subito mandato un tweet complimentando il suo consigliere per avere sconfitto Tapper nel loro focoso dibattito. Tapper, non ricevendo risposte alle sue domande, ha alla fine perso la pazienza e ha bruscamente posto fine all’intervista. Miller da parte sua si è poi rifiutato di lasciare gli uffici della Cnn ed è stato eventualmente portato via dalle forze di sicurezza.

Miller non ha fatto altro che ripetere le frasi di Trump il quale si era difeso personalmente dalle dichiarazioni del libro di Wolff. Il 45esimo presidente, dopo avere attaccato la credibilità del giornalista, si era dichiarato un uomo di grande successo per essere stato “a very excellent student” (sic), (uno studente molto eccellente). Inoltre, Trump aveva continuato ripetendo le sue capacità imprenditoriali, i miliardi guadagnati, il successo alla televisione e la vittoria della presidenza al suo primo tentativo.

Trump, come spesso fa, storpia la grammatica e si allontana dall’inconveniente verità. Si ricorda che ha conquistato la Casa Bianca al secondo e non al primo tentativo dato che era stato candidato alla presidenza nel 2000 con il Reform Party che abbandonò solo dopo pochi mesi. Ma al di là delle menzogne che il New York Times e il Washington Post catalogano quasi quotidianamente la difesa tipica di Trump è di attaccare la veridicità dei suoi detrattori. Quindi dopo avere tentato di impedire la pubblicazione del libro di Wolff per vie legali, come sarebbe potuto avvenire in un Paese di terzo mondo, il 45esimo presidente ha iniziato la campagna di diffamazione. Lo ha fatto mediante i suoi tweet e spedendo i suoi fedeli collaboratori ai programmi televisivi per smentire Wolff e cercare di rassicurare gli americani e il mondo che lui è un uomo stabile.

L’altra strategia di Trump quando le cose vanno male è di addossare la colpa a qualcun altro. In questo caso Bannon è stato l’ovvio bersaglio. È vero che l’ex stratega aveva concesso numerose interviste a Wolff. Trump però lo aveva licenziato nel mese di agosto del 2017, quindi “lo sciatto Bannon” aveva tutta la responsabilità per l’ingresso di Wolff alla Casa Bianca senza la cui assistenza il libro non avrebbe mai visto luce.

Ma bisognava anche colpire Wolff per insabbiare le acque sulla stabilità mentale di Trump, come ha fatto Miller nella sua intervista alla Cnn. Altri collaboratori hanno dunque preso le difese del loro capo per cercare di smentire le pericolose asserzioni di Wolff sulla competenza di Trump. Rex Tillerson, segretario di Stato, che solo pochi mesi fa aveva etichettato Trump di “deficiente”, adesso dice di non avere mai messo in dubbio “la capacità mentale” del suo capo. Mike Pompeo, direttore della Cia, ha anche lui difeso Trump dichiarando “assurde” le asserzioni sull’incapacità mentale del suo capo. Nicky Haley, l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, ha anche lei detto che “nessuno mette in dubbio la stabilità del presidente”. Viviamo in un mondo strano in cui i collaboratori del presidente devono difendere le sue capacità mentali. Trump deve sottomettersi fra poco a una visita medica. Il presidente potrebbe togliere tutti i dubbi includendo un’analisi psichiatrica. Ma come ha fatto con le sue tasse e tante altre cose bisogna crederlo. Il problema è che, come ha detto Wolff, Trump “è l’individuo che probabilmente ha meno credibilità di tutti”.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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  1. La prossima settimana si terrà l’annuale incontro a Davos, in Svizzera, del World economic forum e l’ospite più atteso sarà il presidente Usa Donald Trump. A un anno dalla sua entrata in carica, Trump, sottolinea il Sole24 Ore, avrà puntati su di lui “gli occhi della comunità internazionale, pronta a cogliere nuovi indizi sull’atteggiamento che Washington terrà nei prossimi mesi”su temi come la Russia, l’accordo iraniano, il patto sul clima di Parigi, il Medio Oriente.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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