giovedì, 18 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il Pd non fa “sconti” a Grasso e chiede gli arretrati
Pubblicato il 08-01-2018


Francesco Bonifazi al suo arrivo all'assemblea nazionale del Partito Democratico a Roma, 14 dicembre 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Francesco Bonifazi al suo arrivo all’assemblea nazionale del Partito Democratico a Roma, 14 dicembre 2014.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Dopo il divorzio arrivano i conti da pagare, Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd, ha infatti richiesto a Pietro Grasso 83mila euro per non aver versato negli ultimi cinque anni le quote al gruppo del Pd al Senato. Richiesta respinta al mittente, il leader di Liberi e Uguali, risponde con una lunga lettera pubblicata da Repubblica, in cui non solo si giustifica davanti alle numerose richieste, ma per il presidente del Senato le dichiarazioni di Bonifazi “sono infamanti” e rappresentano “una sorta di ritorsione” nei suoi confronti.
“Non ho mai ricevuto da voi – precisa Grasso – alcuna comunicazione in merito alla quota economica mensile che avrei dovuto versare al Pd in ragione della mia elezione, né le modalità di pagamento. Eppure dal marzo del 2013 al giorno delle mie dimissioni dal gruppo del Pd in Senato sono trascorse 56 mensilità. Abbastanza occasioni per farlo, non crede?”. Inoltre Grasso contrattacca e prende di mira la ‘mala gestione’ (a suo dire) dei dem: “Aggiungo una cosa. Lasci fuori da questa orrenda strumentalizzazione i dipendenti del Pd. Sono in cassa integrazione in virtù di una gestione economica e finanziaria disastrosa e di un indebitamento milionario causato, in primis, dalla fallimentare campagna referendaria: a loro, così come ai giornalisti dell’Unità, di Europa e alle loro famiglie, va tutta la mia solidarietà – conclude il presidente del Senato -. Questo usato da Lei e da alcuni suoi colleghi di partito è un modo di condurre il confronto politico che rifiuto: mi auguro che non sia questo il tono della vostra campagna elettorale. Di certo non sarà il mio, se non costretto”. Grasso ricorda quindi: “Nel mio secondo giorno da presidente del Senato ho scelto di dare un segnale di sobrietà tagliando, fatte salve le indennità irrinunciabili, varie voci tra cui quelle previste come ‘rimborso spese per l’esercizio del mandato’, esattamente quella dalla quale i parlamentari prelevano la quota che versano nelle casse del Pd. Oltre ai tagli alle mie indennità ho dimezzato il costo complessivo lordo del gabinetto del presidente e del fondo consulenza, con un risparmio annuo di circa 750.000 euro. Al termine del mio mandato avrò dunque fatto risparmiare alle casse dello Stato più di quattro milioni di euro”.
Tuttavia contro queste ultime argomentazioni arriva il disappunto del deputato Pd, Michele Anzaldi: “Grasso dice che la pensione da magistrato se l’è guadagnata. E chi lo mette in discussione? Anche il presidente Mattarella percepisce la sua pensione, ma ha scelto di evitare che il cumulo con lo stipendio da presidente della Repubblica sfori il tetto da 240mila che nella pubblica amministrazione tutti sono chiamati a rispettare. Perché Grasso non ha fatto lo stesso? È infamante chiedergliene conto?”.
A mettere i puntini sulle I anche il costituzionalista e senatore Pd, Stefano Ceccanti che dalle pagine di Democratica puntualizza come sia impossibile che Grasso, anche se presidente del Senato, non debba finanziare un partito essendone poi leader. “O si ritiene che un Presidente di Assemblea nel momento in cui è eletto si debba iscrivere al Gruppo Misto per rimarcare l’indipendenza (ed è una tesi ben sostenibile) e in quel caso ovviamente sarebbe esente dal contributo, oppure, se invece resta iscritto al gruppo di origine, come ha scelto di fare Grasso fino a pochi giorni fa, non può che comportarsi come tutti gli iscritti a quel gruppo”.

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