sabato, 23 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Il Pil cinese accelera, è la prima volta dopo 7 anni
Pubblicato il 18-01-2018


yuan-cinesiL’economia cinese supera le attese e gli obiettivi fissati dal governo nel marzo scorso, segnando una crescita del 6,9% nel 2017, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino. L’ultimo dato segna anche un’accelerazione della crescita rispetto all’anno precedente: non accadeva dal 2010. In dettaglio, nel 2016, la crescita cinese era stata del 6,7%, ai minimi dal 1990. Stabile l’incremento negli ultimi tre mesi dell’anno, al 6,8%, in linea con il dato del terzo trimestre 2017, e al di sopra delle aspettative degli analisti, che avevano fissato la crescita al 6,7% per il periodo compreso tra ottobre e dicembre scorsi.

L’ottimismo sullo stato di salute dell’economia aveva coinvolto anche il primo ministro cinese, Li Keqiang, che a marzo scorso aveva fissato il tasso di crescita per il 2017 “attorno al 6,5%”, mentre settimana scorsa, dalla Cambogia, dove si trovava per un summit regionale, aveva rivisto al rialzo le stime per l’anno appena conclusosi fissandole attorno al 6,9%. A trainare il dato di oggi hanno contribuito la ripresa della domanda globale che ha favorito le esportazioni, cresciute del 10,8% nel 2017 nonostante le dispute sul piano commerciale con l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, e i consumi interni, con le vendite al dettaglio che hanno segnato una crescita del 10,2% lo scorso anno, di soli due punti decimali inferiore a quella del 2016, secondo i dati pubblicati oggi dall’Ufficio Nazionale di Statistica.

“L’economia nazionale ha mantenuto lo slancio e uno sviluppo solido e stabile”, si sottolinea nel rapporto di accompagnamento ai risultati del 2017 redatto dall’istituto pechinese. Scendendo nel dettaglio, nel 2017 gli investimenti nel settore immobiliare sono cresciuti del 7%, in lieve calo di un decimale rispetto al dato del 2016, mentre gli investimenti fissi sono cresciuti del 7,2% nel 2017, con un calo dello 0,3% rispetto al dato dei primi nove mesi dello scorso anno e di quasi un punto percentuale (-0,9%) rispetto al dato del 2016.

Ad adombrare i lusinghieri risultati pubblicati oggi dall’Ufficio Nazionale di Statistica sono i dubbi degli analisti sull’attendibilità dei dati pubblicati da Pechino, soprattutto in virtù degli scandali dei dati gonfiati provenienti da varie province, in particolare quelle del nord-est, che da anni crescono a un ritmo inferiore a quello nazionale. Una recente analisi compiuta dal Financial Times prende in considerazione gli anni dal 2012 al 2016, durante i quali emerge che molte le aree settentrionali del Paese hanno gonfiato i dati, nel caso della Mongolia Interna, addirittura del 40%. Una vicenda analoga, che ha generato un forte scandalo in Cina, è quello della provincia nord-orientale del Liaoning, che ha ammesso di avere falsificato i dati per anni, senza avere emesso un revisione degli stessi. Alla lista si aggiungerebbero anche la città portuale di Tianjin, alle porte di Pechino, e la provincia dello Shanxi, fortemente dipendente dal carbone, che assieme all’acciaio è stato al centro dell’intervento del governo per contenere la sovrapproduzione industriale.

Forse proprio per cercare di risollevare l’economia delle aree più difficili della Cina, il gigante del retail on line cinese, Jd, ha annunciato oggi investimenti per oltre tre miliardi di dollari (venti miliardi di yuan) nella “rust belt” cinese (ovvero le province del nord-est di Liaoning, Jilin e Heilongjiang) per l’ammodernamento industriale e la creazione di migliaia di posti di lavoro che potrebbero fare ripartire l’economia a livello locale. Nonostante l’inversione di tendenza del 2017, per l’anno da poco iniziato, le previsioni danno ancora un rallentamento per l’economia cinese, e la crescita, secondo le prime stime, dovrebbe attestarsi attorno al 6,4%. In base alle prime anticipazioni, nonostante il risultato sia al di sopra delle attese, per il 2018 l’obiettivo di crescita dovrebbe rimanere inalterato, attorno al 6,5%: la priorità per il governo sara’ quella di contenere i rischi di sistema (su cui insiste da tempo il presidente cinese, Xi Jinping) a cominciare dall’alto livello del debito, attorno al 260% del prodotto interno lordo, e che potrebbe arrivare al 327% nel 2022, secondo proiezioni Bloomberg. Il Fondo monetario internazionale, a dicembre scorso, aveva invece lanciato un avvertimento all’indirizzo della Cina, la cui economia potrebbe essere soggetta a “gravi rischi” di sistema.

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