lunedì, 10 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

“Il ragazzo invisibile” di Salvatores 1 e 2: normali vs speciali
Pubblicato il 10-01-2018


ragazzo invisibileLa fine dell’anno del 2017 si è conclusa con Rai Uno che ha mandato in onda il film, per la regia di Gabriele Salvatores, “Il ragazzo invisibile”. Il nuovo anno si apre con un 2018 che vede uscire nelle sale cinematografiche (a partire dal 4 gennaio scorso) “Il ragazzo invisibile-seconda generazione”. Il proseguo regalerà molte sorprese. È stato lo stesso regista a spiegarne analogie e differenze. Il primo invitava a riflettere anche sul tema del bullismo in maniera divertente, il secondo vuole andare oltre; ma il 2 sembrava un obbligo doveroso nei confronti di tutti i fan del precedente, che tanto successo ha riscosso. E, data la curiosità che ha già sollevato, anche quest’ultimo sembra destinato a far parlare di sé a lungo. Il primo trattava il tema del bullismo in maniera semplice, ma puntuale, chiara; utilizzando anche molti effetti scenici per ottenere soprattutto quello della trasparenza, con qualche battuta ironica buttata qua e là per far anche sorridere. Il secondo aggiungerà altri tasselli importanti alla storia del protagonista, Michele Silenzi, usando ancora più azione ed effetti scenografici speciali. “Nel primo film il nostro supereroe aveva solo 13 anni e abbiamo pensato fosse giusto continuare a seguire il suo cammino” -ha premesso Salvatores sul sequel-. “Dovrà imparare a gestire ancora meglio il suo superpotere e a confrontarsi con altri eroi; per questo vi saranno ancora di più effetti scenici” -ha aggiunto il regista-. “Per lui, come per tutto il pubblico, vi saranno delle sorprese. Scoprirà di avere una sorella un po’ speciale, che si infiamma facilmente e una madre -anche lei molto particolare- che credeva morta” -ha proseguito-. “Ma soprattutto imparerà che c’è una regola principale da seguire, come gli insegnerà bene la sorella: ‘gli umani non devono mai sapere dei nostri superpoteri’. Insomma, un bel ritorno, ed è entusiasmante ritrovarlo a 16 anni”. A tre anni esatti di distanza dal film commedia-fantascientifico de “Il ragazzo invisibile” (del 2014 appunto), che tra l’altro ha ricevuto il David di Donatello per i “Migliori effetti speciali” aVisualogie. Se questo era un film per i ragazzi e su di loro, ancor più lo è “Il ragazzo invisibile-seconda generazione”. Ricordiamo, infatti, che per la colonna sonora de “Il ragazzo invisibile” è stato indetto il concorso (intitolato appunto ‘Una canzone per il ragazzo invisibile’) per giovani musicisti non legati a nessuna etichetta o casa discografica, al fine di ricevere la canzone originale del film. A scegliere: lo stesso Gabriele Salvatore, Linus (di Radio Deejay), Federico De Robertis (autore delle musiche originali), Guido Lazzarini, Marco Alboni (Warner Music Italia). 414 i brani arrivati e tre quelli selezionati: ‘Halloween Party’ di Luca Benedetto, ‘Wrong Skin’ di Marialuna Cipolla e ‘In a Little Starving Place’ dei Carillon.

In “Il ragazzo invisibile-seconda generazione” ritroviamo Michele Silenzi (Ludovico Girardello), sua madre adottiva Giovanna Silenzi (Valeria Golino); ma anche altri personaggi ‘nuovi’: la sua madre naturale Yelena (Ksenia Rappoport), sua sorella gemella Natasha (Galatea Bellugi); la prima ha il dono dell’invisibilità come il figlio, l’altra può evocare e controllare il fuoco. Nella lotta manichea tra esseri umani normali e speciali, si cercherà di ricongiungere la famiglia di Michele (suo padre vero e sua madre adottiva compresi, con alcune fini tragiche). Più incentrato su un’inquietudine che nasce da un confronto generazionale, attraverso cui si preparano grandi cambiamenti.

Curioso come viene affrontato, soprattutto nel primo “Il ragazzo invisibile”, il concetto di esseri speciali. Inizialmente il 13enne Michele soffre di scarsa integrazione all’interno della scuola. ‘Nerd’, e pertanto per definizione ‘tendenzialmente predisposto non solo per la tecnologia, quanto soprattutto ad essere solitario e poco propenso asocializzare’, Michele è facile vittima di atti di bullismo, ben descritti in maniera diretta, essenziale, semplificativa, focalizzando e centrandone gli elementi fondamentali. È quasi come fosse inseguito da mostri che lo perseguitano, e per questo vorrebbe diventare invisibile. Viene pestato a botte come si calpesta un insetto mostruoso orribile, come avviene per Gregor Samsa ne “la metamorfosi” di Kafka del 1915: qui il protagonista si sveglia una mattina tramutato in “un orrido e gigantesco insetto”, ovvero un orribile ed enorme, gigantesco scarafaggio (che sarà calpestato dai famigliari spaventati). Dal lontano 1915 molti anni sono passati, ma curioso che il tema della trasformazione venga ancora affrontato con interesse e sviscerato in diverse forme, in un’epoca in cui il soggetto della mutazione ha assunto i connotati più variegati: dalle mutazioni genetiche dapprima su animali (pensiamo alla pecora Dolly), poi sugli uomini (si cerca di mutare e correggere persino il DNA) e dunque la clonazione stessa è all’ordine del giorno. Eppure è questo soggetto così perseguitato che pensa “sono un mostro”, per questo Michele desidera essere invisibile agli occhi dei genitori e degli amici (realmente e metaforicamente possiamo dire). Il bullismo stesso assume altre sfaccettature. Altri due ragazzi ne saranno coinvolti: i suoi ‘amici’ Martino Breccia (Filippo Valese) e Brando Volpi (Enea Barozzi) che, prima di ‘scomparire’ lasciano due messaggi inequivocabili: “Non vi preoccupate, me ne vado solo per un po’” e “voglio stare da solo, non mi cercate”. Silenzi (cognome molto significativo del protagonista, perché indice dell’incomunicabilità pirandelliana a richiamo della figura dell’‘inetto’ di Svevo, che è ben associabile alla vittima del bullismo) sembra ricevere solo ‘silenzi’ dalla gente e rinchiudersi sempre più nei suoi ‘silenzi’ assoluti di un mutismo fragoroso però. Par di sentire le parole della canzone di Renato Zero “Nei giardini che nessuno sa”: “c’è chi dimentica distrattamente un fiore una domenica e poi silenzi”. Quel fiore che lui cercava di donare, con il suo amore, a Stella Morrison (Noa Zatta), che neppure pare né notarlo né accorgersi di lui. Problemi di cuore tipici degli adolescenti, descritta come “un’età terrificante”, di cambiamenti che ti stravolgono la vita: ti cambia, come ti cambia la voce al ritmo di un attimo, perché “non sei più un bambino, ma non sei ancora un adulto”. E lui si considera “solo uno sfigato”. Eppure lei lo avvicinerà di più proprio quando diventerà “invisibile”, considerandolo una sorta di amico immaginario (argomento trattato già nel film “Bogus-il mio amico immaginario” con Whoopi Goldberg e Gérard Depardieu). “Chi sei? Un fantasma, un angelo o semplicemente il vento?”, gli chiede vedendo l’altalena su cui sedeva muoversi. “Non ti faccio paura?” -le chiede lui-. “No”, gli risponde lei: “ci rivediamo, si fa per modo di dire”, gli domanda lei -scherzando- ironicamente. “Ma tu esisti veramente”, lo interroga lei senza mezze misure. “Penso di sì” è la risposta di Michele. “Se chiudo gli occhi ti vedo, dovresti, venire più vicino”, -gli confessa lei-. Il tema dei fantasmi non è nuovo, che sono anche quelli che ognuno ha dentro di sé e che cerchiamo di combattere con noi stessi e poi raffigurati per incarnare la diversità e ciò che fa paura per antonomasia; ma anche la risposta non è sorprendente, perché non fa che sottolineare la superficialità umana, il fatto che spesso guardiamo, ma non osserviamo, ascoltiamo senza capire e comprendiamo solo una parte della vera essenza delle cose e di chi ci è di fronte, che spesso impariamo meglio a conoscere ad occhi chiusi, senza puntarsi lo sguardo l’uno nell’altro; se quest’ultimo è la cosa più essenziale e trasparente che vi possa essere, dall’altra parte è vero che spesso si conoscono meglio le persone in chat -scrivendo-, quando ci sia apre di più, che di persona, parlandoci dal vivo (perché ci si può chiudere per timidezza ed essere più restii e meno propensi ad aprirsi, piuttosto che non scrivendo e dialogando sui social ad esempio, quasi protetti dallo schermo del pc). Ma esiste un’altra verità assoluta e certa che “Il ragazzo invisibile” ben mostra: “quel costume che indossi non significa nulla, il potere (e la forza) è dentro di te”, nella tua testa -gli insegna Andreij (Christo Jivkov)-. E, a proposito di fantasmi e stravolgimenti nella vita, “Il ragazzo invisibile-seconda generazione” sarà ancor più fantascientifico (quasi come una saga di Harry Potter, alla Twilight o sul genere de “Le cronache di Narnia”) e a cambiargli la vita ci penseranno proprio due figure femminili: la madre Yelena e la sorella Natasha. L’adolescenza è un’“età difficile, di grandi cambiamenti: si iniziano a scoprire le potenzialità che abbiamo dentro” si afferma nel primo. Come il fatto di essere “speciali” (metaforicamente e non). La reazione immediata di Michele è di spavento: “penseranno tutti che sono un mostro” -pensa il ragazzo-. “No, tu sei speciale, solo che ora che tutti lo sanno sei in pericolo”. Per questo si devono cancellare i ricordi, un po’ come la memoria, e rinnegare il proprio passato. Per questo il giovane si oppone: “non voglio tornare normale come prima”. Tornare indietro a quando si sentiva nessuno, insignificante. Ora, con indosso una tuta nera aderente con la S cirillica (С) si sente più forte e sicuro, un supereroe a tutti gli effetti (quello che ha sempre sognato magari che lo salvasse, con la stessa iniziale ‘s’), un campione con la ‘c’ maiuscola davvero. Ma in realtà quello che sogna è racchiuso nel finale, quando riesce a liberare i compagni (Brando, Martino e Stella) ed esclama: “siamo liberi finalmente”, da ogni ingiustizia e sopruso, da ogni forma di vessazione e violenza, da ogni costrizione e pregiudizio. Forse questo il senso del simbolo dello smile che indosserà: essere lui l’artefice del cambiamento e di una possibile conciliazione tra normali e speciali. Che cosa significa essere speciale? Diverso? In fondo ognuno lo è a suo modo. Che cosa significa poi normalità? Non c’è un migliore e un peggiore, ma c’è un cambiamento possibile di sicuro che deriva dalla conoscenza reciproca sincera, senza maschere. Per tornare a sorridere insieme. In fondo è un po’ come andare in equilibrio sulle assi della vita, sempre in bilico, sull’orlo del precipizio: basta un errore per la morte, la fine di tutto, una semplice distrazione, un’ingenuità o un briciolo di superficialità in più può distruggere tutto quanto costruito sino a quel momento.  Forse per questo il cognome di Stella (Morrison) si fa emblema del richiamo alla figura del cantautore e poeta statunitense Jim Morrison: icona per eccellenza e simbolo dell’inquietudine giovanile, unimpetuoso “profeta della libertà” e poeta maledetto come spesso fu definito, sempre portavoce di una delle più grandi e forte rivoluzioni culturali epocali mai avvenute; quella che veicola anche un po’ lo stesso film di Salvatores “Il ragazzo invisibile”.

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