sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il realismo delle grandi coalizioni
Il Mattino
Ugo Intini
Pubblicato il 23-01-2018


di Ugo Intini

Sia pure dopo una certa suspense, luce verde. Il congresso della SPD ha aperto definitivamente in Germania la strada per la riedizione della grande coalizione con la Merkel (a meno che la prevista consultazione con voto postale dei 400mila iscritti capovolga la decisione). In questo modo si consolida, con l’ultimo tassello (il più importante) il quadro politico europeo nel quale presto si inserirà il voto degli italiani.
Il quadro è per tutti i grandi Paesi dell’area Euro sostanzialmente quello tedesco. Di una alleanza cioè dei democristiani (o del centro destra moderato) con i socialisti. E così, come si è visto, in Germania, dove la cancelliera (appartenente al partito popolare europeo come Forza Italia) si appresta a governare con la SPD (appartenente al partito socialista europeo come il PD).

Lo schema si ripete in Spagna, dove Rajoy (democristiano e popolare europeo come la Merkel ) governa grazie all’astensione e quindi in pratica all’appoggio esterno dei socialisti. Un appoggio che è diventato più esplicito e diretto di fronte alla minaccia della secessione catalana.

A ben vedere, è così anche in Francia, dove l’equilibrio al centro è prevalso esattamente come in Germania e Spagna, ancorché in modo inedito. Di fronte al rischio di una vittoria della Le Pen (e di fronte al successo nel primo turno elettorale dell’estrema sinistra guidata da Malenchon) il centro destra gollista moderato e il partito socialista avrebbero infatti dovuto allearsi. Non lo hanno fatto ma, con mossa fortunata e abile, è entrato a questo punto in campo Macron. Ha chiesto di realizzare questa alleanza direttamente agli elettori socialisti e gollisti, scavalcando i vertici dei rispettivi partiti. E ha vinto. Sostenuto inizialmente (tra i partiti tradizionali) dal solo centrista Bayreau, ha creato un governo che già nella sua composizione rende evidente l’alleanza tra socialisti e gollisti. I ministri infatti provengono esattamente da questi partiti. Macron stesso è nato come braccio destro del presidente della commissione bipartisan per la riforma dello Stato, l’intellettuale socialista Jaques Attali: una specie (si potrebbe dire con una forzatura, tanto per capire, di Giuliano Amato). Ed è poi diventato ministro delle Finanze di Hollande: una specie (con una forzatura anche maggiore) di D’Alema o Prodi. Il suo primo ministro Edouard Philippe è un ex sindaco di Le Havre e deputato del centro destra, diventato gollista moderato dopo aver esordito in politica come socialista.

Germania, Spagna e Francia, con un quadro politico omogeneo, sono più che sufficienti a definire quale sia l’equilibrio europeo. Tra i Paesi minori ma politicamente significativi, la Svezia si regge su un governo minoritario socialdemocratico. Mentre Finlandia, Belgio, Olanda e Danimarca sono guidati da un primo ministro centrista. A parte la Grecia (sulla quale è meglio stendere un velo pietoso) e l’Irlanda, che ha caratteristiche particolari ma è comunque fortemente europeista, soltanto il Portogallo e l’Austria hanno una situazione sbilanciata verso sinistra o destra. A Lisbona con un governo a egemonia socialista alleato con la sinistra di tradizione comunista (che tuttavia si dimostra rispettosissimo della rigorosa disciplina finanziaria suggerita da Bruxelles). A Vienna l’anomalia si manifesta con una coalizione che per la prima volta comprende un forte partito sovranista e anti immigrati (come la Lega). Ma è pur sempre guidata da un partito democristiano che ha sei punti percentuali in più e che appartiene al partito popolare europeo, come la Merkel, Rajoy e Berlusconi.

Per restare ai cittadini europei con in tasca l’euro (il cuore dell’Unione Europea), la stragrande maggioranza ha in questo momento delle leadership assolutamente omogenee, che emarginano i populismi di estrema destra e di estrema sinistra esattamente come la coalizione riemersa adesso, pur dopo un lungo travaglio, a Berlino. Di fronte alle crisi e ai rischi gravissimi che hanno attraversato tutta l’area dell’euro, le forze democratiche tradizionali non si sono scontrate secondo il principio dell’alternanza caro ai teorici del bipolarismo, ma si sono prevalentemente unite (volenti o nolenti) per scongiurare il peggio.

E l’Italia? Il bipolarismo non c’è più. Ma il tripolarismo, dove a maggior ragione si dovrebbero cercare alleanze, vede ciascuno dei tre poli furiosamente polemico con gli altri due. Roma sta sulla Luna, mentre Berlino, Parigi e Madrid stanno in Europa? Oppure (ed è anche plausibile alla luce degli ultimi sondaggi) il centro destra si sente così rafforzato da pensare di poter governare da solo (come nella piccola Austria che, con i suoi 10 milioni di abitanti, avrebbe perciò aperto la strada)? Oppure tutti i leader dei tre poli dicono agli elettori di voler fare ciò che in verità non vogliono (o non possono) fare? O ci troviamo più semplicemente di fronte contemporaneamente a tutte e tre queste situazioni? Con un mix tra distacco provinciale dalla realtà europea, ipocrisia e ostentazione muscolare di ottimismo? Lo sapremo, ma probabilmente non il 5 marzo. Perché un punto di equilibrio, almeno a Berlino e Madrid, si è trovato sì, ma dopo una lunga e tormentata fase di incertezza. Che da noi potrebbe comportare scomposizioni e ricomposizioni delle coalizioni o addirittura dei partiti, con crisi interne peggiori di quella che ha investito il partito socialista spagnolo quando ha infine deciso di appoggiare il democristiano Rajoy.
Aldilà dell’equilibrio politico raggiunto, ciò che accade a Berlino fa riflettere anche per il modo di procedere, che è stato quello della pazienza, del senso di responsabilità e quindi del compromesso (quello che da noi si chiama “inciucio”). Soprattutto è interessante osservare il contenuto programmatico, che si basa sulla individuazione delle priorità essenziali.

La Germania rischia di diventare un Paese di vecchi, esattamente come l’Italia. Dunque, si investiranno (entro il 2021) 12 miliardi per la famiglia e la natalità, soprattutto in asili nido e sostegno alle mamme che lavorano. Non basta a evitare il calo della popolazione? Gli immigrati sono visti di conseguenza come una necessità. Ma senza pretendere di salvare i poveri del mondo. Quindi, si è deciso un tetto massimo di 200 mila all’anno, anziché i 700 mila arrivati nel 2016 (in Italia è nata una tragedia per 120 mila). Ma da selezionare e inquadrare con regole di ferro, senza la possibilità di bighellonare o delinquere. Da inserire ed educare rigorosamente, addirittura con il richiamo in massa di insegnanti in pensione. Un Paese vecchio deve investire sui pochi giovani il massimo, considerandoli la risorsa più preziosa. La Germania ha un numero di laureati già altissimo (non è al 33º e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE, come l’Italia). Ma investirà 5,95 miliardi in più (sempre entro il 2021) in istruzione, ricerca e digitalizzazione. Considerando che in Italia la spesa per l’istruzione è scesa dal 2000 al 2015 quasi del 20 per cento, c’è da riflettere.

Natalità, immigrazione, istruzione: il realismo ha individuato i tre punti chiave e su questi sono state concentrate le risorse con razionalità. E con una rigorosa programmazione di lungo termine garantita dalla stabilità politica, che a Berlino viene considerata di per sé una risorsa anche economica. Qui si, forse, la nostra campagna elettorale, con le sue confuse promesse a pioggia, porta Roma sulla Luna anziché in Europa.

Ugo Intini

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