martedì, 20 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Inps, la Riforma Fornero e l’età pensionabile del 2018
Pubblicato il 22-01-2018


Inps

L’ETA’ PENSIONABILE NEL 2018

L’età pensionabile indica i requisiti anagrafici (e contributivi) che permettono ad un lavoratore di ottenere un trattamento a carico di un ente previdenziale, pubblico o privato. Nonostante la Riforma Fornero del 2011 l’età per il collocamento a riposo risulta ancora estremamente diversificata per effetto della tipologia di attività espletata dall’assicurato.

Per alcuni lavori l’ordinamento riconosce, infatti, la possibilità di accedere prima alla pensione (anche attraverso l’attribuzione di alcuni benefici previdenziali ovvero di particolari maggiorazioni convenzionali dei contributi), mentre per altri soggetti l’età risulta più elevata. Una ulteriore differenza si verifica anche a causa della modalità di computo dell’assegno di quiescenza a seconda se il lavoratore si trova nel sistema contributivo o in quello retributivo (o per meglio dire “misto”) dato che il primo, erogando una prestazione strettamente connessa alla contribuzione corrisposta, consente prestazioni più flessibili in confronto a chi è nel secondo sistema. Il passaggio dal sistema misto al contributivo, prefigurato in passato dalla Legge Dini, è divenuto ormai quasi impossibile, ad eccezione della cosiddetta opzione donna, dopo una serie di vincoli imposti dal legislatore negli ultimi anni.

Nella previdenza obbligatoria pubblica (cioè quella gestita dall’Inps) i requisiti per essere collocati a riposo, dopo il 2011, sono determinati essenzialmente da due prestazioni pensionistiche: la pensione di vecchiaia e la pensione anticipata. Nella pensione di vecchiaia l’ordinamento chiede al lavoratore di soddisfare un determinato requisito anagrafico accompagnato, di regola, dal perfezionamento di almeno 20 anni di contributi. Nella pensione anticipata, invece, la contribuzione corrisposta ha una valenza prevalente rispetto al dato anagrafico e pertanto risulta possibile accedere al trattamento a prescindere dall’età anagrafica al raggiungimento di un determinato requisito contributivo.

In linea generale nel 2018, per ottenere il pensionamento di vecchiaia occorrono almeno 66 anni e 7 mesi di età e 20 anni di contributi (sia per gli uomini che per le donne del settore pubblico e del settore privato). Per la pensione anticipata servono, invece, 41 anni e 10 mesi di contributi (42 anni e 10 mesi per gli uomini) indipendentemente dal dato anagrafico. L’ordinamento si scosta da questi valori, come indicato, soltanto per tutelare particolari specificità legate al tipo di attività lavorativa svolta o alla condizione del lavoratore. E’ infatti possibile accedere ad alcuni canali agevolati di uscita per i lavori usuranti, per gli invalidi dall’80% in su, per il comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico (es. forze di polizia, militari, guardia di finanza, vigili del fuoco), per il personale viaggiante addetto a pubblici servizi di trasporto, alcune categorie di lavoratori dello spettacolo, gli sportivi professionisti, alcune categorie di lavoratori del settore marittimo e personale navigante delle imprese aeree (fondo volo).

Ma è anche già operativa, inoltre, la possibilità di ritirarsi a 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica per i lavoratori precoci, vale a dire per coloro che hanno iniziato a lavorare almeno 12 mesi prima del 19° anno di età e che si trovano in profili meritevoli di una particolare protezione nonché l’Ape sociale, anch’esso riservato ai medesimi profili di tutela, che consente di ricevere un’indennità dal 63° anno fino alla maturazione delle condizioni richieste per la pensione di vecchiaia a patto di poter vantare non meno di 30 anni di contributi.

Per gli altri lavoratori l’unico anticipo possibile è l’ape volontario, cioè un anticipo della pensione futura attraverso un prestito messo a disposizione dal settore bancario di durata ventennale. Il prestito può essere chiesto dai 63 anni unitamente a 20 anni di contribuzione. Atteso che l’operazione è a titolo oneroso e comporta una riduzione della pensione per i successivi 20 anni deve essere valutata attentamente dall’interessato. Anche nel 2018 resta infine possibile la cosiddetta opzione donna per le lavoratrici che hanno raggiunto 57 anni (58 anni se autonome) unitamente a 35 anni di contributi accreditati entro il 31/12/2015. Tale corsia preferenziale di pensionamento è ormai in fase di esaurimento (non è stata difatti prorogata) ma rende praticabile l’uscita anticipata accettando però un assegno interamente conteggiato con le regole del sistema contributivo e, quindi, di misura spesso inferiore.

Fisco

LE CITTA’ PIU’ TASSATE D’ITALIA

Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, Ancona e Campobasso le città ‘più tassate’ d’Italia. Sono i capoluoghi di regione con le aliquote fiscali più alte relative a Irap, Irpef, Imu e Tasi. Queste sette città hanno, in tre casi su quattro, i livelli più alti di imposte sulle imprese e sulle famiglie, sui capannoni industriali e sulle case. Con due “punti”, nella classifica dei tributi territoriali, figurano poi Firenze, Palermo, Perugia, Bari, Potenza, Trieste e Catanzaro. Un solo ‘punto’, invece, per Milano, Cagliari, L’Aquila, Aosta, Trento e Bolzano. Fisco light a Venezia, unica città che non risulta mai tra quelle con aliquote elevate. E’ quanto risulta dalla ‘Mappa del fisco locale in Italia’ realizzata dal Centro studi di Unimpresa. L’analisi dell’associazione, basata su dati dell’Agenzia delle Entrate, della Corte dei conti e del Dipartimento Finanze, prende in considerazione le aliquote Iperf (definite dalle regioni), il totale delle addizionali Irpef (regioni e comuni), l’Imu e la Tasi.

La classifica è stata realizzata sulla base di “punti” attribuiti alle città e alle relative regioni che applicano aliquote particolarmente elevate nei quattro principali tributi pagati anche su base territoriale. In totale sono stati assegnati 41 “punti” in relazione alle aliquote dello scorso anno: più è alto il punteggio, più è elevato il livello del prelievo tributario a carico dei contribuenti (cittadini e imprese).

“Ci sono troppe differenze a livello territoriale per quanto riguarda il prelievo fiscale e si tratta di differenze che non aiutano la ripresa così come gli investimenti delle imprese. Serve un ragionamento complessivo, che il governo dovrà fare quando, auspichiamo al più presto, vorrà lavorare a una serie riforma tributaria che deve essere organica” ha dichiarato il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci, commentando i dati della ricerca.

Nella classifica, il Centro studi di Unimpresa assegna da uno a quattro punti: più è alto il punteggio, più è pesante la mano del fisco. Sono dunque sette le città col fisco al top, con tre “punti” accumulati. Ecco i dettagli: Roma si paga il 4,82% di Irap, il 4,23% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu; a Torino si paga il 4,13% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Napoli si paga il 4,97% di Irap, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Genova e Bologna si paga il 3,13% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; ad Ancona si paga il 4,73% di Irap, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Campobasso si paga il 4,97% di Irap, il 3,43% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu.

Due punti, nella classifica di Unimpresa sul fisco locale, ad altre sette città: Firenze (per l’Imu all’1,06% e la Tasi allo 0,33%), Palermo (per l’Irap al 4,82% e l’Imu all’1,06%), Perugia (per l’Imu all’1,06% e la Tasi allo 0,33%), Bari (per l’Irap al 4,82% e l’Imu all’1,06%), Potenza (per l’addizionale Irpef al 3,13% e l’Imu all’1,06%), Trieste (per l’Imu all’1,06% e la Tasi allo 0,33%) e Catanzaro (per l’Irap al 4,82% e l’Imu all’1,06%). Milano (per l’Imu all’1,06%), Cagliari (per la Tasi allo 0,33%), L’Aquila (per l’Irap al 4,82%), Aosta (per l’Imu all’1,06%), Trento (per la Tasi allo 0,35%) e Bolzano (per la Tasi allo 0,40%) hanno invece un solo “punto”. Venezia (che ha zero “punti”) è l’unica città dove il prelievo è sempre sotto le soglie più alte: nel capoluogo della regione Veneto fisco leggero perché si paga il 3,90% di Irap, il 2,03% di addizionali Irpef (1,23% regionale e 0,80% comunale), lo 0,81% di Imu e lo 0,29% di Tasi.

Per quanto riguarda l’Irap, l’aliquota più alta, pari al 4,97%, si trova a Napoli (Campania) e Campobasso (Molise), mentre a Roma (Lazio), Palermo (Sicilia), Bari (Puglia), Catanzaro (Calabria) e l’Aquila (Abruzzo) il prelievo dell’imposta regionale sulle attività produttive si attesta al 4,82%.

Per quanto attiene l’Irpef, la somma delle addizionali comunali e regionali porta il prelievo più alto a Roma: nella Capitale d’Italia l’aliquota totale è del 4,23%, considerando il 3,33% della regione Lazio e lo 0,90% del Comune; seguono, poi, Torino col 4,13% (3,33% del Piemonte e 0,80% del Comune), Campobasso col 3,43% (2,63% del Molise e 0,80% del Comune) e col 3,13% Genova (2,33% della Liguria e 0,80% del Comune), Bologna (2,33% dell’Emilia Romagna e 0,80% del Comune) e Potenza (2,33% della Basilicata e 0,80% del Comune).

Per quanto concerne l’Imu, l’aliquota massima (1,06%) è applicata in 16 grandi città su 21 esaminate nel rapporto: Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, Potenza, Campobasso, Firenze, Palermo, Perugia, Bari, Trieste, Ancona, Catanzaro, Milano e Aosta. Si “salvano” solo Cagliari (0,96%), L’Aquila (0,81%), Trento (0,895%), Bolzano (1,00%) e Venezia (0,81%).

Per quanto riguarda la Tasi, l’aliquota più alta è a Bolzano (0,40%) mentre a Trento si paga lo 0,35%. Le altre città “più tassate” sul versane del mattone, con un’aliquota pari allo 0,33%, sono: Torino, Napoli, Genova, Bologna, Firenze, Perugia, Trieste, Ancona, Cagliari, Trento e Bolzano.

Casa

GLI SCONTI FISCALI DEL 2018

Ancora un anno di bonus casa. Sono infatti state rinnovate per il 2018, con qualche modifica, alcune delle misure fiscali riguardanti le abitazioni. Tra le agevolazioni da poter richiedere l’ecobonus, la detrazione per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici che – secondo quanto stabilito dalla manovra 2018 – potrà essere unificata al sisma bonus nel caso di lavori condominiali in zone sismiche. L’ultima finanziaria ha inoltre introdotto il bonus verde, ovvero la detrazione per le spese destinate a terrazzi e giardini.

Ecobonus – La legge di bilancio ridisegna in modo più razionale il sistema di incentivi per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale delle abitazioni. L’ecobonus – la detrazione fiscale pari al 65% – viene riportato al livello massimo per le caldaie a condensazione tecnologicamente più avanzate (classe A con sistemi di termoregolazione evoluti) e viene invece azzerato per quelle meno performanti (classe B). Vengono quindi escluse dallo sconto le caldaie meno efficienti.

Sisma bonus – Prorogato fino al 31 dicembre 2021 dalla Legge di Bilancio 2017 il sisma bonus, ovvero la detrazione del 50% per gli interventi di ristrutturazione ai fini del miglioramento o dell’adeguamento antisismico e per la messa in sicurezza degli edifici, da quest’anno può essere unificato all’ecobonus per gli interventi di riqualificazione dei condomini. Il superbonus, nel caso di interventi congiunti di riqualificazione energetica e sismica, viene unificato all’80 o 85% (a seconda del grado di riduzione del rischio sismico), con una importante semplificazione delle procedure per le imprese e i contribuenti. Si tratta in pratica di un significativo sforzo finanziario mirato espressamente a questa tipologia di fiscalità di vantaggio.

Bonus verde – Da quest’anno è inoltre possibile richiedere anche il bonus verde, la detrazione del 36% per le spese destinate a terrazzi e giardini. Una misura valida sia per gli spazi verdi privati che condominiali, oltre che per i giardini di interesse storico, che permette di richiedere il rimborso dei costi sostenuti fino a 5mila euro nella denuncia dei redditi.

Carlo Pareto

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