lunedì, 20 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

La sedizione è finita.
L’Iran dopo le proteste
Pubblicato il 04-01-2018


Dopo una settimana di proteste, sembrano diminuire le segnalazioni di nuove manifestazioni anti-regime in Iran, adesso a tornare in piazza sono i sostenitori del governo e della guida suprema Ayatollah Khamenei. Filo-governativi in piazza anche a Mashad, nel nordest del Paese, dove le proteste contro corruzione e crisi economiche sono iniziate, prima di estendersi al resto dell’Iran. Tuttavia, non è chiaro ancora se si tratti di un affievolimento delle proteste o semplicemente di una mancanza di notizie causata dal giro di vite del governo sui social network.


iran

Non sarà del tutto vero. Ma è verosimile. Ed è il messaggio che attendeva il mondo esterno (eccezion fatta degli Stati uniti e di Trump con i suoi pericolosi e, per inciso, controproducenti deliri). Così dall’Europa non erano arrivate solidarietà ai manifestanti e condanne la regime ma ripetuti inviti alla moderazione e al dialogo rivolti a quest’ultimo. Le imprese che avevano moltiplicati scambi, collaborazioni e investimenti ma non ancora nella massa critica necessaria a garantire il necessario sviluppo dell’economia e della società iraniana interpretavano questi inviti a sostegno della stabilità del regime. I politici, ansiosi anch’essi di evitare la riapertura di uno scontro di “tutti contro tutti”che si sarebbe risolto in una sconfitta dei sostenitori del dialogo e dell’apertura, interpretavano il loro invito a colmare le acque come sostegno implicito a questi ultimi.

Ora, ed è quello che conta, questo invito sembra sostanzialmente recepito da “chi di dovere”. Sono un segnale in questo la dichiarazione che “la partita è chiusa”; insomma che non siamo di fronte ad un attacco frontale al regime ma a proteste violente ma circoscritte e perciò riassorbibili. Nello stesso senso, contrariamente alle apparenze, vanno le notizie sul numero dei morti e degli arrestati; e non solo la loro ridotta consistenza ma anche attenzione, per il semplice dato che vengano comunicate. E’ vero; le cifre saranno senz’altro inferiori al vero. Ma il fatto che si prenda la briga di darle, collega la “democrazia controllata”di Teheran su livelli qualitativamente diversi dai regimi arabi circostanti che dalla Siria di ieri all’Iraq di ieri e di oggi fino all’egitto di al Sisi si sono sempre gloriati della loro capacità repressiva mantenendo un ferreo segreto sulle sue dimensioni.

Per altro verso “la sedizione è finita”, notizia o falsa notizia che sia, è anche un importante segnale in politica interna: moderati, aperturisti, conservatori e potere costituito (leggi Guardiani, pasdaran) concordano tutti nel non fare della vicenda materia di scontro all’interno dell’attuale sistema di potere. Così sarà Rezai, capo dei Guardiani a decretare la “fine della sedizione” e, insieme, il suo carattere limitato e circoscritto; e soprattutto a rigettarne la responsabilità non sugli “occidentalizzanti”ma su Ahmadinejad, sul suo malgoverno e sul suo populismo; mentre Rezai, capo dei pasdaran, giustificherà la protesta come conseguenza delle inefficienza del potere ma senza fare nomi e il capo della magistratura di Teheran si precipiterà nel carcere di Teheran dichiarando che la maggior parte degli arrestati è “pentita degli errori commessi”. In quanto ad Ahmadinejad, il leader della rivolta populista contro il potere e l’occidente, si è affrettato a dissociarsi: lui con la rivolta non c’entra nulla.

Abbiamo anche, certo, l’intervento di Khamenei a denunciare i manifestanti come manovrati da potenze straniere; ma anche qui senza fare nomi, cognomi e indirizzi (diciamo, il minimo sindacale all’indomani dell’intervento irresponsabile oltre che demenziale di the Donald).

Significativo il fatto che gli interlocutori esterni abbiano capito la sostanza del messaggio: se non dovesse accadere nulla di clamoroso, Macron dovrebbe arrivare tra breve a Teheran per discutere dell’intero dossier mentre qui e oggi il presidente del consiglio libanese Hariri, libero dalle grinfie saudite, ha ricevuto con reciproci impegni per il futuro una consistente delegazione iraniana.

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? I pessimisti hanno tutto il diritto di ritenere che l’equilibrio tra le varie “fazioni”si tradurrà in immobilismo e, quindi, nell’aggravarsi della situazione economica e sociale (un dato che è alla base della rivolta tanto intensa quanto poco mirata nei suoi bersagli e nelle sue richieste). Dalla parte degli ottimisti una scommessa politica fondata su esperienze precedenti ma anche sul carattere specifico della società e della civiltà iraniana; leggi la scommessa su di un cambiamento non solo basato sullo sviluppo dei rapporti con l’occidente ma anche sulle aspirazioni profonde dei cittadini

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Commenti all'articolo
  1. Di Medio Oriente molto si parla anche oggi sui principali quotidiani. Attenzione rivolta in particolare all’Iran, da dove arriva la notizia dell’arresto dell’ex presidente Ahmadinejad. Scrive al riguardo Repubblica: “Da quasi 48 ore si rincorrono voci di possibili arresti dell’ex presidente. Su giornali arabi, siti di informazione e social iraniani si elencano scrupolosamente i dettagli di questi arresti e delle ragioni che avrebbero spinto i giudici iraniani a decidere di fermare un ex presidente”. Tutto molto preciso, si legge, salvo un particolare: non c’è una sola conferma ufficiale.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

  2. Si troverebbe agli arresti domiciliari l’ex presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, accusato di essere dietro alle manifestazioni di piazza che hanno dato inizio alle proteste di fine anno in Iran. Ahmadinejad, famoso per i suoi violenti attacchi contro Israele, ha, secondo, Renzo Guolo su Repubblica, giocato “la carta della disperazione, quella della rivolta dei “diseredati”, orfani della sua generosa e inflazionistica politica di sussidi, sperando di muovere le acque del fossilizzato Sistema. Ma a mettere fine alla sua avventura politica ci hanno pensato proprio quei Pasdaran nei quali aveva combattuto, fedeli come sempre alla Guida, che hanno represso insieme la rivolta e le aspirazioni del populismo in salsa iraniana”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

  3. Nonostante le tensioni di questi giorni e il traballante accordo sul nucleare l’Italia continua a scommettere sull’Iran. Lo si apprende dal Sole 24 Ore, che dà notizia di un accordo quadro che sarà firmato nelle prossime ore e in cui si prevede “l’apertura di linee di credito da parte italiana verse banche iraniane per un ammontare complessivo fino a 5 miliardi di euro, per il finanziamento di singoli progetti di investimento, e da parte del governo iraniano, il rilascio, per ciascuno di essi della garanzia sovrana”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

  4. La Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha lanciato un avvertimento agli USA e a Donald Trump, dopo le proteste dei giorni scorsi che il regime sostiene – si legge su La Voce di Reggio Emilia – siano state etero-dirette. “Avete inflitto danni all’Iran in questi giorni e questo non rimarrà senza risposta”, ha detto parlando da Qom per l’anniversario della rivolta contro lo scià il 9 gennaio 1978. E il presidente USA pagherà, scrive l’agenzia iraniana Fars citando ancora Khamenei, il prezzo delle sue folli azioni teatrali.

  5. Il presidente Usa Donald Trump si appresta a prorogare il congelamento delle sanzioni verso l’Iran previsto nell’accordo sul programma nucleare di Teheran. Secondo quanto riporta il New York Times, Trump avrebbe intenzione di imporre una scadenza al Congresso americano e agli alleati europei per migliorare l’accordo altrimenti gli Stati Uniti ne usciranno. L’annuncio è atteso nelle prossime ore e dovrebbe essere accompagnato da sanzioni mirate contro alcuni esponenti del governo di Teheran per corruzione e abuso dei diritti umani. “Se è vero, – scrive Federico Rampini su Repubblica – significa che dentro l’Amministrazione Usa hanno vinto gli esponenti dell’establishment militar-industriale. A difendere l’accordo con l’Iran sono stati due generali molto influenti (Mattis segretario alla Difesa, McMaster che dirige il National Security Council) e il segretario di Stato Tillerson. Questo trio ha ricevuto un aiuto da Israele. I servizi segreti israeliani hanno fatto filtrare il loro parere: gli risulta che Teheran sta rispettando i termini dell’accordo e non ha molto senso strappare quel patto, dando via libera ai falchi iraniani che vogliono riprendere i piani di costruzione dell’atomica”. Intanto ieri a Roma il ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, e il vice ministro iraniano, Mohammad Khazaee, hanno siglato un intesa che, scrive il Corriere della Sera, “mette a disposizione delle banche iraniane 5 miliardi di dollari per finanziare l’acquisto di servizi o forniture da parte di imprese italiane per i progetti locali”. Dopo la firma dell’accordo sul nucleare iraniano (siglato da Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina più la Germania e l’Ue), l’Italia ha rilanciato i suoi rapporti con Teheran e “sono state poste le basi per siglare accordi per un valore potenziale di 27 miliardi di euro”. E se Roma fa affari con il regime degli Ayatollah, anche altri Paesi europei non vogliono far saltare l’accordo con Teheran. Tra questi la Gran Bretagna, come riporta La Stampa, con il ministro britannico Boris Johnson che avverte che Londra rispetterà l’intesa: “Noi – ha detto Johnson – pensiamo che l’intesa sia un considerevole risultato diplomatico. Non credo che qualcuno abbia avanzato un’idea migliore. Io ritengo che chi si oppone al Jcpoa abbia la responsabilità di presentare una soluzione più efficace, perché finora non l’abbiamo vista”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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