sabato, 23 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

La Cooperazione allo sviluppo per negoziare la pace
Pubblicato il 22-01-2018


Sarebbe semplice sollecitare i capi di Stato affinché individuino soluzioni politiche ai diversi conflitti nel mondo, volendo permettere al gran numero di persone in fuga dai disastri generati dall’uomo, di fare un giorno ritorno a casa. Ma non è così. Visto che il susseguirsi di gravi crisi umanitarie ha causato flussi massicci di persone in fuga, virtualmente in ogni regione del globo. Il numero di persone costrette a lasciare le loro terre in tutto il mondo si aggira sui 66 milioni – nel 2009 erano 42 milioni”(unhcr onu). Questo numero comprende i 17,2 milioni di rifugiati una crescita del 70% dal 2009”. Garantire soluzioni per milioni di persone sradicate dalle loro case ed evitare il ripetersi di questi grandi flussi di popolazioni dipende fondamentalmente da volontà e dalle scelte politiche internazionali.

Pensiamo al cataclisma del conflitto in Siria e le violenze in Iraq, che da sole hanno causato un quarto del numero totale di persone costrette alla fuga. Nuove crisi si sono sviluppate laddove si sono creati nuovi spazi senza governo, alimentate da una serie combinata di fattori tra cui povertà, sotto-sviluppo, degrado ambientale, disuguaglianze e persecuzioni. Allo stesso tempo, le situazioni che sembravano si fossero stabilizzate, quali quelle in Burundi, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, sono state colpite da nuove crisi che hanno portato a nuovi flussi di rifugiati; nel frattempo, situazioni che si protraggono nel tempo come in Afghanistan e in Somalia restano irrisolte. Una serie di azioni necessarie prima fra tutte la necessità di attuare misure per affrontare le cause dei conflitti e prevenire l’acuirsi delle crisi di persone in fuga. Lodare l’importante ruolo svolto dai peacekeepers nel permettere agli attori umanitari di operare, sottolineando che gli attori umanitari e i peacekeepers dovrebbero collaborare facendo leva sui rispettivi punti di forza per garantire la protezione dei civili durante i conflitti e, allo stesso tempo, preservare il carattere neutrale ed imparziale dell’azione umanitaria. Poi la comunità internazionale che necessita di rafforzare il suo impegno nel combattere i trafficanti di esseri umani e i terribili abusi esistenti. In ogni caso le agenzie umanitarie sono sul campo per assistere le vittime del traffico di esseri umani e supportare tutti coloro che necessitano di protezione internazionale, per affrontare gli orribili abusi perpetrati dai trafficanti e perseguirli.

Tuttavia se non si ristabiliscono pace e sicurezza, per rifugiati e le altre persone che hanno lasciato le proprie case sarà impossibile far ritorno a casa. “A casa loro“

Lo scorso anno, in tutto il mondo, solo 500.000 rifugiati sono tornati a casa. E nel decennio passato solo poche situazioni di migrazioni forzate hanno avuto una conclusione definitiva. In particolare, la sicurezza, il rispetto dei diritti umani e l’istituzione dello stato di diritto saranno essenziali per il ritorno dei rifugiati Rohingya nello Stato di Rakhine in Myanmar. È assolutamente cruciale fare progressi nell’acquisizione della nazionalità per i Rohingya, e altrettanto fondamentali saranno il processo di riconciliazione tra le comunità e gli investimenti in uno sviluppo inclusivo che porti beneficio a tutte le comunità. E’ di vitale importanza sostenere la protezione delle persone costrette alla fuga mentre si lavora alla risoluzione dei conflitti, sia negli Stati coinvolti che lavorano a una maggiore stabilità, sia nelle comunità ospitanti che provano a supportare grandi numeri di rifugiati. Tuttavia, la risposta per arrestare e invertire i flussi di rifugiati e di altre persone costrette a fuggire dovrebbe venire da soluzioni politiche, e a questo proposito la comunità internazionale ha fallito. Siamo incapaci di negoziare la pace.

Vogliamo la pace? siamo in grado in occidente di mantenere la pace, di viver per la pace?

Poniamoci queste domande e pensiamo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU le cui ragion d’essere sono la risoluzione dei conflitti e il mantenimento della pace, visto che l’impatto diretto di questi fallimenti è sotto i nostri occhi e – tutti i giorni – sulle vite di decine di milioni di persone, sradicate e costrette ad abbandonare le proprie case.

La debolezza della solidarietà internazionale incrina la stessa protezione dei rifugiati. Molti Paesi d’accoglienza dei rifugiati, specialmente quelli al confine con zone di guerra, mantengono aperti i confini e ospitano generosamente migliaia – a volte milioni – di rifugiati. Mentre alcuni Stati – spesso quelli più ricchi e meno interessati dai flussi di rifugiati – hanno reagito chiudendo i confini, limitando l’accesso all’asilo e impedendo l’ingresso. In riferimento al Summit sui Rifugiati e sui Migranti che ha dato vita alla Dichiarazione di New York per una risposta globale alle crisi internazionali dei rifugiati, vanno valutati i passi importanti intrapresi da Stati membri, istituzioni per lo sviluppo come la Banca Mondiale, società civile e dal settore privato. Ma una risposta completa ai flussi massicci di persone in fuga può essere ottenuta solo attraverso azioni volte a ristabilire la sicurezza, risolvere i conflitti e costruire la pace. La popolazione mondiale di persone costrette alla fuga è in rapido aumento e si sovrappone ai conflitti nazionali europei in una stretta più di chiusura che di apertura e mentre i dati della Banca mondiale indicano tassi di natalità Europei bassi e in forte crescita quelli del continente africano. Quindi la sovrapposizione dei conflitti socio economici tra classi di età oramai è l’ordine dei lavori in una visione globale, che guarda ai flussi migratori, alle politiche internazionale, nella loro multidisciplinarietà e interdipendenza, agli effetti climatici che impoveriscono -ancora di più- intere zone geografiche del mondo povero, alle migrazioni come questioni sconnesse.

La cooperazione internazionale appare ancor oggi più strumento efficace che mai nella missione di occupare il terreno dell’educazione allo sviluppo alla cittadinanza, alla mondialità. Un lavoro che deve incrementarsi nelle scuole, nei territori in connessione con i Paesi partner.

Affinchè intere comunità non sia sradicate e rese nulle e a volte invisibili come l’apolidia drammaticamente genera è bene proseguire attraverso l’opera di cooperazione allo sviluppo per negoziare più pace con gli strumenti di innesto propri della cooperazione. Una delle urgenze è la stabilizzazione di un piano internazionale per l’africa attraverso il compito di ristabilire un concetto di politica per la tolleranza e per l’inclusione globale di persone disperate ma pur sempre parti attive di una umanità, haimè in continua disgregazione.

Aiutare chi resta indietro resta il compito ancor più arduo per i cittadini dell’unione Europea in una ritrovata coesione est/ovest. Ah dimenticavo anche per la politica sarebbe l’ora di riprendere il filo della cooperazione per lo sviluppo, dei diritti umani, della difesa dei più deboli e non in chiave elettorale, per carità non in chiave elettorale, almeno sullo sviluppo delle comunità povere parliamo seriamente con gli strumenti della politica per le persone.

Consigliere CNCS Ministero AA. Esteri

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