giovedì, 20 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

“La linea verticale”: uno sguardo ironico su un reparto d’ospedale
Pubblicato il 22-01-2018


linea verticale

“La linea verticale” nasce da un’esperienza autobiografica del regista Mattia Torre. Racconta la vita in un reparto ospedaliero, dove si ritrova catapultato all’improvviso il protagonista Luigi, interpretato con maestria da Valerio Mastandrea. Di lui sappiamo pochissimo: solo che ha un figlio e una moglie, Elena (Greta Scarano), incinta del secondo. Non sappiamo il suo cognome, dove vive o che lavoro faccia perché potrebbe essere chiunque. È un po’ la voce del pubblico (che accompagna nel racconto con la sua narrazione), il punto di vista dello spettatore e suo interlocutore diretto -come ha fatto notare Mastandrea-. “È stato difficile essere lui. Alla prima lettura della sceneggiatura ho detto a Mattia: ‘questo è uno che guarda, che racconta, lui diventa gli occhi del pubblico quasi ad essere estraneo alla vicenda’”. La peculiarità è che nella serie si passa da un tono drammatico e tragico ad uno comico, passando per una venatura onirica: così come nella serie simile di “Boris”, così in “La linea verticale”, così a maggior ragione per il personaggio di Luigi. Non è stato facile per lui interpretarlo -ha raccontato Mastandrea- perché sapeva che quello che andava a rappresentare era realmente accaduto e poi perché il personaggio si trova allettato a causa di un intervento chirurgico a cui deve sottoporsi. Non è stato semplice trasmettere emozioni in quelle condizioni; invece lui non si è fatto tante domande, ha abbandonato ogni paura e ha recitato d’istinto, senza filtri, seguendo solo il punto di vista del paziente. Per questo è stata un’”esperienza catartica”, ha confessato; si è lasciato travolgere dal personaggio e dalle emozioni, senza pensare troppo. La serie è liberamente ispirata all’omonimo libro uscito di recente. “Non solo il provino di Valerio è stato straordinario, ma il fatto che abbia prodotto un’empatia così forte è stato qualcosa di eccezionale”, ha commentato Torre. “La linea verticale” è però un’opera corale, che nasce con uno scopo ben preciso. L’obiettivo precipuo che il regista si era prefissato è specifico: “quando sono precipitato in questo universo, tutto pensavo tranne che di raccontarlo. Volevo far vedere che l’ospedale è radicalmente diverso da quello che si pensa. Volevo restituire l’immagine di un reparto di oncologia molto vitale, dove la malattia è presente, ma non così tanto; c’è un regime solidale, comico, ironico pieno di voglia di vivere”. “Contrariamente poi -aggiunge- alla malasanità che esiste, volevo contrapporre quella d’eccellenza che ti salva la vita”. “Un reparto oncologico di un ospedale pubblico nell’Italia di oggi è capitanato da un chirurgo che ribalta il cliché del primario barone arrogante e scollato dalla realtà. Anzi, rappresenta, per gentilezza, generosità e amore verso il proprio mestiere, l’idea di un’altra Italia possibile” -puntualizza il regista-. Torre, inoltre, vuole sottolineare la teatralità con cui ha strutturato l’opera: la serie è interamente ambientata nel reparto; oltre alla libertà narrativa, sintetica e più rapida e veloce rispetto a quella tradizionale, a caratterizzare “La linea verticale” è l’essenzialità. “In un contesto doloroso e tragico, la malattia può diventare un’occasione di crescita, di apprendimento e, persino, di riscatto” -sottolinea Torre-. Ma sono due in particolare gli stratagemmi utilizzati dal regista più inediti e curiosi: innanzitutto l’apertura in cui il protagonista descrive come dovrebbe essere il suo funerale, inoltre le sue visioni, poiché è convinto più volte di aver incontrato il primario che lo opererà quando tutti gli dicono che è impossibile -ma lui ne è certo-.

Molti gli aspetti descritti con peculiarità da Mattia Torre. Innanzitutto l’ospedale viene visto come un’istituzione vera e propria, con le sue gerarchie e regole, perfettamente organizzata. I pazienti sono tutti uguali, cercano tutti la salvezza e dà un senso di sicurezza e consolazione il fatto di dormire con altri che sono nella tua stessa situazione -spiega il protagonista-. Tutto si basa su due concetti: l’alatorietà, per cui tutti sanno tutto in ospedale e danno la propria opinione; e l’aporia, per cui la soluzione al problema è data dal problema stesso. Ne accadono delle belle e -tra le situazioni più comiche ben visibili- è che tutti scaricano la loro rabbia sulla pulsantiera dell’ascensore. Se la serie viene suddivisa in capitoli, nelle varie giornate di degenza di Luigi in reparto (come un diario di viaggio che tiene), la rabbia viene scaricata sempre verso il basso (dall’alto in basso, dunque in ordine gerarchico, dai superiori sui loro sudditi) -e mai orizzontalmente, nessuno se la prenderà mai con un suo pari-; la linea verticale che dà il titolo alla stessa può essere proprio la sorta di ‘organigramma’ dell’azienda ospedaliera e dello specifico ufficio amministrativo del reparto in cui ci si trova. Il regista enfatizza la coloritura comica con due dettami ripetuti: “tutto è nella testa” -è l’insegnamento di Don Costa (Paolo Calabresi)- e “tutto dipende dai vasi”, spiegano i medici per motivare i disturbi e dare una spiegazione alle varie sintomatologie espresse dai pazienti. Tutti i pazienti sono uguali, proprio come i cittadini che si rivolgono a una pubblica amministrazione; anche se il reparto di ospedale viene paragonato a un carcere, dove sei costretto a stare, con la differenza che qui hai scelto di starci non come in un penitenziario dove ti hanno mandato a forza, ma occorre sempre stipulare un consenso rilasciato con la firma all’apertura della cartella clinica. Per loro non c’è altro da fare che fidarsi e affidarsi; “come un pugile, bisogna sempre rimanere vigili con la malattia” -dice il dottor Policari (Antonio Catania) nella serie-. Con questi presupposti lo scenario è apocalittico, ci si prepara al peggio, l’ambientazione sembra tetra, anche perché c’è all’inizio una caposala un po’ ostile; ma poi -pian piano- l’ilarità viene fuori e vediamo imparare a sorridere dei guai; la stessa caposala si mette a cantare e ballare sulle note di “Grande amore” de Il Volo. È solo l’inizio di un universo che ci viene svelato. Una realtà complessa, un modo per raccontare la malattia da vari punti di vista. Innanzitutto la malattia colpisce tutti, chiunque, gente di qualsiasi età, o razza -come l’iraniano 50enne Amed (Babak Karimi)-; c’è chi la affronta con coraggio, cercando di affrontarla con più serenità possibile (come Luigi); chi la teme, ma cerca di farsi forza pur nella preoccupazione (come Elena); chi la vive con passione affascinato dalla medicina -pur provenendo da un altro ambito- come Marcello (che comunica l’anamnesi e il quadro clinico ai vari pazienti, dando spiegazioni medico cliniche scientifiche con ardore), un ristoratore sui 50 anni interpretato da Giorgio Tirabassi; chi si affida alla fede rappresentata da Don Costa; ma anche lui ne verrà colpito, pertanto anche le istituzioni religiose non ne sono immuni, sono esseri umani come tutti gli altri.

Poi viene illustrato non solo il ruolo del paziente, ma anche il mestiere di medico o di personale che lavora in quell’ambito (infermieri e simili, definiti “il vero motore della sanità italiana”). C’è chi lo affronta con totale dedizione, facendone lo scopo di vita, giorno e notte, come il professor Zamagna (Elia Schilton) -quasi vero deus ex machina del reparto, una vera istituzione, una figura mitologica, un semidio osannato da tutti qui nel reparto oncologico di urologia-. Chi lo svolge superficialmente, con poco interesse, come il dottor Barbieri (Ninni Bruschetta), che pensa più a conquistare colleghe e infermiere che a fare diagnosi; chi ne è annoiato, non ne riceve più nessuno stimolo, e cerca uno svago nella poesia e nella musica classica, come il dottor Policari (Antonio Catania); chi è ostile al massimo e non sa costruire nessuna empatia e sembra quasi infastidito dal contatto con i pazienti, come il dottor Rapisarda (Federico Pacifici); chi cerca di ottemperare e contemperare il rigore e la diligenza con più accondiscendenza ed elasticità, attraverso una maggiore permissività, come la caposala (Alvia Reale). Dunque, se vi è in gioco la vita, l’ambiente dell’ospedale viene umanizzato e normalizzato. Si tratta di tante storie verosimili e reali che vengono contaminate insieme.

Esistono davvero reparti del genere e questo tipo di sanità? Un primario come il professor Zamagna è un sogno o un’illusione, oppure una certezza e non un’eccezione ma una regola comune? Dal tono drammatico si passa a uno più leggero melodrammatico, ma -quando il peggio sembra passato- si ritorna a sospirare con un pathos dettato dal fatto che, improvvisamente, le condizioni di Luigi (che sembrava aver superato alla grande l’intervento per asportare un tumore al rene sinistro, nonostante avessero dovuto asportargli più del previsto) peggiorano e sembra aggravarsi. Ma, del resto, l’ospedale con la malattia è come la vita -imprevedibile, con i suoi alti e bassi, eventi lieti e altri tragici, che ti sconvolge inaspettatamente, nel bene e nel male, senza volerlo e che uno se lo possa aspettare-; il reparto è come la società in cui ognuno ha la sua storia personale e carattere, che cerca di condividere con l’altro, nel vivere comune, pur nell’egotismo che contraddistingue ognuno di noi. Dunque la malattia unisce, accomuna, può aiutare a socializzare, a sentirsi più vicini e uniti, più simili. E, soprattutto, vinee normalizzata: il reparto stesso di urologia fa riferimento a quanto di più naturale e fisiologico vi possa essere.

Se la serie “Boris” ci mostrava il dietro le quinte del cinema e del set cinematografico, dandoci uno sguardo sul mondo dello spettacolo in modo originale attraverso un pesce, Luigi è una sorta di ‘pesce fuor d’acqua’, osservatore estraneo di questo reparto oncologico di urologia, terreno a lui affatto familiare prima di allora, che impara a conoscere pian piano da spettatore oggettivo del mondo dell’ospedale che racconta in ogni sua sfaccettatura.

A parlare della serie tv, in otto episodi di circa 25 minuti ciascuno, (trasmessa integralmente, a partire dal 6 gennaio scorso sulla piattaforma RaiPlay e in quattro prime serate su Rai Tre, dal 13 gennaio scorso), sono gli stessi attori protagonisti. Per Giorgio Tirabassi “‘La linea verticale’ ha una scrittura credibile che tocca varie corde”. Per Paolo Calabresi “il regista ha svolto un atto di grande rispetto verso il pubblico: non c’è niente di rassicurante e niente di drammatico, non si rassicura e consola né si vuole mettere paura o terrorizzare e spaventare”. Per Elia Schilton “se il professor Zamagna è il medico e chirurgo che tutti vorremmo incontrare, ‘La linea verticale’ secondo Mattia Torre potrebbe essere quella della vita appunto, della speranza che viene dal fatto che la moglie aspetta un altro figlio”, con ognuno che ha la sua storia personale, ma anche i propri sogni e desideri, aspettative come gioie e dolori e reazioni differenti, che derivano dai caratteri diversi di ciascun essere umano. Se poi Bruschetta e Antonio Catania sono rimasti entusiasti dei loro personaggi (comici, scritti bene, che ti si attaccano addosso e vi rimangono ancorati senza che tu possa fare nulla per toglierteli), quella scritta da Mattia Torre è una storia plausibile, che non ha niente di convenzionale né patetico; di lui gli attori del cast hanno detto che “è umanamente speciale e ha uno sguardo creativo particolare”, tanto che, per quanto Luigi gli assomigli, ha voluto aggiungere il particolare della seconda gravidanza di Elena non previsto inizialmente (che non è affatto un riferimento personale); tutto per una visione più oggettiva possibile.

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