martedì, 23 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

La paura negli occhi dell’Occidente: Personae di Franco Buffoni
Pubblicato il 02-01-2018


394Dal 2006, anno di uscita di Più luce, padre, dialogo leopardiano tra il poeta e suo nipote sul concetto di Dio, sulla guerra e sull’omosessualità, Franco Buffoni ha affiancato la sua attività lirica alla stesura e alla pubblicazione di opere di narrativa, tra la saggistica e la fiction, da annoverare tra i risultati più interessanti di questo ultimo decennio. È passato da Reperto 74, primo testo di racconti all’ultimo, Il racconto dello sguardo acceso, percorrendo la scrittura da “docufiction” attraverso il trittico rappresentato da Zamel, Il servo di Byron e dall’autobiografico La casa di via Palestro. Senza dimenticare il suo sillabario privato, costituito da Laico alfabeto in salsa gay piccante, testo troppo presto passato in sordina e troppo poco valorizzato dalla stampa, in cui attraverso brevi prose analizza e tocca i nervi scoperti della società italiana.

Con queste opere Buffoni ha deciso di esporsi in prima linea, di testimoniare tramite lo strumento di denuncia più appropriato, il pamphlet, di affrontare gli snodi essenziali della contemporaneità o meglio della società occidentale, che tarda realmente ad accettare la propria condizione di corpo logoro e morente, autistico e sordo al rinnovamento e al dialogo. Nella sua fase matura, Buffoni si libera delle sovrastrutture e scevro di condizionamenti descrive la realtà che conosce, ponendo l’accento sui risvolti, sugli aspetti più critici e di valore civico, come i diritti civili dal matrimonio egualitario al trattamento di fine vita, dalla condizione della donna, alla politica, all’amore, al ruolo perduto dell’intellettuale nel sistema sociale del paese.

Tale premessa serve a introdurre la sua ultima fatica, la sua prima pièce, PERSONAE (Lecce, Manni, 2017). Testo teatrale in versi (genere ormai molto raro in Italia ad esclusione dell’esperienza solitaria ed esclusiva di Ludovica Ripa di Meana), cinque atti e un prologo, in cui l’autore alterna sapientemente i metri della tradizione letteraria, è agito da quattro personaggi, che si potrebbero apparentare ai fantocci di rilkiana memoria, costretti malgrado tutto ad assumere un ruolo, nonostante non siano più, a continuare a recitare la vita per assecondare la finzione imperante nell’Occidente terrorizzato da se
stesso più che dall’Altro. Inigo, Veronika, Narzys, Endy sono i quattro “revenants”, morti a causa di un atto terroristico in un teatro “dove era in corso il concerto-revival del gruppo rock dal grande passato”, (chiaro il riferimento ai fatti di Parigi). Morti che non vanno oltre, non possono, perché nella finzione dell’esistenza controllata da un deus ex machina superiore (il mezzo televisivo) essi “sono morti in modo non grave”, e visto che la televisione, diventata la prefica depositaria di verità, non può mentire (sembra molto forte la lezione del cinema di Cronenberg, si pensi a Videodrome), i quattro sostano, tornano e
discutono mettendo in scena paure e affrontando temi pregnanti come la paura atavica del diverso, il terrorismo, i rapporti tra i generi, la maternità surrogata, la contrapposizione fra la dimensione laica e quella religiosa, come se i protagonisti fossero obbligati a recitare – pirandellianamente – a soggetto non per se stessi, ma per il mondo, che solo così può assimilare le sue idiosincrasie. In questo testo Buffoni fa i conti con il fantasma dell’Occidente, con le faglie insanabili di una società che, accogliendo, in realtà esclude e storce il viso altrove pur di non vedere la cancrena in cui è precipitata, come il Roosvelt,
immerso in un Kursaal infero, nel dramma di Savinio, Alcesti di Samuele. In questo modo, stricto sensu, Personae può essere considerata l’opera più politica e politicizzata di Buffoni, ma anche quella in cui emerge tutta la sua cultura e in cui, in un sistema binario, si contrappone il mondo classico greco a quello moderno cristiano, già a partire dalla scelta dei nomi dei personaggi.

Narzys ed Endy, rimandanoal Narciso e Boccadoro di Hesse e all’interpretazione di Kerényi del mito classico; i due sono una coppia, il primo professore di filosofia, il secondo ex operaio e ora tecnico informatico, che ha due bambini nati tramite la GPA (gestazione per altri). Inigo ha cinquant’anni ed è un prete lefebvriano, vive a Montmarte, e si trova nel locale (Franco si domanda se sia passato lì solo per caso) per protestare contro i gay. Veronika è una biologa, trentacinquenne, da dieci anni a Parigi, è ricercatrice, single e
devastata da un dolore derivante da una delusone d’amore, che scopriremo durante la confessione che farà ai tre. Inigo è negazionista e accecato dall’odio, dal pregiudizio, rappresenta la stagnazione dell’essere umano, il suo implodere su se stesso, il lento morirne. Veronika simboleggia lo smarrimento, la fragilità della vita, la necessità di trovare un appiglio per essere, per sentirsi accolti, lei che dovrebbe essere vera immagine della realtà. Narzys rappresenta il rigore portato al parossismo dell’uomo di scienza e, in questo, è simile a Inigo. Endy e Veronika sono al contrario i personaggi più affamati di normalità e di sguardi. E non è un caso che Endy ricordi alla donna suo marito, il marito che per convenzione l’aveva sposata e che la tradiva con uomini. Alla fine, in didascalia, il cronista rettifica dichiarandoli effettivamente morti. E allora cosa resta di queste vite, di questa nostra dimensione precaria?

Il nome. Narzys, facendo riferimento al mito di Endimione, che entra in Selene, rivolto al suo  compagno afferma: “Non ascoltarlo, amore! In te io mi rivesto, / Entro dentro il tuo nome, mi ci immergo, / per sempre vi resto-”. Per attestare la nostra presenza al mondo siamo destinati, sembra dirci Buffoni, a diventare antropofagi dei sentimenti ed è questo il vero dramma dell’Occidente.

Andrea Breda Minello

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