martedì, 23 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

L’anno del voto
Pubblicato il 01-01-2018


Il 2018, ovviamente, non é il solo anno di elezioni. Nel 2016 si é votato per un referendum costituzionale determinante per le sorti del governo, nel 2015 ci sono state le regionali, nel 2014 le comunali, che si sono parzialmente tenute anche nei due anni successivi. Però le elezioni politiche del 4 marzo saranno particolari. Forse anche più rilevanti di quelle del 2013. Vediamo perché. Innanzitutto si voterà con una nuova legge elettorale che, se nel terzo di maggioritario rende possibili, anzi necessarie, le coalizioni, grazie ai due terzi di proporzionale con voto di lista non garantisce l’esistenza di una maggioranza capace di aggiudicarsi più del cinquanta per cento dei seggi. Potremmo definirla una legge senza diritto di maggioranza.

Questo soprattutto alla luce di un sistema politico che da bipolare già nel 2013 si é trasformato in tripolare e il 4 marzo si presenterà come quadripolare con la presenza di un nuovo soggetto, Liberi e Uguali, collocato alla sinistra del Pd e del centro-sinistra che, contrariamente a Rifondazione comunista, non solo non ha accettato un’unione come nel 2006, col Porcellum, ma neppure una desistenza come nel 1996 col Mattarellum. La presenza di una lista competitiva col centro-sinistra rende così tutt’altro che sicuri anche i collegi delle zone tradizionalmente rosse, dove i candidati di Liberi e uguali paiono più forti e dunque più in grado si sottrarre voti al centro-sinistra, favorendo così quelli a Cinque stelle e del Centro-destra.

I sondaggi, che a tre mesi dal voto vanno presi con le pinze, indicano nei Cinque stelle la prima lista e nel centro-destra la prima coalizione. Recentemente Di Maio, conscio che di essere la lista più votata col Rosatellum conta nulla, ha aperto alla possibilitá di contrarre alleanze. Con chi? Che lo spettro sia cosi ampio da coprire un raggio che va dall’estrema sinistra di Liberi e uguali fino all’estrema destra di Salvini, la dice lunga sulla natura di una dichiarazione, giudicata un’apertura. Resta il fatto che il centro-sinistra risulta oggi, tra i quattro lati del rettangolo disegnato dal nuovo sistema politico, quello più debole. Questo per la caduta senza rete del Pd, che potrebbe anche essere frenata e almeno parzialmente corretta in campagna elettorale se alla narrazione delle buone cose fatte dai suoi tre governi verrà associata una chiara e convincente proposta delle cose da fare, ma anche per la mancanza di una regia efficace nella costruzione dell’alleanza.

Diciamo subito che se le cose resteranno come sono la coalizione di centro-sinistra si reggerà su una lista più o meno pesante, quella del Pd, e di tre liste alleate piuttosto leggere. Quella che ha posto a suo capo la Lorenzin é affidata alla convergenza tra un pezzo, ormai minoritario, del partito di Alfano senza Alfano, con Casini, finito in minoranza nel suo partito, con Dellai, forte elettoralmente ma a Trento, col figlio di De Mita. Poi c’é la lista Bonino che si agita per la mancanza di firme invitando il Pd a raccoglierle in sua vece, in barba a tutti i precedenti moniti sulla correttezza e autenticità di esse, e c’é la nostra di Insieme che coinvolge Psi, Verdi e civici. Sarebbe stato politicamente più corretto e opportuno che le liste della coalizione fossero state solo tre. Una di centro e una di sinistra, col Pd in mezzo. L’impressione é che il Pd faccia orecchie da mercante e preferisca alleati deboli, magari capaci di superare l’uno ma non il tre, per ovvi motivi di cassetta. C’é ancora gennaio per rifinire i dettagli, ma un appello al Pd mi sento in dovere di rivolgerlo. Guardi la luna e non il dito. Lavori per progettare il meglio, non si accontenti di quel che passa il convento. Le elezioni del 4 marzo non consentono altri errori, dopo quelli già fatti. L’alleanza deve coprire spazi politici, non ambizioni all’isolamento motivate dal proposito di richiedere candidati nel maggioritario. La raccolta delle firme ognuno dovrebbe farla per sè e gli omaggi dovrebbero consentire qualche vantaggio. Se possono andare contro l’interesse politico ed elettorale degli altri soggetti della coalizione diventano iniziative autolesionistiche.

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Commenti all'articolo
  1. Se vede giusto il Direttore, laddove scrive “L’impressione è che il Pd faccia orecchie da mercante e preferisca alleati deboli, magari capaci di superare l’uno ma non il tre…”, mi verrebbe di associare queste sue parole a quanto prefigura Martino Loiacono nel suo recente articolo, sempre su queste pagine, dal titolo “Scenari elettorali”, dove si ipotizzano alcuni eventuali “sbocchi”.

    Qualora dalle urne del 4 marzo non dovesse uscire un “vincitore”, e si rendesse necessaria una maggioranza composita, onde dar vita al Governo del Paese, è ragionevole pensare che il PD, nell’ottica di farne parte, cerchi di avere una rappresentanza parlamentare quanto più alta possibile, in modo da accrescere la sua “forza negoziale”.

    In questa logica, se “ il partito guidato da Renzi” si vedesse realmente in difficoltà nei collegi uninominali, potrebbe trarre un effettivo vantaggio dalla presenza, al suo fianco, di “forze coalizzate”, un vantaggio che non sarebbe tuttavia più tale nel dopo voto, perché un minor numero di interlocutori al tavolo delle “trattative” le renderebbe verosimilmente meno laboriose (il che potrebbe appunto spiegare la predilezione per alleati deboli nella quota proporzionale).

    Paolo B. 01.01.2018

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