venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Antisemitismo e paura del razzismo: il “Fatto” litiga su Céline
Pubblicato il 29-01-2018


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In un articolo apparso sul quotidiano “il Fatto quotidiano”, Nanni Delbecchi interviene sulle posizioni di Daniela Ranieri e Furio Colombo, l’una favorevole e l’altro contrario alla pubblicazione dei testi antisemiti di Louis-Ferdinand Cèline da parte dell’editore Gallimard. Lo scrittore e medico francese, nato a Courbevoie il 27 maggio 1894 e morto a Meudon il 1° luglio 1961, suscita aspre polemiche tra i giornalisti italiani a causa del suo ostinato antisemitismo e delle sue simpatie per la Repubblica di Vichy.

A parte la storpiatura del nome (Lois), Delbecchi propina alcune strane e sibilline riflessioni, dimostrando una scarsa dimestichezza con lo scrittore francese, la cui opera ricalca i temi già trattati da Édouard Drumont o Édouard Berth (Darville), seppure rivisti alla luce dei cambiamenti politici a lui contemporanei con uno stile violento e sarcastico. Daniela Ranieri sostiene in modo erroneo che i testi antisemiti di Céline non sono stati mai pubblicati, mentre Furio Colombo caldeggia la sospensione della loro ripubblicazione con argomentazioni estranee alle sue posizioni antisemite e alle sue vicende personali (la madre era un’ebrea polacca).

Considerato uno scrittore conservatore e uno straordinario romanziere francese, Céline sfugge alle tradizionali categorie politiche per il suo ribellismo anarchico e per la sua visione pessimistica dell’uomo. I suoi tre libelli (Bagatelle per un massacro del 1937, La scuola dei cadaveri del ’38 e La Bella Rogna del ’41), che contengono l’antisemitismo di Céline, circolano da decenni in Italia dove sono stati pubblicati nel 1938 (Corbaccio), nel 1970 (Edizioni Soleil) e nel 1982 (Guanda): come mai la giornalista del “Fatto quotidiano” afferma che essi non sono stati “mai pubblicati” e “finora conservati dalla vedova ultracentenaria Lucette”?

In un libro intitolato Céline segreto (Lantana, Roma 2012), scritto con Robert Véronique, la moglie Lucette Destouches tiene a precisare il contrasto con Sartre, l’opera medica prestata ai poveri e il rifiuto dei testi antisemiti da parte del marito, che in privato si disse “orripilato” dall’Olocausto, definendolo “atrocità”. Aspetti che non sono ricordati da Furio Colombo, che invece considera offensivo ristampare quei testi per il danno che essi potrebbe arrecare alla difesa dei diritti umani e per l’uso indiscriminato dei “troppi razzisti in agguato”. Una posizione che è rifiutata da Daniela Ranieri, che mette in rilievo lo spirito antisemita che racchiudono quei libelli, dimenticando che essi sono dettati dal sentimento anticomunista dall’autore e dalla difesa della Francia. Come entrambi dimenticano altri aspetti dell’opera di Cèline: l’opposizione dopo il II conflitto mondiale alla ristampa dei suoi libri antisemiti, a differenza della vedova che faceva affidamento sulla curatela di Régis Tettamanzi e della prefazione di Pierre Assouline per la nuova edizione, e alla condanna del totalitarismo staliniano.

Il viaggio in Unione Sovietica, compiuto nel 1936, spinse Céline a denunciare infatti gli orrori del comunismo sovietico nel pamphlet Mea culpa – ripubblicato nel 1982 da Guanda – con grave disappunto dei comunisti francesi. Riguardo al massacro di Katyn, egli fu il primo a condannare lo sterminio dei Polacchi da parte dei sovietici: una denuncia che rinfocolò l’odio dei comunisti francesi con l’offesa di essere un fervente fautore del nazismo. Nel 1933 pronunciò un discorso, l’Hommage à Zola, con cui condannò i totalitarismi moderni, sottolineando come l’impulso di morte porta un popolo a diventare schiavo di un dittatore e a diventare succube della guerra. Tuttavia il suo antisemitismo, che si ritrova anche nel testo I bei drappi (1941), conferma le simpatie verso il regime collaborazionista di Vichy e della Germania. Le sue posizioni, tuttavia, non furono mai improntate ad un estremismo antiebraico, che sembra scomparire di fronte al suo tentativo di salvare molti ebrei dalla persecuzione nazista e all’amicizia di molti scrittori ebrei.

A quasi sessant’anni dalla sua morte, la condanna di Céline da parte Colombo risulta “fuorviante” e rivela un’inconsistenza culturale e storica. Lo scrittore francese, autore di capolavori come Viaggio al termine della notte (1932) oppure Morte a Credito (1936), non può essere posto nell’inferno dell’antisemitismo per testi razzisti poi rinnegati. Il primo romanzo, ormai un classico della narrativa europea del XX secolo, mette a nudo le miserie dell’uomo e quelle dell’intera società attraverso il vagabondare del suo protagonista, che è ricordato nell’articolo del medico Delbecchi, senza specificare quale sia il suo ruolo dalla Grande Guerra al fordismo americano sino alla descrizione della povertà nei quartieri emarginati di Parigi. “Questi anfratti” – dirà Alberto Rosselli – non vede mai la luce della giustizia in posti “dove il male si rigenera automaticamente per mancanza di alternative”, mentre nell’altro romanzo la descrizione della vicenda personale è afflitta dalla distanza della vita, che è vista dal protagonista come conquista dell’unico credito in grado di riscuotere.

Scomunicarlo significa negare la moderna coscienza democratica e non tenere presente che scrittori famosi come Robert Brasillach (1909-1945) o Lucien Rebatet (1903-1972) si dichiararono antisemiti e ostili al giudaismo, mentre François Mauriac (1885-1970), Jean Paul Sartre (1905-1980) e perfino André Gide (1869-1951) assunsero un atteggiamento di non belligeranza verso il nuovo regime di Vichy. Se Sartre lo additò al pubblico ludibrio, chiedendo che i libri di Céline venissero ignorati dall’intellettualità francese, lo scrittore antinazista Albert Camus (1913-1960) lo difese e scrisse a suo favore.

L’operazione di Gallimard, volta a ristampare i testi “vergognosi” di Céline, deve essere condivisa, perché non si può impedire la llettura delle sue opere e costringere l’editrice francese al silenzio con la scusa del rischio di “alimentare ancora di più i rigurgiti dell’antisemitismo”. La censura ha sempre prodotto danni peggiori a condizione che siano ben inquadrati e inseriti nel contesto storico coevo. Le responsabilità del razzismo vanno ricercate altrove e non in testi ormai superati e scritti da un intellettuale, che va giudicato per le sue opere più mature.

Nunzio Dell’Erba

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