sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Le mirabolanti promesse elettorali e il dumping sociale
Pubblicato il 15-01-2018


“Venghino venghino, siore e siori….!”, la frase che risuonava un tempo per attirare il pubblico verso i circhi o i teatrini ambulanti, ben si attaglia alla imminente campagna elettorale. E le forze politiche, dopo avere consentito la drammatica riduzione dei diritti sociali, tra la “legge Fornero” sulle pensioni e il Jobs Act, passando per l’aumento delle tasse sui lavoratori del governo-Monti, fanno a gara a lanciare mirabolanti, quanto improbabili promesse elettorali, che farebbero impallidire i racconti del barone di Munchausen.

Renzi, parla di un salario minimo per legge, Grasso di eliminare le tasse universitarie, Salvini di abrogare la “Fornero”, Berlusconi di cancellare il Jobs Act e tutta una serie di imposte impopolari: prima casa e bollo auto in primis, introducendo la tax-flat e alzando le pensioni al minimo a 1000 euro, sino a Di Maio che promette un reddito minimo di cittadinanza quasi a carattere universale.

Naturalmente nessuno indica le coperture finanziarie, che comporterebbero tagli alla spesa sociale e agli investimenti, considerata la “camicia di Nesso” dell’Europa dei banchieri e dell’austerity.

In realtà, il tema è più complesso e andrebbe affrontato con più serietà politica e rigore culturale e riguarda, fondamentalmente i diritti sociali.

La recente vicenda Ryanair che ha chiuso l’anno trascorso, potrebbe essere presa quale paradigma di uno dei dogmi dell’attuale Europa: la libera concorrenza.

Infatti, la concorrenza tra imprese in Europa avviene utilizzando sovente l’esecrato, a parole, strumento del dumping sociale, abbondantemente applicato dai paesi di nuovo economia, come Cina e India, ormai protagonisti della globalizzazione, ma che è diffuso anche nell’Unione europea. Nell’Ue è diffusa la pratica sleale dell’utilizzo negli Stati in cui si svolge attività d’impresa dell’ordinamento del lavoro di provenienza, proprio come nel caso dell’irlandese Ryanair, che ritiene, così, di poter violare diritti fondamentali, peraltro costituzionalmente protetti in Italia, quali il diritto di libertà e di contrattazione sindacali e di sciopero.

E proprio sullo sciopero c’è da osservare come la minaccia di Ryanair di sanzioni e azioni discriminatorie in danno dei lavoratori che avrebbero partecipato all’annunciata giornata di lotta, ha aperto una delicata questione che riguarda non solo il rispetto di un diritto costituzionalmente protetto, assoluto, potestativo e, quindi, individuale, come a lungo sancito da dottrina e giurisprudenza maggioritarie nonché dal diritto vivente interpretando l’art. 40 della nostra Carta fondamentale, ma anche di natura democratica.

Il diritto di sciopero, peraltro regolato nel suo esercizio in forma prescrittiva dalla legge 146/90 a garanzia di altri diritti di natura costituzionale, è uno degli strumenti fondamentali dell’autotutela collettiva, la cui funzione non è limitata all’ambito delle rivendicazioni economiche e sociali ma ha una valenza più generale, di carattere democratico. Uno dei padri costituenti e insigne giurista, Piero Calamandrei, a tal proposito ebbe ad affermare che lo sciopero: “un mezzo per la promozione dell’effettiva partecipazione dei lavoratori alla trasformazione dei rapporti economico-sociali”, evidenziando così, una connessione tra il principio-precetto della libertà di organizzazione sindacale e l’astensione collettiva dalla prestazione di lavoro.

E d’altronde, Ryanair non solo ha formalizzato proprio in quella grave missiva ai dipendenti in Italia minacce di sanzioni e di ritorsioni nei confronti di chi avesse scioperato (peraltro nulle secondo l’art. 15, lettera b, dello Statuto dei lavoratori, integrando palesi e dichiarati atti discriminatori), ma ha sistematicamente ignorato il rapporto con le organizzazioni sindacali per non stabilire rapporti di contrattazione collettiva, regolando, invece, sul piano sostanziale considerato il riconoscimento di un sindacato “interno”, in via unilaterale il rapporto con i lavoratori italiani della propria azienda, con condizioni ovviamente al ribasso rispetto ai colleghi delle altre compagnie.

Di recente a Göteborg in Svezia i 28 capi di stato e premier dei paesi aderenti all’Ue infatti, in un recente vertice hanno discusso di “Europa sociale” e tra i temi trattati è emerso quello del contrasto al dumping sociale. Ecco, se davvero si vuole andare oltre l’Europa monetarista e del rigore, diffondendo i diritti sociali, c’è bisogno di impedire casi come quello di Ryanair, il cui successo in termini di concorrenza, grazie ai voli low cost, è dipeso in larghissima parte dal dumping sociale.

La lotta al dumping sociale, dunque, dovrebbe essere il punto di partenza della politica italiana per riaffermare i diritti sociali, ma, si sa, in Italia, le campagne elettorali sono un po’ come quelle del principe de Curtis, in arte il Grande Totò, “vota Antonio, vota Antonio!!”.

Maurizio Ballistreri

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