venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Le parole di Trump bloccano la riforma migratoria
Pubblicato il 19-01-2018


trump bandieraIn una riunione con un gruppo di legislatori repubblicani e democratici due settimane fa Donald Trump aveva detto che avrebbe firmato qualunque disegno di legge che i presenti gli avrebbero mandato perché aveva “completa fiducia nel gruppo”. Pochi giorni dopo il 45esimo presidente ha invitato i Senatori Durbin, democratico dell’Illinois e Lindsey Graham, repubblicano della South Carolina, per discutere il loro piano sull’immigrazione.

Informazioni preliminari erano state rivelate alla Casa Bianca e Trump, poco contento, ha deciso di ampliare il gruppetto includendo anche due senatori repubblicani, Tom Cotton dell’Arkansas e David Perdue della Georgia, ambedue falchi sul tema dell’immigrazione.

Trump aveva già deciso che non avrebbe accettato il piano di Durbin e Graham perché si allontanava dalla sua aspra retorica espressa in campagna politica. Nella discussione avvenuta il presidente ha evidentemente perso le staffe sbottando che non capiva perché si vuole includere la protezione a migliaia di immigrati provenienti da Haiti, El Salvador ed alcuni Paesi africani. Trump ha classificato questi luoghi come “s…hole countries” (Paesi di m….da) e ha chiesto perché non si accettano più immigrati “dalla Norvegia”.

Subito dopo l’incontro si è scatenata una bufera sulle parole dell’inquilino alla Casa Bianca. Durbin ha rivelato le parole offensive del presidente che non sono state smentite da Graham il quale le aveva condivise con Tim Scott, l’altro senatore della South Carolina, anche lui repubblicano. Anche il senatore Jeff Flake, repubblicano dell’Arizona, in un’intervista televisiva, ha confermato l’uso delle parole offensive avendo parlato con individui presenti all’incontro. Cotton e Perdue invece hanno detto di non avere sentito le parole offensive. In alcune interviste televisive, infatti, hanno persino accusato Durbin di avere mentito. Il Washington Post però ha intervistato individui a conoscenza del caso e ha riportato che a mentire sono stati Cotton e Perdue. I due senatori non hanno tecnicamente mentito dato che il termine sentito da loro era “s…house” (casa di m…da) invece di “s…hole” (stesso significato offensivo). Sarah Huckabee Sanders, portavoce di Trump alla Casa Bianca, non ha confermato né smentito l’uso delle parole offensive ma ha chiarito che la discussione era stata molto accesa.

Tutto sommato, la stampa ha creduto che Trump ha detto le parole offensive che sono state citate dal New York Times in diversi articoli escludendo le parolacce dai titoli. La Cnn invece ha incluso le parole volgari del presidente anche nei titoli e uno dei conduttori, Don Lemon, ha detto chiaramente che “Donald Trump è razzista”.

Trump ha manifestato comportamenti e asserzioni tendenzialmente razzisti durante tutta la sua carriera di imprenditore e di politico. Si ricordano i problemi avuti con il governo per essersi rifiutato di affittare appartamenti a afro-americani negli anni 70 e 80. In campagna politica ha detto che i messicani sono “stupratori”, ha proclamato il bando dei musulmani, ha etichettato il giudice Francisco Curiel di non potere giudicare la causa sulla Trump University per le sue origini messicane (falso: è americano), ha dichiarato che gli haitiani hanno tutti l’aids, ed ha classificato alcuni dei suprematisti nella dimostrazione di Charlottesville di “essere brava gente”.

Trump dunque ha una lunga storia di usare un linguaggio con tendenze razziste. Le parole usate contro gli immigrati alla Casa Bianca però offendono non solo quelli dei Paesi citati ma tutti gli immigrati in America. In effetti, Trump ha detto che se gli immigrati vengono da Paesi poveri non sono benvenuti il che escluderebbe la stragrande maggioranza degli antenati degli americani. Escluderebbe persino la propria madre, Mary Trump, nata in una zona molto povera della Scozia. Trump non riconosce dunque che storicamente gli immigrati in America vengono da questi Paesi poveri. Gli immigrati dall’Europa, Asia, Africa, ecc. sono inclusi nei Paesi etichettati con le parole offensive. Gli immigrati di Paesi ricchi sono rari. L’America è un Paese di immigrati, la stragrande maggioranza provenienti da Paesi poveri in cerca di opportunità.

Con ogni probabilità Trump non ha capito il peso delle sue parole specialmente considerando la sua carica di presidente degli Stati Uniti. Succede però che è possibile offendere con parole anche senza intenzione di farlo. Trump avrebbe potuto chiedere scusa se sarà stato frainteso ma la parola scusa non fa parte del suo vocabolario.

Ma anche se Trump non ha capito che le sue parole includevano la stragrande maggioranza degli americani le sue parole avranno ferito i 65 mila individui nati all’estero che servono ai suoi ordini nelle forze armate americane. Di questi il 43 percento sono nati in Africa, America Latina e Caraibi, proprio i Paesi inclusi nella sua frase offensiva.

L’establishment repubblicano è rimasto silenzioso alle parole riprovevoli di Trump. Paul Ryan, speaker della Camera, che durante la campagna elettorale aveva reagito con forza dichiarando le accuse di Trump a Curiel come “esempio classico di razzismo”, questa volta si è limitato a dire che le parole erano “infelici e di poco aiuto”.

Le parole offensive di Trump sugli immigrati riflettono un linguaggio senza filtro che faranno piacere alla base dei suoi fedelissimi elettori. Non aiutano affatto a risolvete la precaria situazione di 16 mila “dreamers”, giovani portati illegalmente dai genitori negli Usa, a rischio di essere deportati nelle prossime settimane. Non aiutano nemmeno a risolvere la situazione degli altri 700 mila “dreamers” il cui visto temporaneo scade nel mese di marzo. Non aiutano nemmeno la popolarità di Trump che continua a languire ai minimi storici del 37 percento.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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  1. In un’intervista alla Reuters, ripresa da tutti i quotidiani internazionali, il presidente Usa Donald Trump ha smentito il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che aveva annunciato lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme entro un anno. “Entro la fine dell’anno? Stiamo parlando di uno scenario diverso. – ha detto Trump – Si potrebbe trovare, entro un anno, una soluzione temporanea. Ma non stiamo cercando di farlo. Assolutamente no”. Dall’ufficio di Netanyahu è quindi arrivata una precisazione: gli Usa starebbero pensando a “a misure ad interim che consentirebbero il trasloco della sede in un anno. Quindi i due leader non avrebbero detto nulla di differente”. A confermarlo il New York Times, secondo cui l’amministrazione Trump sta lavorando per trovare una soluzione temporanea che permetta al suo ambasciatore in Israele, David Friedman, di trasferire il proprio ufficio in un edificio già esistente a Gerusalemme nel 2019, prima della costruzione di un nuovo edificio per l’ambasciata in città. Su Gerusalemme è intervenuto anche Bergoglio nelle scorse ore, inviando una lettera all’imam egiziano Ahmad Al-Tayyib in cui afferma che “solo uno speciale statuto, anch’esso internazionalmente garantito, potrà preservare l’identità, la vocazione unica di luogo di pace alla quale richiamano i Luoghi sacri, e il suo valore universale, permettendo un futuro di riconciliazione e di speranza per l’intera regione” (Osservatore Romano).
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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