sabato, 23 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Migranti, questi sconosciuti. Il campo di accoglienza
Pubblicato il 30-01-2018


In giro per Ventimiglia. La visita al campo di accoglienza

Terza parte
di Eleonora Persico

Sbarcati a Pozzallo (Rg) 162 migranti di cui 146 uomini, tre donne e 13 minori, 12 agosto 2016. Erano stati recuperati nel Canale di Sicilia da un barcone in difficoltà dalla nave di 'Medici senza Frontiere' Topaz Responder. ANSA/UFFICIO STAMPA CROCE ROSSA ITALIANA-YARA NARDI +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

Facendo qualche domanda veniamo a sapere che i ragazzi respinti dalla Francia, perché di ragazzi si tratta, non si arrendono mai e cercano in tutti i modi di attraversare la frontiera. La forza della sopravvivenza supera qualsiasi barriera. In molti si ritrovano di fronte alla Chiesa di Sant’Antonio. Qui il parroco, aiuta uno, aiuta un altro, alla fine aveva messo su una comunità, che poi è stata sgombrata in quanto i migranti andavano a dormire sul greto del fiume e si era creato un problema di ordine pubblico, oltre che una situazione di rischio in caso di esondazione. Permangono in molti su un piazzale adiacente. Parlano, si confrontano, passeggiano. Famiglie non ne vediamo. Ci viene detto che ci sono, ma non tante. Soprattutto eritree. Notiamo dei ragazzi molto scuri di pelle. Provengono dal cuore dell’Africa, Mali, Sudan, Ghana, Etiopia, Eritrea, ma anche Pakistan. La convivenza è pacifica.

Proseguendo lungo la strada assistiamo ad un momento di vera integrazione. Si aspetta insieme il sollevamento della sbarra di un passaggio al livello. Non c’è paura, non c’è pregiudizio. Fianco al fianco si guarda passare il treno regionale. Ognuno pare immerso nei propri sogni.

Apprendiamo anche che ci sono state diverse morti e alcuni investimenti, specialmente nella zona francese. E’ accaduto che un giovane migrante è morto folgorato perché era salito proprio sopra al treno e si era attaccato ai condotti elettrici.

I migranti arrivano al confine pieni di speranza , ma quanto dura questa speranza?.

Quando comincia a cedereallora iniziano a bere, qualcuno comincia a delinquere: qualche scippo, qualche furto nei negozi, si picchiano tra di loro. Il problema è sostenerli nel momento in cui hanno ancora la speranza. Anche perché, il bere diventa un vero problema, come per molti dei nostri giovani, con la differenza che loro reggono meno l’alcool e hanno molto più da esternare Anche la stazione è un posto in cui si ritrovano. Prima si era creato un vero raduno che poi è stato spostato verso fuori perché troppo numeroso.

In giro per la città incontriamo diverse macchine della Polizia, anche dei punti mobili. Si sente la presenza delle forze dell’ordine sul territorio. Si vede. La gente è molto tranquilla soprattutto per questo.

La visita al Campo di accoglienza Roia

Ci avviciniamo al Campo Roia, la cui gestione è affidata alla Croce Rossa, e un ispettore della Polizia di Frontiera ci spiega che anche loro sono all’interno del campo, insieme ai Carabinieri, all’Esercito, alla Guardia di Finanza. Un lavoro in collaborazione con il Ministero degli Interni. Sembra proprio che negli anni l’impegno della Polizia di Frontiera, in prima linea rispetto al problema dell’immigrazione, abbia favorito la costruzione di un tessuto sociale che faccia da contenimento alla situazione.                                                  

Ci viene dato il permesso di visitare il Campo. Sono presenti solo uomini. Le donne vengono sistemate altrove.  A nessuno viene negato un pasto caldo, l’uso dei servizi igienici, un letto e una coperta. Pare infatti che anche durante l’estate i migranti abbiano continuato a chiedere coperte. Una media di 6/7 giorni di permanenza e quindi un riciclo continuo. Nuovi flussi costantemente in arrivo. Anche famiglie.

Vediamo moduli abitativi con sei letti, aria condizionata. Area mensa attrezzata con somministrazione di pasti caldi, bagni, un’area medica, anche spazi ricreativi che possano favorire l’alleggerimento delle tensioni. Quasi 500 persone durante l’estate. Vediamo una fila lunghissima per il pasto. Dovranno aspettare un po’ per mangiare, ma l’attesa non li spaventa. Salutiamo il personale della Croce Rossa addetto alla cucina.

Ci fermiamo al Posto di Polizia situato all’ingresso del campo. Qua c’è la Spaid, dove praticamente si prendono le impronte. Qua vengono fatti i rilievi fotodattiloscopici.

Ci intratteniamo a parlare con un ragazzo del Sudan, che non conosce l’italiano, come quasi la totalità degli immigrati. Interloquendo con lui in francese abbiamo appreso che ha frequentato la scuola fino a quello che corrisponde alla nostra secondaria di I grado.  Ha detto di voler andare in Francia. Non dice altro. Non risponde sull’eventuale prospettiva di un lavoro.

La maggior parte di questi ragazzi ha un livello culturale basso, o comunque non adeguato ai parametri del mondo occidentale. Viene da chiedersi: – Il diritto allo studio non ha valore universale? Una prospettiva di formazione e istruzione sicuramente andrebbe ad integrare le nostre società di competenze espresse con una veste nuova e originale, promuovendo ulteriori opportunità di sviluppo e di evoluzione cognitiva dell’essere umano. Quando saremo pronti a raccogliere una simile sfida? Quando saremo pronti a favorire la vera integrazione?

 Migranti… non solo numeri!

Un’esperienza di formazione psicologica rivolta alla Polizia di Frontiera

Terza parte                                                                                                                              

Dott. Luzi, abbiamo parlato di una formazione che parte dalla strada, all’esperienza soggettiva, che mira alla condivisione. Questa formazione potrebbe fornire delle indicazioni sulle scelte future da attuare per una migliore efficienza di tutto il servizio. Pensa che possa ambire a questo?

Questo non lo so, mi sembra molto ambizioso. Penso che questa formazione aiuti. Aiuti gli operatori a svolgere meglio il loro lavoro, che è la cosa più importante e che ci viene richiesta dalla collettività. Il metodo può essere utilizzato anche per argomenti meno operativi: la semplice ripartizione delle ferie.  Abbiamo condotto dei gruppi a Roma, dove si sono  “giocate” delle storie che scatenavano dei conflitti straordinari in un ufficio, impedendo allo stesso di poter lavorare al meglio.

E’ molto pratico. Affronta anche  vicende più semplici ma viene colto in miglior modo da quegli operatori sottoposti a condizioni di polizia molto molto critiche.

Vorrei aggiungere una cosa che ritengo fondamentale. – si inserisce il Dirigente Santacroce – E’ l’aspetto del pregiudizio rispetto all’intervento dello psicologo che forma e non mette sotto esame i poliziotti; anche perché noi parliamo di migranti in questo caso specifico, ma la  formazione che abbiamo attuato può essere utile anche nei  confronti di  uno che  sta per  essere arrestato, perché il  nostro Ufficio è  impegnato in  prima  linea  con  attività operative. Noi nel 2016, poi  le  fornirò dei dati, abbiamo anche eseguito 210 arresti.

Che tipo di crimini contrastate?

Migranti e viaggi della morte_Video

I crimini che maggiormente contrastiamo, oltre all’immigrazione clandestina e al favoreggiamento, sono tutta una serie di reati legati al falso documentale, infatti qui abbiamo degli esperti di falso documentale. Un documento che per un poliziotto comune può sembrare valido, per uno della frontiera non è così. Quindi riesce ad individuare tutti quelli che cercano di entrare o tentano di uscire dallo stato italiano con documenti falsi. Un latitante che sa di essere condannato a quattro, cinque anni di pena detentiva, si procura un documento falso e tenta di andare in Stati in cui magari non è neanche consentita l’estradizione. Il poliziotto, o la poliziotta di Frontiera, hanno l’esperienza giusta per capire che un documento è falso e quindi poi, con degli approfondimenti in banca dati, emerge la verità, gente che ha delle condanne, delle ordinanze di custodia cautelare…  poi ci sono degli aspetti legati all’immigrazione clandestina con l’arresto dei cosiddetti “passeur”, che sono questi trafficanti di uomini che tentano di fare attraversare il confine previo pagamento, anche attraverso degli atteggiamenti disumani. Ha visto il video di quel furgone con quarantadue migranti ammassati a bordo?  

Furgone carico di migranti Ventimiglia_Video

Erano quarantadue? 

Ha visto che non finivano mai di uscire? Era una fila impressionante! Poi immagini che in diversi casi i miei operatori hanno veramente salvato delle vite umane, perché cosa fanno questi criminali? Quando si vedono braccati dalla Polizia, abbandonano il carico, chiuso. Se avete notato, c’era un lucchetto all’esterno, nel video si vede, e loro non possono uscire dall’interno, sono chiusi a chiave, perché prima di farli scendere chi ha l’incarico di pagare deve fare arrivare i soldi al trafficante. Non  è che paga uno di loro che esce, chi prende i soldi li porta e  loro finché non hanno i soldi non aprono.                                          Quello che è  accaduto in   più  circostanze, ed  ecco perché  la  delicatezza  del nostro intervento, è che intervenendo il trafficante tenta  di  scappare per non essere  arrestato, abbandonando tutto e tutti. Uno degli episodi che mi è rimasto impresso è quando un furgone è  stato abbandonato in  autostrada, in salita, carico e chiuso dall’esterno.  Faceva retromarcia  su  un viadotto e la  mia pattuglia per poter contrastare il furgone ha dovuto mettere la macchina della Polizia di traverso, che è stata sfondata chiaramente, però quanto meno non ha oltrepassato il viadotto, che era alto 40 metri. Una strage, insomma!

 Vi aspettavate il suo passaggio?

Sapevamo che ci sarebbe stato un passaggio alla frontiera di numerosi migranti attraverso le attività info-investigative in corso. Abbiamo pertanto organizzato un servizio apposito con attività  tecniche in atto.

Questo dimostra che non è banale l’arresto di un trafficante di uomini, ma è una cosa complessa e delicata che porta alle volte a trovarsi di fronte a gente che all’interno del furgone ci sta da dieci, quindici ore, quindi l’approccio psicologico in  questo caso serve.

Penso che poi voi non siate un’isola felice ma vi appoggiate ad organizzazioni umanitarie presenti sul territorio.

Sì, per esempio lavoriamo in sinergia con la Croce Rossa, che si è fatta carico  della gestione del Campo Roia, o  con la Caritas, in particolare per la gestione dei minori. Abbiamo anche il supporto dei mediatori culturali per la conoscenza della lingua,  specialmente per la lingua araba. Il mediatore culturale infatti ci consente di capire alcuni aspetti di quello che ci viene detto per poter interagire.

E poi abbiamo visto uomini della Finanza, Carabinieri, Esercito…

Sì, sì, contribuiscono tutti. Finanza, Carabinieri… abbiamo a disposizione l’Esercito ai valichi di frontiera, tra cui anche quello ferroviario, che dà il suo contributo. Potremmo fare un corso anche per loro, dottor Luzi, se lei è disponibile.

Sembra che lei stia riuscendo a fare coesistere in una situazione di estrema difficoltà, da tutti i punti di vista come abbiamo visto,  sia legale e sia umano, appunto questo contrasto all’immigrazione clandestina con l’accoglienza, quindi due aspetti della stessa medaglia, quello che al livello nazionale è il sentimento comune degli Italiani, cioè il desiderio della sicurezza, l’avere una certezza, una garanzia nella sicurezza, e però anche il grande cuore degli italiani, quindi l’accoglienza. Qui abbiamo visto che non si esclude nessuno, non si nega un pasto caldo, una coperta a nessuno. Questo aspetto ci ha veramente fatto piacere.

Noi cerchiamo di gestire il fenomeno fermo restando che comunque chi è clandestino in Italia e non ha diritto all’asilo politico, piuttosto che al profilo sussidiario che viene dato a coloro che fuggono dalle guerre o che hanno dei problemi nei loro paesi, per noi deve essere in ogni caso allontanato dallo Stato. Quindi l’accoglienza va bene ma poi ogni giorno, per alleggerire la città, dobbiamo trasferire verso gli Hotspot 50/60 persone attraverso dei servizi molto complessi che necessitano di un impiego di personale abbastanza imponente. Se gli arrivi sono costanti e gli attraversamenti non ci sono, basta poco a  creare una situazione stagnante su Ventimiglia, che poi è una cittadina di circa 20mila abitanti.           

Se non avessimo fatto questo tentativo di alleggerimento, di decompressione come l’ha definito il capo della Polizia, sulla cittadina, avremmo avuto una piccola Calais. Ad arrivare a 4-5mila presenze ci vuole veramente poco. Pure se ne arrivano 100 al giorno sono 3000 al mese, giusto per fare un esempio.                            

Vi necessitano altre risorse. Di che cosa avreste bisogno?

Devo dire che ho avuto sempre la massima attenzione da parte della Direzione Centrale, della Polizia dell’immigrazione e delle Frontiere, negli ultimi anni in modo significativo. E’ stato riattivato un Ufficio di Polizia di Frontiera al valico,  con un impegno di risorse economiche per poterlo ristrutturare; abbiamo avuto l’assegnazione di nuovi mezzi, di 15 agenti in prova appena usciti dal corso che sono andati ad aumentare l’organico, ho avuto 15 uomini di rinforzo dal Reparto Mobile di Genova e 45 militari dell’Esercito. Onestamente l’attenzione da parte del Dipartimento è stata ed è massima per questo Ufficio.

Il Capo della Polizia stesso l’8 agosto dello scorso anno si è recato a Ventimiglia personalmente per incontrare la Polizia Francese, proprio nel mio ufficio. Questo dimostra una grande attenzione dei vertici della Polizia di Stato, addirittura dei vertici della Pubblica Sicurezza in generale.

Stiamo constatando di persona che il sistema sta funzionando e che abbiamo del personale estremamente valido. Forse la vastità,  l’imponenza del fenomeno, le faccio quest’ultima domanda così chiudiamo, potrebbe richiedere la modifica o l’unione di alcuni uffici che hanno competenze diverse, fare una semplificazione del lavoro, oppure non so, l’utilizzo di una tecnologia più avanzata potrebbe aiutare a smaltire tutta una serie di procedure?

Questo sta già accadendo e lo vorrei specificare. La domanda mi dà lo spunto per fare ciò.  La creazione del Settore di Ponte San Luigi è già un esempio. I respinti e i riammessi prima dovevamo portarli qua a Ventimiglia e ci sono dieci nodi di distanza, 8 km. Prenderli da San Luigi e portarli al Settore per espletare tutte le incombenze amministrative era già un motivo di criticità che con l’apertura dell’ufficio è stato superato. Pertanto è stata intuitiva questa idea di aprire e attivare un distaccamento a Ponte San Luigi. Le dirò di più. La Direzione Centrale ci ha fornito di un nuovo Identity Sistem che è l’apparecchio del fotosegnalamento, di ultima generazione, che pochissimi uffici in Italia hanno, solo gli Hotspot. Ovviamente anche in questo la tecnologia ci sta aiutando.

Arrivo di migranti a Ponte San Luigi_Ventimiglia_Video

Ci hanno fornito degli Spaid, che con una sola impronta già ci dicono se quel soggetto è già censito in Banca Dati AFIS, quindi se lo è, é inutile rifotosegnalarlo. Prima dovevamo segnalare tutti per sapere se erano identificati o no. Il lavoro perciò era decuplicato. Ci permette inoltre di conoscere se ha già un codice CUI, che è un numerino che veramente permette di identificare la persona. Ci possono dare cinquecento nomi, cinquecento alias, non ha importanza, quel codice identifica la persona inequivocabilmente. Se non deve essere fotosegnalato risparmio almeno 20’ per ognuno che moltiplicato per 200 al giorno… la tecnologia ci sta aiutando!

Certo, tante ore di lavoro, dispendio di energie, di personale in meno…

e anche la velocità nello snellire le pratiche. Questo ci aiuta molto.

Quindi stiamo in salita?

Diciamo che oramai ci siamo organizzati. Il fenomeno emergenziale è stato probabilmente nel 2015. Ci è stato un po’ diciamo catapultato addosso, siamo stati invasi da questo fenomeno e non eravamo pronti, e con tutto ciò abbiamo agito e reagito abbastanza bene. Oggi possiamo dire di essere strutturati. L’acquisizione dei locali al piano terra e gli uffici inaugurati a Ponte San Luigi sono comunque un trait d’union per gestire al meglio la nostra attività. Abbiamo migliorato la performance.

Dott. Luzi anche a lei un’ultima domanda. Pensa che questo tipo di formazione basata sulla condivisione sull’elaborazione e sull’analisi di un’operazione di polizia dal punto di vista psicologico, possa essere replicata sul territorio?

Il territorio è proprio lo sfondo ideale per questo tipo di approccio. Ventimiglia insegna. Ventimiglia ha risposto in modo straordinario, sia per l’intuizione del dott. Santacroce, sia per gli operatori che ne hanno capito subito l’importanza e l’utilità. Ne approfitto per ringraziare la Dr.ssa Ida Bonagura, Direttore del Centro Psicotecnico di Roma, che ha favorito questa iniziativa valorizzando le risorse umane interne.

Vi facciamo i complimenti per quello che state facendo. Per questo connubio che si è creato e che ha portato già i suoi risultati. Si vede che dietro questo lavoro non c’è improvvisazione, c’è un’alta professionalità, c’è un intelligence e, da quanto abbiamo appreso, c’è anche il supporto da parte dei vertici. Questo crea un percorso, non siete soli ma c’è una condivisione, una collaborazione, quindi c’è lo studio di un fenomeno che è abbastanza nuovo, abbastanza recente nel suo intensificarsi. Buon proseguimento del lavoro!

Fine terza parte

NEWS SICUREZZA  
Roma, 31 Gennaio 2018
ore 09.30
Scuola Superiore di Polizia
Seminario
“Scorte per i rimpatri. L’attitudine che misura la sicurezza”
Presenza del Capo della Polizia
Direttore Generale della Pubblica Sicurezza
Pref.  Franco Gabrielli

Puntate precedenti

Migranti, questi sconosciuti. Reportage da Ventimiglia 

Migranti, questi sconosciuti. Il progetto Methods 

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