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Opinioni e commenti
 

Pensioni, nel 2018 alla pari uomini e donne. Fondinps, la pensione integrativa dell’Inps
Pubblicato il 15-01-2018


Pensioni

NEL 2018 ALLA PARI DONNE E UOMINI

Solo pochi giorni dall’inizio del nuovo anno e le lavoratrici dipendenti del privato e quelle autonome hanno già subito un balzo in avanti dell’età pensionabile rispettivamente di un anno secco e di 5 mesi e, così, raggiungono la quota a regime di 66 anni e 7 mesi. Era l’ultimo scalino della riforma Fornero per arrivare alla piena equiparazione tra uomini e donne di tutti i comparti nelle regole di accesso alla pensione di vecchiaia. Una parificazione che prelude al successivo salto in alto per tutti che scatterà dal 2019, con l’aumento a 67 anni. E allora vale la pena di mettere in fila le novità e le conferme per districarsi nei requisiti previsti.

Pensione di vecchiaia. A distanza di sei anni dal varo della riforma del governo Monti si è raggiunti anche un’altra tappa nella vita di milioni di persone: la completa unificazione dell’età pensionabile per le diverse categorie di lavoratori. All’appello mancavano le lavoratrici dipendenti del settore privato, che negli ultimi due anni (2016 e 2017) potevano andare in pensione di vecchiaia a 65 anni e 7 mesi e le lavoratrici autonome (artigiane e commercianti) che potevano lasciare l’attività a 66 anni e un mese. Le dipendenti del pubblico impiego erano state equiparate agli uomini fin dal 2012. Dall’inizio di gennaio tutti a 66 anni e 7 mesi. Da quello successivo tutti con 5 mesi in più.

Pensione anticipata. Non cambiano, invece, i requisiti per la cosiddetta pensione anticipata, quella alla quale si può accedere a prescindere dall’età anagrafica, sulla base degli anni di contributi versati. Per questa formula, però, rimane la distinzione tra uomini e donne: i primi potranno lasciare il lavoro con 42 anni e 10 mesi di attività, le seconde con 41 anni e 10 mesi. Dal 2019 si aggiungeranno cinque mesi in più.

Assegno sociale. Sempre a partire dal primo gennaio è cambiato anche il limite di età richiesto per ottenere l’assegno sociale, che è quella prestazione assistenziale prevista al posto della pensione sociale per coloro che hanno bassi redditi e contributi zero o inadeguati per chiedere il pensionamento normale. Anche qui si è passati da 65 anni e 7 mesi a 66 anni e 7 mesi.

Lavori usuranti. Le regole generali presentano diverse deroghe. Quella più tradizionale riguarda coloro che svolgono mansioni usuranti o lavori notturni, come individuati nelle tabelle specifiche. Nel 2018 la pensione, per i lavoratori indicati, può essere conquistata con 61 anni e 7 mesi di età, 35

anni di contributi e il contestuale raggiungimento della quota 97,6 (come somma di età e contribuzione).

Ape Social per lavori gravosi (e non solo). Dal 2017 è possibile ottenere una sorta di pre-pensione assistenziale a partire dai 63 anni e 7 mesi per coloro che si trovano in condizioni di disagio (disoccupati, invalidi, con familiari disabili) o che svolgono attività considerate gravose (15 categorie).

Pensione per precoci. I lavoratori che si trovano nelle condizioni per ottenere l’Ape social o che sono impiegati in lavori usuranti possono agganciare direttamente la pensione anticipata con 41 anni di contributi se hanno lavorato per almeno dodici mesi durante la minore età.

Ape volontario. Il 2018 dovrebbe essere, infine, l’anno dell’Ape volontario: con la possibilità di lasciare il lavoro dai 63 anni e 7 mesi in avanti, chiedendo un prestito-ponte ventennale erogato mensilmente dall’Inps da rimborsare con rate sulla pensione maturata.

Fondo Inps

STOP ALLA PREVIDENZA INTEGRATIVA

L’Inps rinuncia alla previdenza integrativa e da quest’anno ha abrogato il fondo pensione cosiddetto residuale, FondInps, che dal 2007 accoglie il Tfr dei lavoratori «silenti»: i lavoratori, cioè, che hanno «tacitamente» destinato il trattamento di fine rapporto lavoro alla costruzione della pensione di scorta senza però scegliere il fondo pensione (opzione preferita, probabilmente, proprio perché si tratta di un fondo statale, in quanto gestito dall’Inps). Le posizioni contributive esistenti a FondInps verranno trasferite in un fondo pensione negoziale esistente, che sarà individuato con decreto ministeriale «tra quelli di maggiori dimensioni». Al fondo così individuato, inoltre, finiranno iscritti i futuri dipendenti «silenti». A stabilirlo è stato il ddl Bilancio 2018.

FondInps.

FondInps, come accennato, è il fondo pensione complementare istituito presso l’Inps, al fine di erogare una pensione integrativa (di scorta) a quella pubblica. Destinatari sono i lavoratori dipendenti che, entro sei mesi dalla data di prima assunzione, non esprimono alcuna volontà sulla destinazione del tfr maturando e che sono occupati presso aziende o presso settori che risultano sprovvisti di un fondo pensione collettivo (c.d. negoziale), un fondo individuato cioè da accordi o contratti collettivi, anche territoriali, o da accordo aziendale. Chi finisce iscritto a FondInps costruisce la pensione integrativa destinandovi esclusivamente il tfr e, liberamente, può decidere di versarvi anche contributi. Al 31 dicembre 2016 (ultimo bilancio disponibile), FondInps annovera 37.313 lavoratori dipendenti iscritti, riferibili a 3.341 aziende. Gestisce un patrimonio di 75 milioni di euro, investito tramite Unipol Assicurazioni spa in maggioranza in titoli di Stato (50 milioni di euro circa, quelli dello stato italiano).

Eliminato dal 2018.

La soppressione di FondInps, in particolare, è avvenuta da quest’anno, con decorrenza fissata da un apposito decreto (lavoro ed economia). La stessa decretazione, inoltre, stabilisce anche i criteri per individuare il fondo pensione sostitutivo di FondInps, tra quelli «negoziali di maggiori dimensioni sul piano patrimoniale» e con linee d’investimento «più prudenziali tali da garantire la restituzione del capitale e rendimenti comparabili al tasso di rivalutazione del tfr». Al fondo pensione sostitutivo finiranno iscritti tutti i futuri lavoratori «silenti», nonché le posizioni individuali già esistenti a FondiInps alla data di soppressione. Il trasferimento avverrà secondo modalità da stabilire sempre con lo stesso decreto. Il decreto verrà adottato dopo aver sentito le organizzazioni dei datori di lavoro e quelle dei lavoratori più rappresentative sul piano nazionale dei diversi comparti del settore privato.

lavoro

LUL UN ALTRO ANNO SABBATICO

Slitta al 1° gennaio 2019 (anziché 2018) l’obbligo della tenuta in modalità telematica, presso il ministero del lavoro, del Libro unico del lavoro (Lul). A fissare la proroga, con sollievo per aziende e consulenti, è il ddl Bilancio 2018, dopo che già il Milleproroghe del 2016 (il dl n. 244/2016) aveva spostato l’entrata in vigore dal 1° gennaio 2017 al 1° gennaio 2018.

Il Lul, si ricorda, ha la funzione di documentare lo stato effettivo di ogni singolo rapporto di lavoro e rappresenta per gli organi di vigilanza lo strumento attraverso il quale verificare lo stato occupazionale dell’impresa. Il datore di lavoro privato, a meno che non si tratti di datore di lavoro domestico, è tenuto a istituire e tenere il libro unico del lavoro, sul quale iscrivere i lavoratori subordinati (dipendenti), i collaboratori coordinati e continuativi e gli associati in partecipazione con apporto lavorativo.

La riforma Jobs act (art. 15 del dlgs n. 151/2015) ha stabilito che il Lul venga istituito e tenuto presso il ministero del lavoro, in modalità telematica, secondo modalità da fissare mediante un apposito decreto ministeriale. Dal 2015 a oggi, però, del decreto non c’è stata traccia. Il ddl Bilancio 2018 ha fissato la proroga dell’obbligo al 1° gennaio 2019.

Legge 104

COME FRUIRE DEI PERMESSI A ORE

Non tutti forse sanno che i permessi per la legge 104 possono essere fruiti anche a ore. A spiegare come usufruirne in modo frazionato è il portale di informazione giuridica Studio Cataldi che precisa come non sia prevista dalla legge 104, ma attraverso delle circolari dell’Inps che fanno chiarezza su come poterne disporre. A stabilire come sia possibile utilizzare i tre giorni al mese nel settore privato, dividendoli in permessi orari è la numero 15995/2007, si legge sullo Studio Cataldi, specificando che non si sarebbero potute superare le 18 ore mensili. In seguito con un altro messaggio, il numero 16866/2007 ha aggiunto che il limite orario di 18 ore vada riferito ai casi in cui l’orario di lavoro sia di 36 ore divise per 6 giorni. Per tutti gli altri casi va applicato questo algoritmo: orario di lavoro diviso numero di giorni lavorati settimanali per tre. Il risultato sono le ore di cui si può fruire in modo frazionato.

Nel settore pubblico, invece, spiega lo Studio Cataldi, è stata subordinata a un’esplicita previsione nel Ccnl di comparto. Anche in questo caso il tetto fissato è di 18 ore senza che venga concesso il diritto a godere del residuo nel mese successivo.

Carlo Pareto

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