giovedì, 20 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Piccole note a margine sulla legge elettorale
Pubblicato il 19-01-2018


Si è parlato piuttosto ampiamente della nuova legge elettorale: il Rosatellum (II). Ne sono stati sottolineati gli evidenti limiti, che la rendono, nel merito, una pessima legge. La quale (ancora una volta, verrebbe da dire) non mette al primo posto gli elettori, i cittadini. Ma, pare più pensata per chi l’ha fatta, rispetto a chi la deve usare.
Una delle “scriminanti” per essa, fu individuata nel fatto di essere migliore della precedente: il Porcelluma di berlusconiana memoria. Il quale non pochi guai ha prodotto alla democrazia e alla qualità politica del nostro paese; non avendo certo bisogno di esaltare ancor di più il lato dell’appartenenza politica, al fine di essere eletti in Parlamento, rispetto alla tanto ricercata (e richiesta) competenza. Senza contare i disastri di un sistema elettorale che “de-territorializzava” il rapporto eletto elettore, rendendolo puramente formale.
Il tutto giocato su un piano inclinato, quanto distorto, che vedeva, da una parte, e per le elezioni locali, sistemi con la preferenza, contrapposti ad un uno nazionale, a liste bloccate. Con il naturale risultato che i partiti perdevano ogni capacità di “guida” nei confronti delle federazioni locali. Anzi, la piramide, in un certo senso si rovesciava, con gli esponenti nazionali “costretti” a stare alle logiche territoriali, non di rado clientelari.
Non si sa, e lo si crede poco, che il Rosatellum sia la risposta sensata a tutto questo. Di certo, è un compromesso al ribasso, frutto di accordi volti, ovviamente, alla sopravvivenza di chi li ha fatti. Ed anticipato da un dibattito oggettivamente anemico, su un argomento di vitale importanza.
Eppure, quella sulla legge elettorale, non è solo una questione “tecnica”, ma anche culturale. E che lo sia, bastava vedere i danni provocati dal Porcellum per capirlo.
Ma, non abbiamo sentito vibrare in parlamento alti discorsi sull’argomento. E questo, il Rosatellum, ne è il risultato.
Gli accordi, le alleanze, e gli apparentamenti politici che ne stanno derivando, portano a fare una piccola riflessione.
In Italia guai a parlare di uninominale. Tranne i radicali, e qualche isolata voce sparsa trasversalmente nelle altre compagini politiche, è un discorso che mai è stato approfondito. Ed anche quando abbiamo introdotto il Mattarellum, ci siamo guadati bene dal renderlo “puro”. Anzi, infondendo in esso dosi di rappresentatività (leggi proporzionale), lo si è relegato nell’ambito delle leggi instabili.
In questo periodo di movimenti elettorali, dovuti all’avvicinarsi delle elezioni politiche, tutti cercano di “massimizzare”. Tradotto, cecano posti (anche legittimamente, per carità).
Molte delle liste costruite intorno al partito (o ai partiti) maggiore, ed in alleanza con esso, sanno che difficilmente raggiungeranno il quorum per avere loro candidati eletti nel proporzionale.
Cercheranno, quindi, spazio nelle liste dei grandi partiti, che possono assicurare un’elezione, altrimenti impossibile, con candidature nei collegi uninominali, più o meno blindati.
Allora, viene da dire, ci si è lamentati che l’uninominale non garantirebbe la “giusta” rappresentatività; che con esso sarebbero sparite le sensibilità politiche, comprese storie certo importanti, ed ora non si è arrivati nient’altro che allo stesso risultato di fatto, senza però i benefici di un sistema chiaro come l’uninominale.
I partiti più grandi, infondo, non fanno altro che concedere un diritto di tribuna. Cosa che è sempre possibile anche in regime di uninominale.
Ma, forse, il problema sta a monte: ovvero, nella mancanza totale di dibattito su un tema di importanza fondamentale per una virtuosa vita democratica.
Si continua a vivacchiare. Come l’Italia, del resto. Perché tutti già sanno che, chiuse le urne, difficilmente ci sarà un vincitore.

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Commenti all'articolo
  1. Forse l’autore di queste righe non vede sbagliato nel dire che “In Italia guai a parlare di uninominale”, nel senso che in fondo in fondo sarà proprio ed effettivamente così, ancorché in tempi non troppo lontani i pronunciamenti fossero non di rado di altro e diverso segno.

    Se la memoria non mi tradisce, ricordo infatti che nella fase antecedente l’attuale legge elettorale non erano in pochi ad esprimersi per un sistema maggioritario, attribuendovi il pregio di indicare fin da subito il vincitore – una volta aperte le urne e terminato lo scrutino delle schede – e favorire dunque la governabilità..

    E in tale logica non v’è dubbio che il collegio uninominale rappresenti il meccanismo che più si addice al maggioritario, quantomeno a detta di numerosi esperti della materia, e se non vado errato mi sembra che anche in casa socialista, con riferimento al PSI, si propendesse allora per detto sistema.

    Avvicinandosi il momento del voto, pare invece che la candidatura nei collegi uninominali non sia molto ambita da chi in precedenza si era semmai espresso a favore del metodo, salvo non si tratti di un collegio blindato, ossia sicuro, o non ci si presenti anche in una lista bloccata del proporzionale, laddove il partito può veder eletti propri rappresentanti

    Non so se questa mia impressione sia o meno fondata, ma se lo fosse starebbe ad indicare una non piccola contraddizione e incoerenza, che non fa bene alla politica, dalla quale ci aspetteremmo una certa qual costanza e congruenza (visto che crediamo ancora nel primato della politica, o ci illudiamo che possa essere così).

    Paolo B. 19.01.2018

  2. Forse l’autore di queste righe non vede sbagliato nel dire che “In Italia guai a parlare di uninominale”, nel senso che in fondo in fondo sarà proprio ed effettivamente così, ancorché in tempi non troppo lontani i pronunciamenti fossero non di rado di altro e diverso segno.

    Se la memoria non mi tradisce, ricordo infatti che nella fase antecedente l’attuale legge elettorale non erano in pochi ad esprimersi per un sistema maggioritario, attribuendovi il pregio di indicare fin da subito il vincitore – una volta aperte le urne e terminato lo scrutino delle schede – e favorire dunque la governabilità..

    E in tale logica non v’è dubbio che il collegio uninominale rappresenti il meccanismo che più si addice al maggioritario, quantomeno a detta di numerosi esperti della materia, e se non vado errato mi sembra che anche in casa socialista, con riferimento al PSI, si propendesse allora per detto sistema.

    Avvicinandosi il momento del voto, pare invece che la candidatura nei collegi uninominali non sia molto ambita da chi in precedenza si era semmai espresso a favore del metodo, salvo non si tratti di un collegio blindato, ossia sicuro, o non ci si presenti anche in una lista bloccata del proporzionale, laddove il partito può veder eletti propri rappresentanti

    Non so se questa mia impressione sia o meno fondata, ma se lo fosse starebbe ad indicare una non piccola contraddizione e incoerenza, che non fa bene alla politica, dalla quale ci aspetteremmo una certa qual costanza e congruenza (visto che crediamo ancora nel primato della politica, o ci illudiamo che possa essere così).

    Paolo B. 19.01.2018

  3. Gentile Paolo, mi scusi se rispondo con forte ritardo.
    Condivido le sue considerazioni. Troppe incongruenze sulla legge elettorale, su un argomento di fondamentale importanza, del resto, per la qualità della democrazia.
    Che in Italia i risultati referendari siano un semplice consiglio per la classe dirigente, lo si era capito da tempo (poi non ci si lamenti che il rapporto con i cittadini si deteriori). Ma, anni fa, gli italiani si pronunciarono in maniera netta su come volessero fosse impostata la legge elettorale. Già il Mattarellum fu un mezzo tradimento. Il resto è noto. E che ora ci siano i collegi, non cambia il volto ad una legge elettorale che, al massimo, è stata definita “meglio del Porcellum” (alleluia!). Poi, assistiamo alla fuga dai collegi, o alla corsa per quei pochi sicuri, o presunti tali. Non è un bello spettacolo. Se ha modo di rivedere la polemica (alta e costruttiva) di Einaudi contro il proporzionale, si renderà conto dello iato rispetto all’oggi. L’uninominale è un maggioritario senza alchimie o premi. Sacrifica la rappresentanza? Vero, se la intendiamo come l’abbiamo intesa per decenni. Ma, oltre al rappresentare, bisogna governare. E, soprattutto, il cittadino deve essere rimesso in condizione di sentire che il suo voto conta davvero. Tra i vari caratteri del populismo c’è la sensazione della gente che tutto sia immutabile. Nessuno ha fatto della legge elettorale una battaglia politico-programmatica. Le condizioni erano quelle che conosciamo, al momento dell’approvazione. Ma, credo, che il dibattito sia stato all’altezza del risultato. Cordialmente
    Raffaele Tedesco

  4. Pure io giungo in ritardo di qualche giorno, rispetto al commento di Raffaele, avendolo visto e letto soltanto oggi, ma ritorno volentieri sull’argomento, voi perché lo ritengo un tema importante vuoi perché ho già avuto modo di esprimermi al riguardo, anche sulle pagine di questo giornale (pur se non sappiamo se e quando la politica vorrà riprendere in mano la legge elettorale, tramite una Assemblea Costituente o in altra maniera).

    Se l’obiettivo è quello di coniugare governabilità e rappresentanza, a me pare che la via più indicata sia quella del Presidenzialismo, o Premierato forte, o comunque figure elette direttamente e col candidato a tale ruolo che sia sostenibile, oltre che da un’unica lista, anche da una coalizione in cui ciascuna forza si presenta con proprio simbolo e propria lista (una impostazione che a mio avviso consente pure basse soglie di sbarramento).

    La reintroduzione delle preferenze legherebbe poi al territorio i singoli candidati, e le liste tornerebbero ad essere “lunghe”, tali cioè da poter arrivare fino al numero degli eleggibili per circoscrizione, come era in passato, se non ricordo male, il che eviterebbe le tensioni osservate in questi giorni per entrare nei “listini” plurinominali-bloccati, o vedersi assegnato un collegio sicuro o quasi (visto che sarebbero poi le preferenze a dire l’ultima parola).

    E’ vero che dal sistema delle preferenze escono eletti tendenzialmente forti, che potrebbero “condizionare” in qualche misura il Presidente o Primo Ministro, ma se ad egli è data facoltà di poter sciogliere le Assemblee detto “condizionamento” non potrà andare oltre certi livelli, e lo stesso può dirsi per gli eventuali “ribaltoni”, pena il vedersi “mandati a casa”, come si usa dire, attraverso per l’appunto lo scioglimento delle Assemblee

    Non ho ovviamente la pretesa di essere nel giusto, ma a me sembra che in questo modo verrebbe soddisfatta sia la governabilità sia la rappresentanza, e si ridimensionerebbe anche il senso della soglia di sbarramento (se la memoria non mi tradisce si muoveva su questi binari la Riforma Costituzionale, di iniziativa del centro-destra, che non superò il Referendum del 2006.

    Cordialità anche da parte mia

    Paolo B. 28.01.2018

  5. Caro Paolo, non so quale potrebbe essere un assetto istituzionale consono ad un paese come il nostro. Di certo, dobbiamo venire a capo di una certa fragilità di fondo. Però, la legge elettorale può fare molto. Storicamente, non vedo di buon occhio il proporzionale con le preferenze. Soprattutto quando la possibilità di preferenza è alta. E non lo dico per pregiudizio, anzi. Però, non ha funzionato. Invece, credo che per una certa chiarezza, forse un uninominale potrebbe essere una soluzione su cui riflettere. In Italia, è stato visto sempre come fumo negli occhi. Ma, una discussione seria andrebbe fatta. Manca, ed è mancata, purtroppo.

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