lunedì, 15 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Rivoluzione permanente e l’involuzione della Rivoluzione d’Ottobre
Pubblicato il 02-01-2018


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MicroMega (7/2017) ha celebrato l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre ricordando, come afferma Paolo Flores D’Arcais in “Rivoluzione contro Rivoluzione”, che occorre ricordare “le correnti rivoluzionarie eretiche, gli sconfitti anziché i vincitori”; ciò perché, a parere del direttore del periodico, “le tradizioni rivoluzionarie, neglette e spesso dimenticate […], vanno ri-costruite e ri-pensate, perché portano con sé alcuni elementi potenziali ancora fecondi, mentre le vicende del potere bolscevico, almeno da Kronštad in poi, insegna solo cosa una rivoluzione non può e non deve essere”.

Le parole di D’Arcais, “come linea generale” da seguirsi nello svolgimento di qualsiasi discorso possa essere fatto intorno ad un evento “rivoluzionario” (non soltanto in senso politico), quale è stato la Rivoluzione russa del 1917, costituiscono un vincolo ineludibile, soprattutto se quell’evento è stato il “crogiuolo” di fermenti politici e culturali il cui sviluppo avrebbe consentito il disvelamento di “verità” che la sua involuzione in senso “controrivoluzionario” ha impedito fossero colte.

Uno dei fermenti, nati durante la fase organizzativa della società sovietica, dopo l’abbattimento dello Stato monarchico ed autocratico zarista, è insorto, a partire dagli anni Venti, con la fine del “comunismo di guerra” e l’inaugurazione della cosiddetta “Nuova Politica Economica” (NEP), che ha segnato l’inizio del dibattito tra i principali protagonisti della Rivoluzione e tra i membri dei suoi più importanti organi direttivi. Il dibattito ha riguardato il modo in cui poteva essere organizzato e gestito, in presenza delle particolari condizioni economiche di arretratezza della Russia del tempo, il sistema produttivo, finalizzato all’edificazione della società socialista: fatto, questo, di solito oscurato dalla prevalente considerazione degli aspetti ideologici che hanno accompagnato i fatti che si sono succeduti in Russia dopo il 1917.

Il problema che ha dato luogo al dibattito ha riguardato il modo in cui doveva essere regolato il rapporto tra il principale settore produttivo russo, quello agricolo, e quello che, nella strategia rivoluzionaria, doveva essere privilegiato, il settore industriale, largamente arretrato. Il dibattito, che nella letteratura economica ha preso il nome di “problema del calcolo economico in una società socialista”, ha avuto ad oggetto la determinazione, all’interno del nuovo contesto sociale nel quale era stato abolito il mercato, degli opportuni “indici” (prezzi), in base ai quali regolare in modo automatico (quindi senza implicazioni prescrittive) gli scambi tra il settore agricolo e quello industriale, rispettando le “necessarie convenienze economiche” da parte delle unità di produzione presenti in entrambi i settori.

La discussione in seno al Partito comunista si è presto radicalizzata, determinando una “spaccatura” tra chi lamentava, in assenza di un meccanismo automatico di regolazione degli scambi, che al settore industriale fosse consentito arbitrariamente di imporre prezzi eccessivamente alti, a danno del settore agricolo, e chi, invece, criticava la maggioranza, riunita in seno al partito intorno al “triunvirato” formato da Stalin, Zinov’ev e Kamenev, imputando ad essa, con l’inaugurazione della NEP, un parziale ritorno al capitalismo.

Nel 1923, alla vigilia della celebrazione del XII Congresso del partito, all’interno dei suoi organi direttivi si è polarizzato un conflitto, destinato a protrarsi per tutti gli anni Venti e a concludersi tragicamente per molti suoi protagonisti, tra il “triunvirato” e coloro che si identificavano nella cosiddetta “Opposizione di sinistra”. Non è semplice definire cosa sia stata realmente questa opposizione; essa – secondo Virginia Pili (“Lev Trockij e l’opposizione di sinistra: 1920-1940”, in MicroMega 7/2017) era espressa da un gruppo eterogeneo di rivoluzionari, composto da figure diversissime tra loro, come, per citare i nomi più famosi, Eugenij Preobrazhenski, Nikolaj Bucharin, Karl Radek; costoro si raccoglievano “attorno a Lev Trockij, leggendario commissario del popolo alla guerra, artefice della vittoria sulle armate bianche”, perché in lui vedevano l’unica figura capace di opporsi alla “deriva neocapitalista (nella società) e burocratico-autoritaria (nel Partito)”.

Sempre nel 1923, dopo che il Plenum del Comitato Centrale del partito aveva approvato l’abbassamento dei prezzi industriali, mostrando con l’inaugurazione della NEP di voler avvalersi di un parziale ritorno a rapporti di produzione propri di un’economia capitalistica, l’opposizione di sinistra ha denunciato apertamente (con la “Dichiarazione dei 46”) la politica perseguita dal “triunvirato”.

La situazione interna al partito è improvvisamente precipitata nel 1924, con la morte di Lenin; egli lasciava un “testamento” che la tradizione vuole che non sia stato reso subito di pubblico pubblico; in esso Lenin formulava delle valutazioni sul alcuni rivoluzionari, in quanto possibili futuri segretari del partito. Nel “testamento”, Bucharin veniva considerato il maggior teorico bolscevico e il più amato dall’intero partito, con riserve sulla sua capacità di svolgere un’azione pratica adeguata, mentre Trockij era considerato “personalmente il più capace”, ma criticato per l’eccessiva fiducia che riponeva nelle proprie capacità. Il giudizio di Lenin su Stalin era negativo: “Il compagno Stalin – affermava Lenin -, essendo diventato segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un illimitato potere, e non sono sicuro che saprà sempre usarlo con sufficiente prudenza”.

Il potere che Stalin aveva nelle sue mani ha avuto un peso decisivo nella lotta per la successione; solo Trockij ha cercato di contrastarlo, non solo sul piano della direzione del Partito, ma anche sul piano della politica economica, sostenendo una tesi che negli anni precedenti era stata condivisa da Lenin; ovvero, che un Paese arretrato come la Russia poteva realizzare la società socialista, a condizione che la Rivoluzione fosse stata esportata anche in altri Paesi; pena, se ciò non fosse accaduto, la possibilità che la società dei soviet andasse incontro a processi degenerativi.

Nella lotta per la successione nella segreteria del partito è risultata decisiva la discussione sul rapporto tra rivoluzione mondiale e rivoluzione russa; si contrapponevano due concezioni: quella della “Rivoluzione Permanente”, sostenuta da Trockij e quella della possibilità di costruire il socialismo in un solo Paese, l’Unione Sovietica, in condizioni di accerchiamento capitalista, sostenuta da Stalin. Nei confronti di Stalin, Trockij partiva da una posizione di svantaggio: per quanto egli godesse di un grande prestigio all’interno dell’URSS, Stalin poteva fare leva sul fatto che i tentativi rivoluzionari esperiti in altri Paesi erano falliti. In tal modo, non è stato difficile per Stalin fare prevalere la sua posizione, oltre che all’interno del Partito comunista russo, anche all’interno della Terza Internazionale, divenuta un organismo a sostegno della politica interna e internazionale dello Stato sovietico. Lo scontro tra Stalin e Trockij è proseguito allargandosi successivamente dalla politica estera agli aspetti della politica interna, il più importante dei quali era rappresentato dalla determinazione del ritmo che si intendeva imprimere al processo d’industrializzazione.

Durante la NEP, una parte degli agricoltori si era arricchita, ed era nata una classe di kulaki (contadini ricchi); Trockij, appoggiato da Zinov’ev e da Kamenev, che nel frattempo avevano abbandonato l’alleanza con Stalin, sosteneva che occorresse lottare subito a fondo contro di loro, mentre Stalin, col quale si era schierato (dopo avere abbandonato l’opposizione di sinistra) Nicolaij Bucharin, era del parere che ancora non fossero maturate le condizioni necessarie. Nel 1927, la sinistra è stata messa in minoranza, con Trockij espulso dal partito, mentre Zinov’ev e Kamenev, accettavano le tesi di Stalin. La nuova maggioranza ha potuto così imputare all’ideologia trockijsta la responsabilità delle difficoltà che l’URSS doveva affrontare nell’organizzazione della propria industrializzazione, provvedendo ad eliminare tutti coloro che in tale ideologia si identificavano.

Nel 1928, la nuova maggioranza, liberatasi del trockijsmo, ha inaugurato la politica di industrializzane accelerata dell’URSS, fondata principalmente sulla collettivizzazione del settore agricolo, a spese, oltre che degli operatori agricoli, anche dell’intera popolazione e, in generale, di tutta la forza lavoro, parte della quale costretta al lavoro forzato. Alla fortissima accelerazione che Stalin ha impresso al processo di industrializzazione si è opposto Bucharin (supportato da Aleksey Rykov e Mikhail Tomsky), perché convinto che fosse più conveniente dal punto di vista economico e da quello sociale conservare la presenza all’interno del sistema economico sovietico di ciò che ancora residuava delle attività agricole orientate al mercato.

Gli esiti negativi della collettivizzazione hanno spinto successivamente Bucharin a rimproverare a Stalin una politica improvvisata e troppo empirica; secondo Bucharin, la questione si poneva in termini molto diversi; in sostanza, egli affermava che, perché il settore agricolo collettivizzato non era ancora in grado di fornire sufficienti surplus, era necessario normalizzare i rapporti con i ceti contadini. Stalin era invece di tutt’altro avviso: a sua parere, fino a quando il settore agricolo non fosse stato in grado di risolvere il problema della fornitura delle risorse agricole necessarie per sostenere il processo di industrializzazione, era indispensabile ricorrere alle misure straordinarie della sua collettivizzazione.

In altre parole, mentre Stalin riteneva che lo scambio non equivalente (tra industria e agricoltura) e la presenza del mercato fossero due cose incompatibili, in quanto la seconda ostacolava la prima. Bucharin, invece, sosteneva che il drenaggio delle risorse agricole dovesse effettuarsi in termini meno drastici, attraverso una parziale conservazione dei meccanismi di mercato. Nessuno dei due aveva ragione: da un lato, infatti, era assurdo pensare che attraverso la conservazione di un certo numero di unità di produzione agricole orientate al mercato fosse possibile drenare coercitivamente le risorse agricole, per supportare lo sviluppo accelerato dell’industria pesante; dall’altro lato, era altrettanto assurdo non pensare che il ricorso a misure eccezionali avrebbe compromesso, non solo l’equilibrato rapporto tra settore agricolo e settore industriale, ma avrebbe, anche e soprattutto, comportato il “tradimento” delle finalità democratiche ed equitative sul piano distributivo della Rivoluzione d’Ottobre.

Il realismo di Stalin è riuscito tuttavia ad imporsi, respingendo l’appello alla prudenza lanciato dalla destra del partito espressa principalmente da Bucharin, Rykov e Tomski. Contro di essa non ha tardato ad abbattersi l’”ira” di Stalin con il processo del 1938, intentato contro il cosiddetto “blocco trotskista di destra”, che ha coinvolto 21 imputati, accusati dal procuratore Andrej Vyšinskij dei crimini più assurdi e più gravi. Con la morte di gran parte degli imputati e con l’impiego del terrore, Stalin è riuscito così a liberarsi dell’ultimo grande ostacolo che si opponeva alla realizzazione della società socialista attraverso il culto della sua personalità.

Poteva essere evitato il dramma che ha portato alla soppressione fisica di molti di coloro che avevano animato il dibattito sulle modalità di realizzazione di un processo di accumulazione sufficiente a sostenere l’industrializzazione all’interno di un sistema sociale arretrato in condizioni di libertà di opinione e di equità distributiva? Forse si, se i partiti comunisti occidentali, nati dalla scissione dei vecchi partiti socialdemocratici per volontà della dirigenza rivoluzionaria russa, anziché “infangare” – come afferma D’Arcais – in modo vergognoso molte personalità rivoluzionarie e appoggiare il satrapo georgiano nei processi-farsa (coi quali ha mandato quelle personalità “sotto terra”, perché a lui contrarie), avessero concorso ad arricchire il dibattito, sostenendo che l’equilibrato rapporto tra i due settori portanti del processo di accumulazione (quello agricolo e quello industriale) non poteva essere garantito, in mancanza della possibilità di effettuare il “calcolo economico” senza la presenza di un mercato generale, attraverso l’impiego di prezzi determinati su basi amministrative.

I partiti comunisti dell’Occidente si trovavano nelle condizioni migliori per “ammansire” la politica terroristica di Stalin, portando, ad esempio, a sostegno delle posizioni di Bucharin e compagni, i termini del dibattito in corso in Occidente all’interno dell’analisi economica, riguardante l’impossibilità del razionale calcolo economico in un sistema sociale, privo, sia del mercato, che della libertà di scelta dei gestori delle attività economiche collettivizzate.

Responsabile di questo atteggiamento dei partiti comunisti occidentali è stata anche una parte della corporazione tradizionale degli economisti, studiosi delle condizioni di funzionamento delle economie di mercato; questi, convertiti sulla “Via di Damasco” dalla Rivoluzione d’Ottobre, hanno elaborato una teoria della pianificazione, che ha spinto i partiti comunisti occidentali a schierarsi a sostegno delle tesi staliniste, ignorando le critiche che venivano rivolte a tale teoria e sostenendo la “superiorità” dell’impiego del piano in luogo del mercato regolato.

I partiti comunisti occidentali hanno continuato per decenni a tacciare di trockijsmo tutti coloro che mettevano in evidenza i guasti sociali ed economici dell’impiego discrezionale della pianificazione in luogo del mercato, come strumento di governo del funzionamento del sistema economico; in tal modo, essi, hanno continuato ad “infangare”, per anni chi (come Bucharin) tentava, pur da posizioni parzialmente vere, di salvare il senso e il fine che avevano ispirato la Rivoluzione d’Ottobre: l’abbattimento di ogni forma di potere autocratico e la realizzazione di una società equa sul piano della distribuzione del prodotto sociale.

È stata necessaria la crisi del sistema del socialismo reale, perché i comunisti occidentali riconoscessero il fallimento delle economie pianificate di stampo totalitario in Russia e nell’Europa dell’Est, e riconoscessero anche che, mentre la costruzione della società socialista attraverso l’impiego della pianificazione e del terrore falliva in URSS, la realizzazione di una società conforme, sebbene ancora parzialmente, alla soddisfazione dei principi della Rivoluzione del 1789 aveva successo in Occidente, con il contributo di quei partiti socialdemocratici, tanto “infangati” da quelli comunisti.

I partiti socialdemocratici, infatti, dopo aver subito gli attacchi disgreganti dell’ortodossia leninista, con le loro idee e la loro forza, hanno concorso a realizzare un’organizzazione sociale fondata sull’equilibrio tra “libertà di scelta, efficienza nell’uso delle risorse e giustizia sociale”; ciò che avrebbe dovuto costituire l’obiettivo irrinunciabile di quanti hanno operato in Russia dopo l’evento rivoluzionario.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Evidentemente il Prof. D’Arcais vive in uno splendido e pacifico universo teorico fatto di libri e studi, in cui si può fantasticare di altri mondi e altri scenari possibili. La realtà è altra cosa. La politica, un secolo fa, si faceva in strada piuttosto che negli studi, e a vincere era, di solito, il più forte. Anche Lenin, fosse rimasto un teorico marxista, senza ordinare rapine proletarie ed assassinii politici non sarebbe andato lontano, nella Russia dell’epoca, in cui lo Zar e i suoi non erano meno spietati di Ulijanov. Non a caso, Lenin vinse, Martov e altri no.
    Ora, immaginare i partiti comunisti occidentali degli anni Venti e Trenta che intervengono nelle vicende dell’Urss per cambiarne il corso mi sembra un esercizio di futile e utopistico contorsionismo. Oltretutto poco credibile. Infatti basta leggere dell’arroganza e disprezzo con i quali gli inviati sovietici trattavano i neofiti cinesi, e parliamo di anni Cinquanta, nella Cina comunista che, almeno in teoria, poteva confrontarsi alla pari con i russi, per immaginare il complesso di inferiorità che i comunisti occidentali dovevano nutrire verso i sovietici negli anni precedenti la seconda guerra.
    Stalin vinse perché era il più forte, perché a differenza degli avversari, criminali non meno di lui ( tutti, anche Trockij ) ma dilettanti del crimine, egli era un professionista. Come Hitler, Mao, Tito.
    Georgiano furbo e vendicativo, Stalin, il cui ideale di capo era Ivan “il terribile”, concepiva la lotta politica come lotta di belve regolata dalla legge della giungla, ammazzo o sarò ammazzato. Egli avrebbe eliminato anche sua madre se gli si fosse schierata contro. Questa è la Storia. Il resto è intrattenimento teorico.
    Cordiali saluti, Mario Mosca.

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