sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Romanzo famigliare, il nuovo family drama di Francesca Archibugi
Pubblicato il 17-01-2018


Romanzo-famigliare-1000x600La nuova serie tv “Romanzo famigliare”, scritto da Francesca Archibugi (insieme con Elena Bucaccio), ha avuto un successo di pubblico, anche sui social, sorprendente: complessivamente pari a un totale di circa 5.637.000 spettatori con il 22.2% di share. Dopo “Romanzo criminale”, arriva “Romanzo famigliare”, ma spicca per originalità. Innanzitutto per la struttura in capitoli, tipica di un romanzo letterario, come quelli francesi ottocenteschi: di Zola (e dei suoi “Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero”, in venti romanzi scritti dal 1871 al 1893, opera che segna la nascita del romanzo realista del naturalismo) o di Honoré de Balzac (si pensi ad esempio a “La comédie humaine”, “La commedia umana”, in cui descrisse la società francese dell’epoca attraverso innumerevoli opere), o di Gustave Flaubert (la sua Madame Bovary, scritto dal 1837 al 1856, ha qualche cosa che ricorda la protagonista Emma di “Romanzo Famigliare”); ma anche del ceppo germanico, stilato dal tedesco Thomas Mann a partire dai suoi “Buddenbrook: decadenza di una famiglia”; o inglesi come quelli di Dickens (“Hard times” -1854- da una parte e “Great Expectations” -1860- dall’altra, in primis). Superata per poco negli ascolti al primo appuntamento da “Quo vado” di Checco Zalone (che ottiene sei milioni 259mila spettatori, con uno share quasi del 25% -24,98%-, contro i 5 milioni e 637mila dell’opera della Archibugi e il ‘suo’ 22,2% di share) batte, invece -alla successiva puntata-, “Andiamo a quel paese” di Ficarra e Picone (5.434.000 spettatori e 21,8% di share per “Romanzo famigliare”, contro 3.887.000 spettatori e 15,9% di share per il film di Ficarra e Picone). Poi c’è la novità della voce narrante di Marco Messeri (che è Vanni, autista da quasi 40 anni, ben 39, della famiglia Liegi da cui proviene Emma). Con un cast d’eccezione guidato da Vittoria Puccini (nei panni di Emma) e Giancarlo Giannini (nelle vesti del padre Gian Pietro Liegi), l’aspetto più inedito (piuttosto che Milano o Torino o altri posti più classici) è la location di Livorno (con il lungomare, la terrazza Mascagni, il porto e l’Accademia Navale). E poi la presenza della Marina militare con il suo rigore, rappresentata in maniera diametralmente opposta a quella mostrata dalla fiction con Claudio Amendola e Carolina Crescentini: “Lampedusa-dall’orizzonte in poi”, miniserie TV per la regia di Marco Pontecorvo (del 2016); qui la Marina soccorreva i rifugiati che sbarcavano sulle coste italiane del Mediterraneo, salvando molte vite umane. In “Romanzo famigliare”, invece, vediamo che anche all’interno di essa vi sono dei problemi, nonostante le rigide gerarchie e gli obblighi e i dettami che vigono, le ferree regole che vanno rispettate come doveri inviolabili. Non mancano, infatti -oltre agli aspetti positivi-, quelli negativi di angherie, molestie, offese, quasi una sorta di nonnismo, ottemperato ai danni di un militare della marina però donna, semplicemente perché è una femmina e non un maschio a vestire quella divisa: si tratta di Nicoletta detta ‘Nicola’ (alias Barbara Venturato); ma non sarà la sola, intanto la Marina militare diventa simbolo di identità nazional-patriottica. “Capitano, che faccio di sbagliato perché mi odiano tutti?” -chiede alla fine esausta- al suo capitano che è il marito di Emma e padre di Micol, ovvero l’ex allievo dell’Accademia Navale e ora Tenente di Vascello, Agostino Pagnotta (Guido Caprino). L’attore già aveva recitato in molte fiction (Il Commissario Manara, In Treatment, I Medici) e anche per quelle per Sky (1992 e 1993, su Tangentopoli e Mani pulite, dove era il veterano della Marina Militare Pietro Bosco, schieratosi in politica con la Lega Nord dopo essere tornato reduce dalla Guerra del Golfo).
Con il suo ordine la Marina militare contrasta con il caos che regna nella vita della protagonista Emma (Vittoria Puccini). Il nome richiama (come un po’ lo stile della serie) quella omonima e similare Emma interpretata da Vanessa Incontrada in “Un’altra vita”. Anche lei vorrebbe un’altra vita per sé e per la figlia Micol (la convincente esordiente Fotinì Peluso), proprio come quella dell’altra serie. Si ritrova a vivere un’esperienza catartica, che le fa prendere coscienza di sé; quasi un’epifania (per dirla con Virginia Woolf o meglio James Joyce, per rimanere in ambito letterario): una Livorno che diventa come Dublino, un personaggio stesso dell’opera, un personaggio che scatena nei protagonisti una sorta di flusso di coscienza e di monologo interiore (a tratti silenzioso, muto, ma ben visibile, riconoscibile e intuibile in maniera fragorosa -quasi a stravolgere ogni ordine tradizionale classico e cronologico-). Un po’ come rievocano la memoria le madelaines con il loro profumo nel protagonista in “À la recherche du temps perdu” di Marcel Proust (romanzo scritto tra il 1909 e il 1922 e pubblicato nell’arco di 14 anni -tra il 1913 e il 1927-, di cui gli ultimi tre volumi sono postumi). Ogni dimensione temporale viene annullata, proprio simbolicamente dal fatto che lei fa parte di una nobile famiglia ebrea livornese (ma senza che vi sia stato nessun mutamento apparente nel tempo delle sue condizioni socio-economico-esistenziali); e anche quelle di spazio, poiché ci si trasferisce da Roma a Livorno, ma è come se poi nulla cambi in fondo. Flusso di coscienza perché i personaggi fanno i conti con la propria coscienza. Eppure è come se si dicesse che c’è sempre un momento nella vita in cui essa ti dà l’occasione di crescere, l’opportunità per cambiare ed evolvere; e non conta il ceto sociale o il luogo: tutti abbiamo dei demoni con cui combattere (nella Marina, nelle classi più abbienti e ricche, nei giovani e negli adulti). Non c’è solo il rapporto madre-figlia, padre-figlia, genitori-figli, la ricerca della propria identità e un racconto di formazione per i singoli protagonisti, ma “Romanzo famigliare” è la storia “allargata” di tanti legami che si vengono a creare (amicizie e non solo), di fiducia, di affetto, di rispetto, di stima, di riscatto. Soprattutto al femminile, mostrando anche quanto la figura della donna sia evoluta nel tempo. Un confronto tra passato e presente per guardare al futuro in modo diverso. “Fai incontrare ciò che eri con ciò che sei, ma il passato -si sa- ti cambia”, si dice nella serie. Micol scoprirà che Agostino potrebbe non essere il suo vero padre, ma forse lo è un ex fidanzato della madre (che lei rincontra): Giorgio Valpredi (Andrea Bosca). Giorgio stesso le dirà se ha mai pensato a come sarebbero andate le cose se fossero rimasti insieme e se Micol fosse davvero sua figlia. Lei è più matura dei suoi sedici anni, aveva sempre badato alla madre, quasi più immatura e irresponsabile, incapace di badare a sé e alla figlia, di darle un punto di riferimento e stabilità, soprattutto emotiva, di occuparsene e di preoccuparsi per lei: più due sorelle che una madre e una figlia, eppure si assomigliano più di quanto loro stesse non pensino. Micol rimarrà incinta del suo insegnante di clarinetto Federico (Francesco Di Raimondo), proprio come la madre l’aveva avuta a 17. Lei dirà di avere “un gatto nero nella pancia”, che ricorda un po’ il film di animazione francese di Alain Gagnol: “Un gatto a Parigi” (del 2010). Qui il protagonista è Dino, un gatto dalla doppia vita: di giorno vive con Zoe, una ragazzina la cui mamma Jeanne è agente di polizia; di notte lavora con Nico, un ladro dal cuore grande. Zoe si è chiusa nel silenzio dopo la morte del padre, avvenuta per mano del gangster Costa. Un giorno il gatto Dino porta a Zoe un bracciale preziosissimo. Metaforicamente Zoe potrebbe essere Micol e il bracciale preziosissimo la gravidanza (una fortuna e una sciagura al contempo), il gatto -invece- la musica e il clarinetto che suona con Federico. Inoltre anche la sigla di “Romanzo famigliare” ricorda la grafica dello stesso genere del film d’animazione francese. E, a proposito di metafore, pure Gian Pietro Liegi viene visto come estensione del serpente che tiene in casa (e che si ciba di topolini), ma “il serpente è un po’ acciaccato” -confessa lui stesso, ammalato e stanco-.
Non appena si scopre la verità, il nonno vuole farla abortire, mentre una dottoressa (Tullia Zampi, interpretata in modo molto misurato da Anna Galiena) la consiglierà e sosterrà nel modo giusto. Dicendo una verità su cui si fonda “Romanzo famigliare”: “il patrimonio genetico è più importante di quello immobiliare”; non contano i beni e le ricchezze possedute, perché nessuna vale tanto a paragone di una vita e dei sentimenti -soprattutto d’amore-. Ma ecco che tale episodio fa crescere non solo Micol, ma Emma stessa. Lei diventerà più giudiziosa e responsabile, più saggia e più equilibrata. Supporterà la figlia, condividendo con lei le sue paure, ma soprattutto infondendole un sano insegnamento: “sta a te decidere se vuoi sapere quale è la verità delle cose”, cioè ricercarla sempre con consapevolezza e un’acuta capacità di discernimento. Imparerà quasi a fare la mamma (di cui lei è rimasta orfana e di cui cerca di seguire l’esempio e ricostruirne il ricordo). A chiedersi che cos’è il tempo, a ricercare di riappropriarsi del suo passato (scoprendo di non sapere poi molto) parlando con il padre, che le dirà: “non si può comandare solo, bisogna sapersi prendere delle responsabilità, prendendo delle decisioni nel tempo”. Conoscerà qualcosa di più su suo nonno, il padre di Gian Pietro Liegi, che “era triste perché era diventato povero come tutti gli altri” -le racconta lui-. E quando le chiede se ci abbia mai pensato lei dice: “no, ho fatto sempre una vita semplice”, risponde Emma e il padre la rimprovera: “Emma la vita è sempre complicata”. E allora si apre il bivio tra chi crede, come Vanni, che “l’amore è cambiamento” e che “i soldi complicano tutto” e chi -invece- che i soldi siano tutto. Del resto si è consapevoli che si può scegliere: o di sfuggire la verità, o di rincorrerla e andarle incontro oppure di ricordare semplicemente com’era.
E se c’è quasi una ditta di famiglia da gestire (un po’ sullo stile di “Una grande famiglia”), lei se ne troverà a capo (da legittima e diretta erede), e si dedicherà anima e copro ad un progetto, da “patrocinare”, per creare e fondare una struttura d’accoglienza per i minori con problemi giudiziari (anche finendo lei stessa per mettersi in guai seri); come Ivan (Renato Raimondi), l’amico sordomuto di Micol -che, con tutto il suo handicap fisico, sarà l’unico in grado di capirla nel momento di sua maggiore disperazione e di cui lei si innamorerà, ma di cui si approfittano la madre e la nonna-. Dunque ci si può capire anche con un linguaggio del corpo diverso da quello del dialogo orale, anche senza bisogno di parole. Ma Emma deve ritornare a Livorno, alle origini, a ritrovare se stessa, a ricordare chi era, a fronteggiare (e superare) il suo passato, per essere migliore e una donna adulta in grado di contribuire al cambiamento e al miglioramento del benessere della sua famiglia e degli altri. Per questo Livorno è un personaggio a tutti gli effetti così importante. E il bimbo che aspetta in grembo Micol raffigura proprio questo: un futuro ‘nuovo’ per tutti i Liegi e non solo; un domani diverso. Tra l’altro sarà una femmina, in questo ‘romanzo rosa in versione film’ -come potremmo definirlo-, in cui le figure femminili sono così centrali: quasi una nuova Emma, riuscirà a costruire una nuova immagine dei Liegi e un nuovo ‘impero’ diciamo della sua famiglia? A scrivere un nuovo romanzo famigliare, con un finale diverso di pace e non di astio? E proprio Micol è portavoce di una teoria ‘esistenziale ed umana’ interessante: “penso che si nasce pazzi e poi, pian piano, si guarisce”. Se ogni personaggio ha un segreto, ad aumentare la complessità dell’opera della Archibugi sono le gelosie che ne nascono successivamente, gli intrighi amorosi -tra tradimenti e complicità-, che sorgono quasi spontanei. Pensiamo, innanzitutto, a quelli tra Emma e Agostino: lei lo tradisce con Giorgio, lui con ‘Nicola’-Nicoletta, e poi con Denise (Barbara Ronchi) -moglie del fidato di Gian Pietro (Mariuz, alias Marius Bizau); ma sarà poi così fidato? E poi la reputazione di Liegi è minata anche da chi ha interesse solo per i soldi come Jacopo (Iacopo Crovella). Ma ad essere minacciata è anche l’amicizia tra Micol e la sua migliore amica Valeria (Annalisa Arena): quest’ultima si allontanerà da lei e litigherà con Micol per gelosia. Tradimenti, dunque, non ne mancano; ma vi sono anche tanti rapporti sinceri, autentici, di fiducia e complicità appunto: come quello di Vanni per Liegi (che promette di andare in pensione quando dovesse smettere di lavorare per lui); ma anche quello tra Emma e Natalia (Anita Kavros), sua ex babysitter ed ora la nuova compagna di suo padre, che si riavvicinano: Natalia le confesserà tutta la sua infelicità, che la costringe a prendere antidepressivi da dieci anni. I rapporti così maturano e si fanno più complessi. In primis quello tra Emma ed Agostino. La prima viene vista come una figlia di papà immatura e viziata, il secondo un arrogante e superficiale. Entrambi giudicati inadeguati da Gian Pietro, che ha più simpatia per Giorgio. Eppure è sorprendente come si vedono loro due reciprocamente. Lei senza di lui si sente sola, lui la vede “così vulnerabile” e l’ha sempre idealizzata, così bella eppure sempre così lontana, quasi la figlia di Liegi (un nobile) irraggiungibile, che poi finalmente l’ha degnato di uno sguardo e la cosa gli sembrava pressoché impossibile. Eppure, invece, -al contrario- lei crede che lui non abbia fiducia in lei, che pensi che non sappia fare nulla, e cerca qualcuno che -piuttosto- invece l’ascolti (come ritiene faccia Giorgio). La complessità dei rapporti umani e della vita umana, della commedia umana -per dirla con Balzac-.
Dunque un’opera corale, molto sofisticata e -soprattutto- che sa di classico e antico pur nella freschezza e attualità della sua totale modernità. Il tono più ‘elevato’ e ‘nobiliare’ è dato non solo dal titolo (dalla presenza dell’aggettivo ‘famigliare’), ma anche dall’accento toscano, che ricorda il nobile fiorentino della lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio.

Barbara Conti

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