sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scontro nella Lega. Maroni a Salvini: io Lenin tu Stalin
Pubblicato il 11-01-2018


Salvini-Maroni-675È scontro tra Matteo Salvini e Roberto Maroni. A tre giorni dalla rinuncia a correre per un secondo mandato per Palazzo Lombardia, il governatore sembra non aver affatto gradito la reazione pubblica del segretario leghista che, all’indomani del suo passo indietro, aveva chiarito che se “uno rinuncia alla Regione non potrà fare altro”. In una lunga intervista al ‘Foglio’, Maroni si toglie qualche sassolino dalla scarpa e attacca il ‘capitano’ leghista accusandolo di “metodi stalinisti”. “Non rispondo a insulti – replica Salvini su Facebook -: le polemiche le lascio ad altri”. “Io sono una persona leale. Sosterrò il segretario del mio partito. Lo sosterrò come candidato premier. Ma, da leninista, non posso sopportare di essere trattato con metodi stalinisti e di diventare un bersaglio mediatico solo perché a detta di qualcuno potrei essere un rischio”, si sfoga Maroni.

“Consiglierei al mio segretario non solo di ricordare che fine ha fatto Stalin e che fine ha fatto Lenin ma anche di rileggersi un vecchio testo di Lenin. Ricordate? L’estremismo è la malattia infantile del comunismo. Se solo volessimo aggiornarlo ai nostri giorni dovremmo dire che l’estremismo è la malattia infantile della politica”, attacca. Nella lunga intervista, Maroni non manca di sottolineare le differenze di orientamento politico che lo separano dal suo ex delfino. Le distanze politiche da Salvini sono “uno dei tanti motivi che mi hanno spinto a ragionare su un futuro diverso, lontano da un modo di fare politica, che capisco ma che, le dico la verità, proprio non mi appartiene”.

Per esempio, l’ex ministro del Welfare – promotore ai tempi del libro bianco di Marco Biagi – ‘salva’ il Jobs act renziano. “Io penso che la riforma del lavoro migliore che la politica dovrebbe portare avanti è quella di migliorare la flessibilità prevista dal Jobs Act con alcuni correttivi che erano già contenuti nella legge Biagi, che conteneva un giusto equilibrio tra apertura del mercato e protezione del lavoro”, afferma. “Purtroppo – aggiunge – tutto questo non si può dire perché in campagna elettorale, e vale anche per questa campagna elettorale, da una parte e dall’altra ci sono spesso valutazioni su questi temi che prescindono dal merito, frutto di perversi atteggiamenti ideologici in base ai quali tutto quello che è stato fatto prima di noi deve essere cancellato. Questa non è politica, è propaganda”. “Purtroppo bisogna essere sinceri e dire che la campagna ricca di propaganda è causata anche da una legge elettorale che costringe in un modo o in un altro a essere tutti gli uni contro gli altri: per ottenere un voto in più di un altro partito viene quasi naturale parlare più alla pancia che alla testa. E proprio per questo, ma spero di sbagliarmi, mi sembra di essere tornati al 1994”, conclude Maroni. Malgrado vi fossero voci da mesi, nel partito, la decisione di Maroni ha spiazzato un po’ tutti. E sono insistenti – alimentate anche dalle ricostruzioni di stampa – le letture ‘maliziose’ sul suo gesto: ovvero che sarebbe una mossa anti-Salvini, in accordo con Silvio Berlusconi, per prenotare un’eventuale posto a Palazzo Chigi, anche nell’ipotesi di un governo di larghe intese, nel caso il centrodestra non ottenesse la maggioranza alle politiche.

“La Lega di Salvini è questa. Prendere o lasciare. Come era la Lega di Bossi. C’è spazio per Maroni

così come per tutti. L’importante è rispettare le regole”, è l’avvertimento del capogruppo al Senato, Gian Marco Centinaio. Mentre Salvini non perde occasione pubblica per ribadire che il centrodestra sarà vincente, la Lega si affermerà come primo partito della coalizione e lui si sente “pronto” per governare.

Redazione Avanti!

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