giovedì, 15 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Luigi Mainolfi:
Modernismo non è modernità
Pubblicato il 09-01-2018


Dopo aver letto, su Il Quotidiano, l’articolo del Vescovo di Avellino, il cui titolo era “Rallentare o accelerare”, ho sfogliato L’Espresso e a pagina 82 ho trovato un articolo, del sociologo Wolfgang Sachs , dal titolo “ Parola d’ordine: ridurre”.

Le mie convinzioni non potevano non spingermi a leggere con interesse i due articoli, che mi hanno suggerito qualche considerazione. Il mio libro “ Parla la natura”, i miei richiami a non distruggere le risorse ambientali e alla valorizzazione delle risorse dell’economia irpina, l’impegno per la creazione di cooperative agricole e di casse di mutualità o rurali sono la dimostrazione di una mia preferenza per un’economia tesa a far migliorare le condizioni della società, senza distruggere i valori dei nostri padri. I miei ispiratori sono stati i politici dell’Emilia e Romagna, dell’ 800, che organizzavano i contadini in cooperative e costruivano Teatri per produrre cultura. Conciliavano progresso e sviluppo ( non sono la stessa cosa). Avevano capito la differenza tra modernismo e modernità. Aiello ha utilizzato i bei versi di Arminio per costruire il suo “traguardo” concettuale, che è quello di non correre verso il consumismo e di conservare la cultura contadina. Addirittura, attribuisce ad Arminio un ruolo sacerdotale. Secondo me, la posizione del Vescovo è affascinante sul piano poetico, ma inefficace sul piano pratico. E’ bello immaginare la società di una volta, ma resta un’immagine. E’ poi, perché bisogna pensare che l’alternativa sia solo tra il mondo di una volta e quello essiccato attuale, che ha distrutto i “centri di gravità” de territori? Perché non cerchiamo di capire le cause di questo essiccamento? Scopriremmo che l’aver lasciato per secoli nell’ analfabetismo la società ( nel 1860, al Sud l’86,5% dei meridionali era analfabeta), la fece diventare preda del Fordismo , comandamento del liberismo e del consumismo (padre dell’usa e getta). Questo comandamento portò effetti diversi, nelle diverse culture, che sono il prodotto della storia dei vari territori. Nelle società, con una mentalità come la nostra, ha fatto maturare l’idea che la crescita del PIL misurasse il grado di “perfomance” economica, come sostiene il sociologo Sachs. Fuggire dalla società rurale, nella quale, come imparai a Bisaccia, erano tre le occasioni per un lauto pranzo: quando si sposava Zita, quando si uccideva ‘o puorc e quando moriva Tato, diventò quasi obbligatorio. Sachs sostiene che “ Dalla fine della Seconda guerra mondiale, viviamo in società contrassegnate dalla Grande Accelerazione, che oltre a fare aumentare il carico umano sulla Natura, ha fatto si che alcune zone espellessero ed altre attraessero”. Dal 1945, il numero degli abitanti delle città è cresciuto da 300 milioni a 3,7 miliardi. Nelle nostre zone, tra il cambiamento, difficile da concretizzare, e la fuga ha prevalso l’abbandono del territorio, che è continuato, fino a far temere l’estinzione demografica di molti comuni. Per evitare che ciò si verifichi, c’è bisogno di un rivoluzione culturale, condita dai valori a cui faceva riferimento Aiello, ma anche di altro. Chi deve far diventare i cittadini refrattari rispetto ai persuasori occulti, armi nelle mani dei poteri forti?

La famiglia, la scuola e anche la Chiesa devono riprendere il ruolo di agenzie culturali attive. Inoltre, il popolo deve essere meno ipocrita e meno mendicante e dare sostegno a chi fa capire che ha un progetto per il bene comune e la capacità di concretizzarlo. Non più mestieranti politici, per interessi personali, che quasi mai coincidono con il bene comune. La politica è la concretizzazione di idee funzionali allo sviluppo. Come Diogene, cerchiamo chi ha dimostrato di avere idee alla Rossi-Doria, alla De Sanctis e alla Sullo. Quando ci fermiamo, per valutare il risultato, il pessimismo si amplifica.

Nelle cose che leggiamo e sentiamo, troviamo solo improvvisazione e proposte per fare intrallazzi e clientelismo spicciolo, quasi da mendicanti. Faccio un esempio: amministratori provinciali e del Comune di Avellino hanno proposto tre distretti per il turismo, perché gli appartenenti a ogni distretto cercano soldi da spendere o per fare sagre paesane , anche se illuminate. Un solo distretto, capace di unificare le risorse, sarebbe più produttivo . Per creare un attrattore turistico provinciale, occorre creare una sola calamita potente, capace di attrarre, persone. Ci sono alcuni che, rasentando il ridicolo, hanno dichiarato che gli enoturisti (ubriaconi) faranno la fortuna dell’Irpinia.

Siamo alle sceneggiate. Le forze vanno unite, non diluite. Perché la Provincia non resuscita il Comitato Provinciale per lo sviluppo, da me proposto, che riuscimmo a creare verso la fine della Presidenza Maselli. Purtroppo, la miopia, di noti dirigenti politici, ha avuto la meglio e il Comitato è stato sotterrato.

Luigi Mainolfi

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