venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

LA RISPOSTA DI TRUMP
Pubblicato il 26-01-2018


trump davos

Donald Trump scherza con i giornalisti, prima di arrivare al World Economic Forum, per l’atteso intervento ai big dell’economia: “A Davos c’è tantissima gente, come non ho mai visto prima”. Il presidente americano ha detto che il suo messaggio sarà “molto ben accolto e rivelerà che gli Stati Uniti stanno facendo incredibilmente bene, meglio di quanto fatto in decenni”.

Il Presidente Usa si è presentato così ieri a Davos con questo messaggio ecumenico: “Pace e prosperità”. Ma dietro le buone maniere, in realtà, Donald Trump è sbarcato nel tempio del libero commercio mondiale per lanciare la sua offensiva protezionistica. Tanto per cominciare, portando in dote nuovi dazi ai prodotti che non sono ‘made’ in Usa. L’uomo più atteso al World Economic Forum di quest’anno. Oggi parlerà alla platea dei big dell’economia, alfieri della globalizzazione. L’obiettivo sarà quello di “convincere la gente a investire nel Stati Uniti”, come ha twittato lo stesso Trump prima di partire. Vendere il prodotto ‘America’, quindi, e forse niente di più. Perché il tycoon ha fin qui dimostrato di essere allergico ai grandi accordi di libero scambio, che a suo dire indeboliscono l’economia a stelle e strisce e minacciano i posti di lavoro. E in serata, in un’intervista alla Cnbc, ha scandito: “Il livello del dollaro dovrebbe essere basato sulla forza dell’economia americana. Il dollaro si rafforzerà e io voglio vedere un dollaro forte”.

Per dimostrare che fa sul serio, Trump nei giorni scorsi ha imposto dazi all’import di pannelli solari e lavatrici. Ed ha annunciato una possibile stretta anche sulle importazioni di alluminio e acciaio. Il suo ministro del Commercio, Wilbur Ross, ha sottolineato la natura difensiva dell’intervento, per gestire “comportamenti inappropriati” di altri paesi come la Cina, che starebbe facendo concorrenza sleale con i bassi costi di materiali e manodopera. Tanto che Pechino, forse accusando il colpo, ieri ha invocato la cooperazione come “unica direzione” dei rapporti commerciali con gli Usa. Sempre da Davos, anche il segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha utilizzato toni più morbidi rispetto al suo presidente, spiegando che gli Usa “sono favorevoli al libero mercato”, ma semplicemente “stanno cercando di proteggere gli interessi degli americani, come dovrebbero fare tutti i leader”.

Resta il fatto che Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo commerciale con i paesi asiatici, ha chiesto modifiche a quello con Messico e Canada ed ha abbandonato l’idea di un trattato transatlantico con l’Europa. Il tycoon, ricorda Ross, preferisce gli accordi bilaterali, “più veloci”. A Davos, ad esempio, ha strizzato l’occhio alla premier britannica Theresa May. Evocando, durante un faccia a faccia, un trattato Washington-Londra che farebbe crescere gli scambi in modo “enorme”. Poco dopo l’incontro Downing Street ha annunciato una visita del leader americano nel Regno nei prossimi mesi, senza però precisare una data.

I principali partner europei e non solo, da Merkel a Macron, dall’indiano Modi a Gentiloni, si sono già espressi, facendo fronte comune contro Trump il protezionista. Il premier italiano ancora ieri ha ribadito che il nostro paese vuole un mondo in cui la cooperazione è una componente fondamentale delle relazioni internazionali e “non un ritorno di protezionismi e chiusure nelle singole frontiere”. Ora resta da vedere quanto sarà convincente lo ‘special guest’ di Davos, che certamente farà il ritratto di un paese che scoppia di salute dopo il suo primo anno alla Casa Bianca, culminato con il taglio delle tasse e il boom di Wall Street.

Giovedì sera, c’è stata un’anteprima a cena con i grandi manager europei (industria, farmaceutica, energia, servizi finanziari, tecnologia, cibo). Nella sua prima giornata svizzera Trump ha incontrato anche il premier israeliano Benyamin Netanyahu, avvertendo i palestinesi che non riavranno i fondi americani se non torneranno al tavolo dei negoziati con Israele. Allo stesso tempo, ha puntualizzato che anche gli israeliani dovranno fare delle concessioni, come prezzo per aver ottenuto il riconoscimento di Gerusalemme come capitale. Tra gli altri bilaterali, quello con il presidente svizzero Alain Berset. In programma c’era anche un faccia a faccia con il presidente ruandese Paul Kagame. Poco tempo dopo l’imbarazzante uscita del tycoon sui paesi africani, liquidati come ‘shitholes’.

Un funzionario della Casa Bianca, anticipando i contenuti del discorso, ha detto: “Donald Trump è favorevole ad un commercio internazionale aperto, ma giusto ed equo”. Tra i ‘media’ e gli altri leader mondiali è cresciuta, in questi giorni, l’attesa per il discorso, dal momento che la ricetta proposta dal nuovo inquilino della Casa Bianca punta a rendere l’America ‘great again’ attraverso il protezionismo.

Come spiegano fonti di stampa internazionale, Trump chiederà ai governi del mondo “di impegnarsi per un mercato libero ed aperto”, ma ad una condizione: “che sia anche giusto ed equo”. A suo avviso sono da evitare tutti quegli ostacoli agli scambi commerciali fondati sulla ‘reciprocità’, come il furto della proprietà intellettuale, il trasferimento forzato di tecnologie e le sovvenzioni all’industria. L’America è pronta a fare affari a patto però che sia implementata una riforma fiscale favorevole alle imprese. Infine, secondo il funzionario della Casa Bianca, il Presidente Trump chiederà di non dimenticare “i tanti uomini e donne lasciati ai margini della strada”.

Il Washington Post scrive: “Trump ha finalmente conquistato un posto tra le elite globali, che l’avevano sempre snobbato quando era imprenditore, e criticato per mesi una volta arrivato alla Casa Bianca, grazie al fascino dei tagli fiscali miliardari”. Il Washington Post, giornale notoriamente critico del presidente Usa, ha letto in questo modo la calda accoglienza a Davos riservata a Trump: “E’ bastato un taglio delle tasse da 1,5 trilioni di dollari ed un approccio più permissivo per quanto riguarda il controllo delle corporation a convincere il leader del grande business ad accoglierlo”. Il Washington Post ha sottolineato l’enorme differenza con la grande preoccupazione che si viveva un anno fa a Davos subito dopo l’insediamento del presidente che prometteva il ritorno ad un nazionalismo economico.

Sull’onda dell’entusiasmo per una agenda economica incentrata sul corporate tax cut e la deregulation, quindi, non sembrano provocare grande ansia le tendenze protezioniste e le posizioni su immigrazioni tra le elite dell’economia e della finanza riunite a Davos.

Anche il New York Times, altro giornale notoriamente critico su Trump, segnala come Davos abbia finora riservato una calda accoglienza al presidente che è stato uno dei suoi critici principali, riferendosi al manifesto populista ed agli attacchi alle elite globali che hanno consegnato la vittoria a Trump. Il giornale americano prosegue: “ Il vero test sarà comunque l’atteso discorso che pronuncerà oggi il presidente Usa al World Economic Forum. Non dovrebbe esserci nessun attacco frontale, ma in modo pacato la rivendicazione di una politica commerciale equa che non penalizzi, come è successo in passato, il suo Paese. Questo dovrebbe essere il copione, ma nessuno potrà dire che verrà seguito.

Forti critiche al presidente Usa Donald Trump sono arrivate dal finanziere americano George Soros: “Penso che l’amministrazione Trump sia un pericolo per il mondo. Ma la considero un fenomeno passeggero che sparirà nel 2020 o anche prima. Riconosco che Trump ha motivato i suoi sostenitori in modo brillante, ma per ogni fan ha anche creato un numero maggiore di oppositori che hanno motivazioni ugualmente forti. Alle elezioni di mid-term di quest’anno mi aspetto una netta vittoria dei democratici. La minaccia di una guerra nucleare è così orrenda che tendiamo ad ignorarla, ma è reale. Ci avviamo verso una guerra nucleare perché gli Usa si rifiutano di accettare che la Corea del Nord è diventata una potenza e potrebbero reagire in maniera in teoria preventiva, cioè dare inizio ad una guerra nucleare per evitare una guerra nucleare, il che è ovviamente una strategia contraddittoria. Gli Usa dovrebbero invece collaborare con tutte le parti interessate al dossier nord-coreano, a cominciare dalla Cina”.

A Davos Trump, ha incontrato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, una settimana dopo la visita di Mike Pence in Israele  e il ribadito impegno dell’amministrazione Usa a portare l’ambasciata americana a Gerusalemme entro il 2019, con il vice presidente americano duramente contestato dai deputati arabo israeliani alla Knesset. Da Davos Trump usa parole dure: “Ci hanno mancato di rispetto. Noi abbiamo donato ai palestinesi centinaia di milioni di dollari di aiuti, soldi che non verseremo più. A meno che non si siedano e negozino la pace. Noi abbiamo ritirato l’argomento Gerusalemme dal tavolo, ma abbiamo un’ottima soluzione per i palestinesi, in grado di soddisfare tutti”. Però, Trump ha anche aggiunto: “Israele pagherà il riconoscimento di Gerusalemme come sua capitale, implicito nel trasferimento della sede diplomatica nella Città Santa”. A sua volta, ha parlato di concessioni sulle quali il presidente Usa non si è prodotto in ulteriori dettagli, come riportato dai giornalisti che coprono la Casa Bianca.
Netanyahu non si è tirato indietro, dicendosi pronto per la pace, spiegando in una conversazione con il giornalista americano Fareed Zakaria: “A Trump ho ribadito la mia volontà, e la volontà di Israele, di intraprendere uno sforzo per arrivare alla pace con i palestinesi, uno sforzo che è rafforzato da questa squadra molto competente. Gerusalemme è stata la capitale dalla nascita di Israele. Trump ha semplicemente riconosciuto la storia. Con qualunque accordo di pace, Gerusalemme resterà sempre la nostra capitale, le nostre istituzioni saranno lì”. Il premier ha ribadito che, dal punto di vista di Israele, Gerusalemme dovrebbe restare unita con completa libertà di culto per tutti e si è detto sempre pronto a incontrare il presidente palestinese Abu Mazen, commentando: “ma lui semplicemente non vuole”.

La replica di Abu Mazen è arrivata attraverso il suo portavoce, Nabil Abu Rudeinah, ribadendo la posizione palestinese: “Se la questione di Gerusalemme è fuori dal tavolo, gli Usa resteranno fuori da quel tavolo. Con Trump gli Usa sono diventati parte del problema, non la sua soluzione. Le parole di Trump a Davos sono inaccettabili. I palestinesi sono pronti a impegnarsi in un processo di pace basato sulla soluzione dei due Stati, appoggiata anche dall’Unione Europea e dai suoi leader, di cui uno sia lo stato palestinese con Gerusalemme est capitale. E gli Stati Uniti si autoescludono dal negoziato se non arretrano dalla decisione di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele”.

Dopo Netanyahu, il cambio di registro ha il volto di Theresa May, che Trump ha ugualmente incontrato nella località montana svizzera. Dal governo britannico è partita la nota: il presidente degli Stati Uniti è atteso in visita nel Regno Unito entro l’anno. L’ufficio del primo ministro inglese ha poi aggiunto che i due leader “hanno chiesto ai rispettivi staff di coordinarsi in modo da finalizzare i dettagli della visita” di Trump. Una visita particolarmente significativa sulla via della normalizzazione dei rapporti del Regno Unito con un alleato privilegiato come gli Stati Uniti. Rapporto entrato in crisi, come si ricorderà, nel giugno scorso, nelle ore successive all’attentato terroristico al London Bridge, quando il sindaco liberal e musulmano di Londra, Sadiq Khan, aveva difeso la tolleranza e le politiche sociali inclusive della capitale britannica come arma contro l’estremismo. Khan era così finito col diventare oggetto del dileggio di Trump, che su Twitter lo aveva definito un “imbelle: almeno sette morti e 48 feriti in un attacco terroristico e il sindaco di Londra dice che non c’è ragione di allarmarsi”. Per contro, Trump esaltava il suo bando ai viaggi dei cittadini di Paesi musulmani negli Usa.

Khan non ci stava e con una petizione online raccoglieva 2 milioni di firme per indurre il governo May a ritirare l’invito a Trump per una visita ufficiale ‘ospite della Regina’. Il parlamento di Westminster aveva discusso la questione, temendo grandi manifestazioni di protesta per l’arrivo di Trump. Per non doverlo ospitare a Buckingham Palace, la stessa Regina Elisabetta aveva declassato la visita di Stato a visita di lavoro. In seguito anche Theresa May, che aveva recapitato personalmente l’invito a Trump durante la sua visita alla Casa Bianca, aveva pubblicamente criticato il presidente americano e proprio sulle prime esternazioni riguardo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, oltre che per il tweet con cui Donald aveva rilanciato un video prodotto da un gruppo britannico xenofobo di estrema destra.

Alla fine, l’invito ufficiale a Trump non è mai stato ritirato. Ma era necessario del tempo perché si dissolvessero le velenose tossine rilasciate da quella polemica nelle relazioni diplomatiche tra Gran Bretagna e Stati Uniti. Che, per ragioni diverse, hanno entrambi fretta e necessità di fare pace. Incontrando le difficoltà verso la Brexit, Londra vedrebbe in un accordo commerciale da partner privilegiato di Washington una garanzia di sbocco per i suoi scambi futuri. Washington, a sua volta, sa che una Londra legata agli Usa commercialmente finirebbe con l’esserlo più facilmente anche politicamente. Finalmente una voce fuori dal coro europeo, oggi praticamente un critico unisono intonato per Trump.

Il discorso di Trump, fatto da poco, non ha smentito le previsioni. Il capo della Casa Bianca ha detto: “L’America è aperta alle imprese ed è tornata ancora una volta competitiva. E’ un privilegio stare qui tra leader della diplomazia e della politica. Sono qui per rappresentare gli interessi degli americani e per offrire un’amicizia nel costruire un mondo migliore. L’America sta di nuovo vedendo una forte crescita, in Borsa si sono creati 7.000 miliardi di dollari dalla mia elezione. Come presidente degli Stati Uniti metterò sempre l’America al primo posto, come gli altri leader mettono il loro Paese al primo posto. Venite in America. Io credo nell’America e la metterò sempre al primo posto. Ma non significa America alone. Invitiamo gli altri leader a proteggere gli interessi dei loro cittadini come lo facciamo noi.

Ripristineremo l’integrità del sistema commerciale. Solo insistendo su un commercio giusto e reciproco possiamo creare un sistema che funziona non solo per gli Usa ma per tutti i Paesi. Gli Stati Uniti non tollereranno più pratiche scorrette nel commercio internazionale.

Il sistema che regola l’immigrazione negli Usa  è fermo al passato e d’ora in poi chi entra verrà selezionato in base alla sua capacità di contribuire al benessere economico del Paese.

Gli Usa sono fortemente impegnati per la massima pressione per denuclearizzare la Corea del Nord, lavoriamo con gli alleati per contrastare i terroristi e Daesh, gli Usa sono leader per assicurare la sicurezza mondiale”.

L’accoglienza al presidente USA è stata tiepida: all’inizio del discorso, solamente metà sala ha applaudito, l’altra metà no.

Dopo il discorso di Trump, il mondo sembra nuovamente diviso a metà. La questione del medio oriente è gravemente compromessa e la crisi con la Corea del Nord non sembra avviarsi ad una soluzione ragionevole.

Salvatore Rondello

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