martedì, 11 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Vittoria Nenni nell’inferno di Auschwitz
Pubblicato il 29-01-2018


In occasione della Giornata della Memoria è giusto ricordare, tra i milioni di deportati ebrei, rom, omosessuali, testimoni di Geova, oppositori politici e combattenti contro il nazifascismo assassinati nei campi di sterminio del Terzo Reich, la figura di Vittoria Nenni, una giovane donna che, non ancora ventottenne, il 15 o il 16 luglio 1943 morì, per il tifo e la denutrizione, nel campo di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, marchiata con il n.31635.

Il 31 ottobre 1915, nasceva al numero 9 della via Fornaci (oggi via Fornaci comunali) di Ancona una bambina a cui per volere del padre venne imposto il nome di Vittoria, secondo nome Gorizia, come auspicio per il trionfo delle armi italiane nell’offensiva in corso per conquistare la città friulana nella guerra iniziata il 24 maggio contro l’Impero d’Austria e d’Ungheria.

Fu la terza delle quattro figlie di Carmen (Carmela) Emiliani e di Pietro Nenni, il politico faentino che per oltre 50 anni fu leader del Partito Socialista Italiano, quel partito che, assieme alla Democrazia Cristiana ed al Partito Comunista Italiano, fu tra i fondatori della Repubblica, gli estensori della Costituzione e i costruttori dell’Italia democratica.

Si può dire che, già dal suo concepimento, il destino di Vittoria fosse di vivere in situazioni di grande conflitto storico e politico. Ella infatti può essere definita la “figlia della Settimana Rossa” di Ancona, città in cui Nenni, all’epoca esponente del Partito repubblicano, non ancora ventitreenne, aveva assunto, nel dicembre 1913, la direzione del periodico repubblicano e anticlericale “Lucifero” e l’incarico di segretario della Federazione giovanile repubblicana.

Nenni venne arrestato il 23 giugno 1914 nel centro di Ancona e poi rinviato a giudizio davanti alla Corte d’Assise del Tribunale de L’Aquila (dove il processo era stato trasferito per legitima suspicione) per aver capeggiato, assieme all’anarchico Errico Malatesta, la manifestazione anconetana che diede origine allo sciopero generale spontaneo e alle rivolte a carattere insurrezionale in Romagna e nelle Marche, note come la “Settimana Rossa”. Venne liberato dal carcere nel dicembre 1914, prima che si arrivasse a sentenza, grazie ad un’amnistia. A coronamento della ritrovata libertà di Nenni, giunse, giusto nove mesi dopo, la terza figlia.

Nenni, accanito interventista, fece di tutto per partecipare al primo conflitto mondiale; il giorno della nascita della figlia egli era già arruolato. Era in corso l’offensiva per conquistare Gorizia: ecco quindi il nome benaugurale di Vittoria, secondo nome Gorizia, che egli decise per la sua figliola, anche se, come amaramente commentò poi Nenni nel suo diario, “il bel nome non le ha portato fortuna”.

Vittoria però era un nome troppo impegnativo per una bambina e in famiglia venne contratto nel più affettuoso Vivà.

Il 24 marzo 1921 Pietro Nenni, nel frattempo trasferitosi a Milano e allontanatosi dal partito repubblicano, accorse per dare manforte alla riorganizzazione della sede del giornale socialista Avanti!, devastata nella notte precedente dalle bombe di una squadraccia fascista. Lì conobbe il direttore del giornale Giacinto Menotti Serrati che pochi giorni dopo gli chiese di andare a Parigi come corrispondente dell’Avanti!. A Parigi Nenni si iscrisse al PSI e rapidamente ne divenne uno degli esponenti più importanti.

Con un padre così impegnato nell’azione politica, l’infanzia e l’adolescenza di Vivà furono segnate dalle frequentazioni della sua casa da parte dei compagni di lotta di Nenni, dalle sue frequenti assenze, perché all’estero o in carcere, ma anche dal clima di odio e dalla violenza fascista: nel 1926, come racconta Nenni nel suo diario, «i fascisti che invasero il mio appartamento in corso XXII marzo 29, incontrarono per le scale una delle mie figliole la quale usciva per andare al ginnasio, con la cartella sotto il braccio. Le strapparono i libri di mano, glieli stracciarono, la lasciarono piangente minacciandola di far fare a suo padre “la fine di Matteotti”».

Scrivendo queste memorie nel 1927 Nenni non poteva sapere che quella profezia, in un certo modo, si sarebbe avverata, non per lui, ma per Vittoria.

Questa intimidazione alla sua famiglia convinse Pietro Nenni che non c’era più spazio per un’opposizione aperta in Italia e che bisognava intraprendere la via dell’esilio. La sera del 13 novembre 1926 – quattro giorni dopo il varo delle leggi eccezionali – Nenni passò la frontiera svizzera.

Nenni si installò poi a Parigi dove nel 1928 lo raggiunse la sua famiglia. Nella capitale francese, nonostante le difficoltà dell’esilio, Vittoria riuscì a completare i suoi studi secondari. Giovanissima si fidanzò con Henri Daubeuf, un simpatico giovane francese pieno di vitalità che cercava la sua strada. Rifuggendo l’impegno politico sin troppo presente nella sua famiglia Vivà viaggiò con Henry nel sud della Francia, passando assieme giorni spensierati e felici.

Mora, slanciata, di una bellezza particolare e raffinata, a 20 anni Vivà il 4 gennaio 1936 sposò Henry. I due si installarono definitivamente nel 19° arrondissement di Parigi, lo stesso quartiere in cui il marito decise di aprire una tipografia, la “Società francese di stampa e di edizione”.

Nel 1940 i tedeschi occuparono Parigi e il Nord della Francia, asservendone progressivamente tutto l’apparato statale, economico e produttivo agli interessi della Germania; a parte coloro che condividevano l’ideologia dei nazisti o che decisero di fare affari con loro, si diffuse nella popolazione francese una vasta contrarietà verso gli occupanti, che andava dal mugugno al sabotaggio, fino all’adesione diretta o indiretta ai movimenti di resistenza, anche da parte di chi, fino ad allora, si era completamento disinteressato della politica,

In questi momenti maturò in Vivà e in altri giovani la convinzione che bisognava fare qualcosa e che la partecipazione all’attività di resistenza fosse l’unica scelta da fare. Vennero create delle reti per fare girare le informazioni. Le tipografie divennero così uno dei centri nevralgici della Resistenza. Di giorno stampavano materiale non compromettente, la notte producevano riviste, opuscoli, giornali che inneggiavano al boicottaggio ed alla lotta contro l’invasore nazista.

Nel 1942 il marito di Vivà accettò l’incarico di stampare dei volantini comunisti. Non è chiaro se Vittoria ne fosse al corrente.

Il 18 giugno 1942 scattò un’operazione della Gestapo, con il controllo di numerose tipografie parigine. Henry venne avvertito poco prima della perquisizione e riuscì a far sparire le pubblicazioni compromettenti. Era quasi salvo, ma quando la Gestapo stava per lasciare la tipografia, un tedesco urtò inavvertitamente una rotativa e ne fuoriuscì una pagina rimasta incastrata nei rulli. Henry fu fermato con l’accusa di aver stampato e diffuso manifestini antinazisti e di avere svolto “propaganda gollista antifrancese” e venne condotto nel “deposito” della prefettura di polizia. Il 10 agosto 1942 fu trasferito presso la fortezza di Mont-Valérien, dove il giorno successivo fu fucilato insieme agli altri uomini della rete clandestina “Tintelin”, dal nome del tecnico tipografico che presiedeva all’organizzazione di stampa e distribuzione dei fogli della Resistenza comunista.

Vivà non sapeva dove fosse incarcerato il marito. Disperata, si recava ogni giorno alla prefettura di polizia, implorando notizie di Henri; ciò suscitò sospetti anche su di lei, in quanto moglie di un pericoloso “terrorista” e figlia di uno dei più noti rifugiati antifascisti italiani.

Gli amici le consigliavano la fuga, ma lei non smise di insistere presso le autorità per ottenere di poter vedere l’amato marito. Alla fine venne anch’essa arrestata e detenuta in un primo tempo nel “deposito”. Il 10 agosto 1942, assieme alle altre donne arrestate, fu trasferita nella prigione allestita dai tedeschi nel Forte di Romainville.

Qui il comandante le fece presente che avrebbe potuto ottenere la libertà rivendicando la sua cittadinanza italiana. Vittoria rifiutò, per non mettere in difficoltà il padre che stava combattendo contro il fascismo, temendo che Mussolini potesse usare la sua scarcerazione come arma di ricatto nei suoi confronti. Ella rispose “que son père aurait eu honte d’elle (che suo padre si sarebbe vergognato di lei)”. Inoltre coltivava la romantica e vana speranza di ricongiungersi con l’amato marito in prigione.

Vittoria Nenni non era iscritta al Partito socialista, ma era semplicemente, istintivamente, antifascista ed antinazista. A Romainville incontrò altre giovani donne francesi, per lo più aderenti al partito comunista clandestino, con cui poi condivise la tragica esperienza della deportazione ad Auschwitz-Birkenau. Tra queste, Charlotte Delbo Dudach, resistente francese comunista, divenne amica di Vivà. Sopravvissuta al lager, raccontò in due suoi libri la storia di Vittoria Nenni e quella di altre sue compagne nel campo.

Vivà partì una domenica in un carro bestiame piombato con “Il convoglio del 24 gennaio», detto anche “dei 31000” perchè il numero di matricola del campo che fu tatuato sull’avambraccio destro delle deportate iniziava per 31, cifra distintiva del loro convoglio, seguita da altre tre cifre in progressione; a Vittoria venne assegnato il n° 31635.

Il convoglio comprendeva 230 donne. Nell’estate del 1943, dopo alcuni mesi ad Auschwitz, erano ancora in vita 57 di loro. “Un così alto numero di sopravvissute – scrisse Charlotte Delbo – dopo sei mesi di campo, è eccezionale, unico nella storia del campo”. E ancora: “Ciascuna di noi sopravvissute sa che senza le altre non sarebbe ritornata”. Alla fine sopravvissero in 49, ma non Vittoria Nenni, che morì per il tifo e la denutrizione il 15 o il 16 luglio 1943.

Così Charlotte Delbo ha ricordato la fine di Vittoria Nenni: “L’ho vista il 15 luglio 1943. Sembrava stesse bene. I suoi capelli, rasati sei mesi prima, erano ricresciuti in grossi boccoli. Qualcuno gli aveva procurato un pettine fine: lo passava senza tregua nei suoi capelli ed uccideva i pidocchi, uno ad uno, sul pettine, con le sue unghie che erano diventate lunghe da quando non lavorava più nei campi. Gli ho annunciato che gli alleati erano sbarcati a Nettuno, l’avevamo appreso da un giornale tedesco che avevamo rubato nella tasca di una SS a Raisko. “Mio padre ritornerà presto a casa. Come dev’essere felice!” (in effetti Pietro Nenni, arrestato in Francia, era allora in prigione in Italia). Poi, con la stessa voce, si è messa a raccontarmi che sua sorella era venuta a vederla, che si facevano dei preparativi per rimandarla in Francia, che sua sorella l’aspettava. Delirava, a freddo. Era il delirio del tifo.”

Il pensiero di Vittoria non abbandonò mai Nenni, che nei suoi Diari la ricorda frequentemente, sempre sostenuto dalla speranza di rivederla.

Nenni ebbe le ultime notizie della figlia il 30 gennaio 1943, da una cartolina di Vittoria, gettata dal treno diretto ad Auschwitz. Poche righe tracciate in fretta, con alla fine la fiduciosa promessa “Nous nous reverrons! (Ci rivedremo!)”.

Speranza che, pur tra il timore e la preoccupazione, non abbandonò mai il leader socialista, fino a quando, pochi giorni dopo la fine della guerra, ebbe la notizia della sua morte. Nenni apprese della morte della figlia solo il 20 maggio del 1945 dal suo compagno di partito e amico fraterno Giuseppe Saragat, all’epoca ambasciatore d’Italia in Francia: «Una giornata angosciosa. Tornato in ufficio… informato che c’è una lettera di Saragat a De Gasperi che conferma la notizia della morte di Vittoria. Ho cercato di dominare il mio schianto e di mettermi in contatto con De Gasperi che però era al Consiglio dei ministri. La conferma mi è venuta nel pomeriggio, da De Gasperi in persona, che mi ha consegnato la lettera di Saragat. La lettera non lascia dubbi. La mia Vivà sarebbe morta un anno fa nel giugno. Mi ero proposto di non dire niente a casa, ma è bastato che Carmen mi guardasse in volto per capire … Poveri noi! Tutto mi pare ora senza senso e senza scopo. I giornali sono unanimi nel rendere omaggio alla mia figliola. Da ogni parte affluiscono lettere e telegrammi. La parola che mi va più diretta al cuore è quella di Benedetto Croce: “Mi consenta di unirmi anch’io a Lei in questo momento altamente doloroso che Ella sorpasserà ma come solamente si sorpassano le tragedie della nostra vita: col chiuderle nel cuore e accettarle perpetue compagne, parti inseparabili della nostra anima”.

Povera la mia Vittoria! Possa tu, che fosti tanto buona e tanto infelice, essere la mia guida nel bene che vorrei poter fare in nome tuo e in tuo onore».

Il 10 agosto 1945 Pietro Nenni incontrò nell’ambasciata italiana di Parigi Charlotte Delbo Dudach.

Scrisse più tardi nel suo diario: “Mi è sembrato che chi può fiorire una tomba conserva un’apparenza almeno di legame con i suoi morti. Non così per me che penso disperatamente alla mia Vittoria e non ho neppure una tomba dove volgere i miei passi. Il 31 ottobre era l’anniversario della mia figliola. Avrebbe avuto trent’anni e tutta una esistenza ancora davanti a sé … quanto sarebbe stato meglio davvero che io, in vece sua, non fossi giunto al traguardo”.

Nell’agosto del 1947 Nenni fece visita al campo di Auschwitz, dove oggi una teca ricorda le ultime parole di Vittoria: “Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla”.

Negli anni successivi non mancò di incontrare altre superstiti, compagne di prigionia della figlia.

Nel maggio del 1971 Nenni, accompagnato dalla figlia Giuliana, fece un viaggio in Israele. A circa 25 chilometri da Gerusalemme visitarono la “Foresta dei martiri” dove un cippo e una lapide riportano una semplice scritta: “Bosco in memoria di Vittoria Nenni Daubeuf 1915-1943”. Quel giorno nel suo diario Nenni annotò «Da oggi in poi ho un luogo in Israele dove venire o al quale pensare quando più forte mi assale l’angoscia per la morte crudele di mia figlia».

Della tragica esperienza di Vittoria Nenni Daubeuf nel campo di sterminio di Auschwitz è rimasta solo la sua scheda segnaletica con la foto in divisa da deportata, rinvenuta negli archivi del lager dai militari sovietici. Nel 1956 Suslov (all’epoca Presidente del Dipartimento internazionale del Comitato Centrale del Partito comunista dell’Unione Sovietica) l’inviò a Nenni con l’atto di morte di Vittoria: in esso i medici del campo avevano annotato che la deportata n° 31635 era deceduta il 16 luglio 1943 per “influenza”.

Ancona, sua città natale, ha onorato Vittoria Nenni nel 1968 dedicandole una via del quartiere Palombare-Pinocchio.

Nel 1988, a 45 anni dalla morte, le venne dedicata la tessera di quell’anno del Partito Socialista Italiano, riproducente un suo struggente ritratto in divisa da deportata dipinto da Renato Guttuso.

Così Pietro Nenni ricordò il sacrificio della figlia e di quanti persero la vita per la libertà: “Molti non sono tornati – non è tornata la mia figliuola Vittoria – e pure domani è giorno ancora, cioè la morte stessa è un atto di vita, quando chi l’affronta, e non la teme, con il sangue sottoscrive i più alti ideali della umanità”.

La vicenda umana e politica di Vittoria Nenni è più diffusamente narrata nel libro “Vivà, la figlia di Pietro Nenni dalla Resistenza ad Auschwitz” (Collana “Bussole” delle Fondazioni Nenni e Buozzi”, Bibliotheka edizioni, 320 pagine, 18€), giunto già alla terza edizione in due anni, opera di Antonio Tedesco, Segretario generale della Fondazione Nenni.

Alfonso Maria Capriolo

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