lunedì, 23 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Volare, oh oh. Modugno, il senso di libertà e le influenze successive
Pubblicato il 31-01-2018


Volare oh, oh e l’omino scoprì il senso della libertà. Trionfando a Sanremo la sera del 31 gennaio di sessant’anni fa, Modugno esprimeva con Nel blu dipinto di blu la gioia di uscire da un mondo che non funzionava.
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Modugno-radio-sorrriso-4-1024x918Come arrivò l’idea di Volare? – si chiede il sociologo Franco Cassano nel libro Paeninsula L’Italia da ritrovare. Difficile rispondere. Sappiamo però che un giorno d’estate Franco Migliacci racconta all’amico Domenico Modugno di essersi ubriacato e di essere stato stimolato, forse da delle riproduzioni di Chagall che aveva appese alle pareti di casa, a scrivere di getto alcune parole: “Di blu mi sono dipinto per intonarmi al cielo e lassù nel firmamento volare verso il sole…”. Questo primo abbozzo di Nel blu dipinto di blu viene percepito subito come originale dal cantautore pugliese. Risponde bene al suo desiderio di “trovare parole nuove” con le quali comunicare in modo diverso per abbattere la cittadella della canzone melodica e conquistare nuove fasce di pubblico. Per diversi mesi i due amici lavorano a sviluppare l’idea dell’evasione, ma senza risultati convincenti. Poi una mattina, in cui il tempo è nuvoloso e tuona, Modugno si avvicina alla finestra del suo appartamento romano e gli viene spontaneo urlare: “Volare, oh oh”. All’improvviso la depressione dell’artista si scioglie come per incanto in una sensazione di pace e di serenità, e Modugno riesce a trovare le parole a lungo cercate che, prive di ogni connotazione realistica, permettono di accedere a un mondo inteso come serbatoio di immagini straordinarie da opporre alla negatività della storia. Canzone dalla struttura antinarrativa (pazza e senza stile la definisce subito il maestro Gorni Kramer), Nel blu dipinto di blu è un testo composto di versi abbastanza semplici, ma privi di referenti precisi, di pochi vocaboli dal valore simbolico (il vento, il volo) che veicolano idee di libertà. È il frammento di un diario onirico retrospettivo, in cui il sogno assolve una funzione compensativa, che si configura come rovesciamento dell’esistenza oscura e di routine.
L’omino che parla con se stesso e vola nel blu dipinto di blu con le mani e la faccia dipinti di blu, come chi, coinvolto in allucinazioni visive, ha smarrito il significato dei suoi gesti e si trova in uno stato di soggezione psichica, non ha precedenti nella storia della canzone. Non canta e non esalta i sentimentalismi contenutisticamente poveri e ossessivi delle canzoni dell’epoca. Agogna invece il blu del cielo, mentre il vento che metaforicamente apre i vetri della finestra, in maniera implicita presente nel testo, e dilegua l’aria chiusa che impregna la stanca e ripetitiva melodia italiana è, come in molti libri di poesia, simbolo di vita e di rinnovamento. Attraverso la complicità di un vento rapinoso, è possibile trovare un punto di fuga, il volo liberatorio che allontana dalle pareti domestiche e dalla vita programmata, per rapportarsi a un orizzonte più alto e più vasto, antitetico alla casa ma anche alla morale ambigua e oppressiva dell’Italia dell’epoca (Libero, canterà Modugno al festival di Sanremo del 1960), caratterizzata da un costume collettivo che produce disvalori e personalità conformiste, attratte dai primi oggetti del desiderio: la Vespa, la Cinquecento, gli elettrodomestici, i vestiti in serie ecc. Nel momento storico in cui il mercato discografico si allarga a nuove fasce di consumatori, masse sempre più numerose prendono possesso della lingua comune e la conquista della modernità è intesa essenzialmente (cinicamente) come graduale ripudio degli antichi saperi e delle tradizioni, giudicati inutili e inadeguati alla nuova società consumista, Modugno non vola nel cielo del “miracolo economico” e non gli importa di esprimere l’ambiguo desiderio di emancipazione del nostro Paese.
Lancia invece il suo omino in un altrove, inteso come negazione della mediocrità e delle brutture del presente. Proiettato repentinamente nel cielo infinito, l’omino è sollecitato a compiere movimenti inconsueti ed estranei alla retorica della melodia italiana. In Nel blu dipinto di blu la musica incalzante che prevale dopo l’incipit dimesso e malinconico, insieme all’ebbrezza del volo e al blu dello spazio, permette all’omino di liberare le sue pulsioni irrazionali, di sollevarsi dalla sua condizione di inerzia, dal disagio connesso alla condizione di crisi che attraversa. Gli procura sicurezza, entusiasmo e vigore. Genera il grido dionisiaco del ritornello che si lascia alle spalle la vita in bianco e nero che non si vuole. Ora perciò l’omino di Volare socchiude gli occhi, li riapre, accompagna la musica con il movimento del piede, muove le mani, allarga le braccia e mima l’estasi propria di chi sente allontanare da sé ogni forma di pressione sociale. Esprime una tensione emotiva, un atteggiamento fisico disinvolto ed eretico rispetto al puritanesimo della classe media. Un dinamismo e una gestione del corpo che l’avvento della televisione contribuisce a rendere visibile al grande pubblico degli spettatori, catturati, ma anche un po’ disorientati, quando non irritati, da un cantante che nell’aspetto e nella sua interpretazione esuberante esibisce il modo di essere dell’italiano del Sud. Oggi Nel blu dipinto di blu, decontestualizzata dalle radici autobiografiche e culturali di Modugno, dalla sua performance: la sua voce, la sua intonazione, i suoi gesti, il suo sguardo allucinato, gioioso, “rodomontesco”, è diventata una canzone un po’ svuotata di senso. Un ritornello da canticchiare o da utilizzare come sottofondo musicale nella pubblicità, negli spettacoli e nei servizi televisivi.
A dispetto di tutto ciò gli echi e le suggestioni originari di quella canzone resistono ancora. Si ritrovano nei testi di alcuni cantautori: Ho visto Nina volare di Fabrizio De André e La donna cannone di Francesco De Gregori. Emergono nell’urlo liberatorio di milioni di ragazzini e di adulti in cui si sfoga la carica aggressiva contro la vita grigia e il mondo non gradito, senza più fantasia, senza più utopie.

Lorenzo Catania

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