Scandalo bollette, onesti che pagano per i furbi

bolletteIl giorno di san Valentino non si può dire che dal Sole24Ore sia arrivato un messaggio d’amore. La notizia diffusa riguarda tutti i consumatori di energia elettrica. Infatti, con la delibera numero 50 dello scorso 1° febbraio di Arera, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, ha stabilito che il buco creato dagli evasori dovrà essere ripianato dai contribuenti.
Si premiano i furbi che se la svignano, mentre gli onesti dovrebbero pagare pure per i furbi.
Incredibile ma è così: chi è in regola con i pagamenti dovrà pagare di più perchè gli evasori non si riescono a prendere e a fargliela pagare.
La decisione è stata presa dopo una serie di sentenze che non avrebbero lasciato scampo all’Arera che si è dunque dovuta muovere scontentando gli ‘onesti’.
La novità principale ruota intorno a quelli che si chiamano ‘oneri generali di sistema’ delle bollette inevase, e dunque non i consumi effettivi, che fino ad oggi venivano coperti dalle imprese di vendita.
Adesso la musica cambia e quella fetta di evasione dovrà essere coperta dai clienti finali, ovvero i consumatori.
La sentenza spiega però che gli oneri sono a carico degli utenti e non della ditta ma non dice che quegli stessi utenti debbano suddividersi anche gli oneri dei morosi.

Una differenza non da poco che potrebbe persino portare qualcuno ad estendere la portata di questo principio per nulla equo a dire: “allora perché non facciamo pagare le tasse evase a chi le tasse le paga?”.

È caos per la questione delle morosità sulle bollette elettriche che si vorrebbero spalmare sugli utenti in regola, quelli che pagano sempre in tempo senza lasciare in giro ‘pendenze’.
Una notizia vera  che però in queste ore si sta intrecciando con una bufala che sta circolando via web e via WhatsApp, in merito ad un presunto addebito di 35 euro nella bolletta di aprile.
No, questa parte non è vera e rischia di essere pericolosissima  perché oltre a diffondere una falsa notizia invita a non pagare la bolletta in attesa di una non meglio specificata sentenza del Tar, e a decurtare questi 35 euro dal bollettino postale.
Si tratta di una bufala a tutti gli effetti, che solo in parte si fonda su un aspetto reale.
La deliberazione dell’Autorità per l’energia si prefigge l’obiettivo di spalmare sugli utenti finali le morosità,  ma solo relativamente agli oneri di sistema non pagati dagli operatori ai distributori dell’energia. Resta piuttosto vago il concetto di ‘oneri di sistema’ nei contratti di somministrazione.
Un principio che ad un primo sguardo sembra palesemente ingiusto perché, al di là degli importi e dell’entità dei ricarichi in bolletta, spalma sui consumatori onesti parte dei debiti accumulati sulle bollette elettriche.
Proprio in tal senso  il Codacons sta preparando un ricorso al Tar della Lombardia, dove si impugnerà la delibera dell’Autorità per l’energia chiedendone l’annullamento nella parte in cui addebita all’intera collettività gli oneri di sistema non pagati.

La notizia diffusa per prima dal Sole 24 ore circola ormai da quasi dieci giorni e probabilmente, finora, la reazione delle associazioni dei consumatori è sembrata debole.
Parallelamente sono nate anche altre iniziative come quello del deputato Mauro Pili, ex presidente della Regione Sardegna, che ha organizzato una raccolta firme per contrastare il provvedimento.
Più di 100 mila persone hanno già firmato una petizione.
Gli aumenti in bolletta per tappare i buchi degli evasori, dal 1° gennaio 2019, subirebbero altri aumenti fino al 46% per l’energia elettrica.

Mauro Pili, nella petizione rivolta al Presidente dell’Autorità per l’energia Elettrica e il gas elenca una serie di motivi per i quali quello che è stato deciso di fare andrebbe fermato.
Nel primo punto il deputato richiama  l’articolo 23 della Costituzione secondo cui ‘nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla Legge’.
Ma Pili parla anche di totale violazione del principio costituzionale di equità, considerato che quello che si vorrebbe portare a compimento imporrebbe la ripetizione di una tassa in capo ad uno stesso soggetto.
La decisione, inoltre, secondo Pili  ‘è palesemente in contrasto con il principio stabilito dal codice tributario che prevede che tasse ed imposte possono essere decise ed applicate solo ed esclusivamente con legge dello Stato’. In questo caso, come dice la sentenza del Consiglio di Stato alla quale si è dovuta attenere l’Arera, la legge prescrive proprio che gli oneri statali siano da addebitare al cliente finale e non all’azienda ma nessuno dice che chi paga debba sobbarcarsi anche la cifra dei morosi.
La petizione  pone l’attenzione anche sul divieto di introdurre  ‘il principio illegittimo di retroattività’  (art. 3, L. 212/00 dello statuto dei contribuenti),  considerato che le norme tributarie non hanno e non possono avere effetto retroattivo.
Si violerebbe anche il codice del consumo, per quanto riguarda buona fede, correttezza, e informazione del consumatore nel contratto.
Insomma, la battaglia sembra aperta anche grazie alla consapevolezza degli utenti che si stanno informando e vogliono capire cosa sta accadendo, senza subire inconsapevolmente un provvedimento che potrebbe piovere dall’alto.
Il pericolo, però, è che il continuo imperversare di bufale utili solo a confondere le idee, facciano perdere vigore alla battaglia che a questo punto sembra tutta da giocare.
E mentre i consumatori si interrogano su cosa accadrà, le aziende fanno i conti con la discesa del fatturato complessivo del settore energetico in Italia che nel 2016 è stato di 247,4 miliardi di euro, in diminuzione di 28,5 miliardi (- 10,3%) rispetto ai 275,9 del 2015 che resta però, considerando le società che producono, distribuiscono, vendono elettricità, gas, petroli e carburanti, quello di maggiore dimensione di tutta l’economia italiana.
Anche il margine operativo netto è sceso a 19,1 miliardi di euro (-9%, ovvero 1,9 miliardi) sui 21 miliardi del 2015.
Il Centro Studi CoMar ha rilevato, come pur in presenza di una diminuzione dei valori assoluti, il rapporto tra margine operativo netto e fatturato, sia salito dal 7,6% del 2015 al 7,7% del 2016.
Scendono invece gli addetti delle società considerate di 4.890 unità, da 182.083 a 177.193 (-2,68%).
Per quanto riguarda le classifiche delle singole aziende esaminate nello studio, sempre con riferimento ai bilanci 2016: nei primi dieci posti per fatturato, vi sono 7 società italiane: nell’ordine Enel, Eni, Gse, Edison, Esso Italiana, Saras Raffinerie Sarde, Kuwait petroleum Italia, A2A, Hera, Total Herg.
Le Società con il migliore rapporto margine operativo netto-fatturato sono Snam e Terna; le società con il migliore rapporto fatturato per dipendente risultano Edelweiss Energy Holding, Energy.com, GSE Gestore Servizi Energetici.
Il Movimento UNIDOS e il deputato Mauro Pili hanno promosso la seguente petizione, rivolta all’Autorità per l’Energia elettrica e il gas, che interviene, con tutti i sottoscrittori, nella procedura di consultazione sulla delibera 52/2018:
1. L’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha avviato la consultazione 52/2018, ancora in corso (possono partecipare tutti, anche i singoli cittadini, scadrà il 26 febbraio), che si pone l’obiettivo di spalmare sugli utenti finali le morosità relative agli oneri di sistema lasciate dagli operatori insolventi nei confronti dei distributori di rete.
2. In pratica le bollette non pagate dai furbetti saranno pagate dai cittadini utenti che hanno sempre pagato.
3. Si tratta di una proposta inaudita che lede i più elementari principi del diritto, a partire dal rapporto contrattuale tra utente ed erogatore.
4. A questo si aggiunge la violazione del principio secondo il quale l’utente deve pagare solo ed esclusivamente ciò che ha consumato al costo pattuito contrattualmente senza unilaterali, irragionevoli e illegali incrementi di costo.
5. I mancati pagamenti da parte dei morosi non possono in alcun modo essere scaricati sugli utenti regolari perchè questo genererebbe automaticamente un invito ad uniformarsi alla regola del non pagare perchè tanto pagano gli altri!
6. I debiti dei morosi per 1,4 mld sono addebitabili ai consumatori domestici, i restanti 4,6 mld si riferiscono a utenti di altri usi e media tensione, principalmente PA, Partite Iva e soggetti diversi dal consumatore domestico.
7. Tutto questo è in capo alle società erogatrici che devono perseguire, semmai, il ristoro dei debiti proprio da chi non ha pagato e non paga.
8. L’obiettivo di questa petizione è quello di partecipare attivamente alla consultazione esprimendo la totale contrarietà alla deliberazione con il preannuncio dell’ attivazione di un’apposita class-action in caso di approvazione della stessa.
9. Le fonti di diritto di gerarchia superiore ai regolamenti dell’Authority fanno ritenere il provvedimento deliberato nullo.
10. Il provvedimento  viola la Costituzione della Repubblica, in quanto secondo l’art. 23 “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla Legge”.
11. L’Authority è un’autorità amministrativa indipendente, che può imporre nell’interesse pubblico, il pagamento dei cosiddetti “oneri di gestione” solo se tale potere impositivo è descritto in una norma di Legge.
12. È in totale violazione del principio costituzionale di equità considerato che impone la ripetizione di una tassa in capo ad uno stesso soggetto.
13. È palesemente in contrasto con il principio stabilito dal codice tributario che prevede che  tasse ed imposte possono essere decise ed applicate solo ed esclusivamente con legge dello Stato.
14. È fatto assoluto divieto di introdurre il principio illegittimo di retroattività – art. 3, L. 212/00 (cd. statuto dei contribuenti), considerato che le norme tributarie non hanno e non possono avere effetto retroattivo.
15. Costituisce palese violazione del  codice civile in materia di contratti e diritti e le conseguenti obbligazioni che da esso sorgono.
16. È palesemente violato il codice del consumo, in riferimento alla buona fede, correttezza, e informazione del consumatore nel contratto.
17. Si chiede la non adozione e la conseguente revoca del disposto della delibera 52/2018 considerata la sua palese illegittimità e irragionevolezza
18.  Si chiede di revocare ogni atto e proposta tesa a scaricare sui cittadini/utenti/onesti ogni ulteriore aggravio dei costi di sistema e riequilibrare i costi tenendo anche conto dei divari strutturali e infrastrutturali, compresi quelli insulari.

Nella petizione, forse, si sarebbe dovuto aggiungere il principio di rischio d’impresa che con il provvedimento dell’Autorità per l’energia viene annullato.
Attualmente, si stima attorno al miliardo di euro l’insoluto totale delle bollette elettriche non pagate dai morosi, non i ‘morosi’ (termine dialettale veneto) che s’inteneriscono per San Valentino ma quelli di ben altra specie che evadono la fattura della corrente. Al posto loro ne pagheranno una parte tutti gli altri consumatori elettrici, quelli che saldano con regolarità il conto della luce.
L’hanno stabilito ricorsi e sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, e l’Autorità dell’energia ha formalizzato: sarà distribuita fra tutti i consumatori una prima fetta di “oneri generali” elettrici pari a circa 200 milioni arretrati.
Diverse aziende elettriche erano entrate in crisi, e qualcuna aveva addirittura dovuto chiudere i battenti, quando si è trattato di saldare ai fornitori alcune voci parafiscali della bolletta che erano state fatturate ai consumatori ma non erano state incassate. Altre aziende erano state colpite da politiche commerciali poco indovinate.
In sostanza, sulle bollette dell’energia elettriche già cariche di risarcimenti, di oneri, di voci e di incentivi si aggiunge un nuovo capitolo, ovvero saremo noi consumatori a rimborsare alle società elettriche di distribuzione della luce una parte del buco creato negli oneri parafiscali delle aziende in crisi da chi evade la bolletta per l’elettricità consumata.
Una delibera dell’Autorità dell’energia, appena ribattezzata Arera da quando ha rilevato oltre agli acquedotti anche l’area rifiuti, ha stabilito come ripartire fra tutti gli oneri generali di sistema, una parte parafiscale della fattura elettrica, non pagati dai consumatori morosi. Insomma, una socializzazione di una fetta degli insoluti.
Già da gennaio l’elettricità è in aumento del 5,3% ed il gas del 5%.
Diverse società del mercato libero stavano traballando e qualcuna, esposta alla drammatica crescita delle bollette non pagate, aveva addirittura dovuto chiudere, a cominciare, anni fa, dall’Esperia creata dall’imprenditore Filippo Giusto. Ma il mancato pagamento delle bollette e in alcuni casi anche politiche commerciali poco indovinate nei mesi scorsi avevano buttato fuori dal mercato un plotone di altre società fra le quali un nome forte come Gala, l’azienda di vendita di energia più esposta al fenomeno dei mancati pagamenti.
A quanto ammonta il valore da saldare? Per ora è impossibile dare una cifra esatta: le morosità complessive rivendicate dalle società elettriche ammontano a cifre superiori al miliardo di euro, ma per ora questa delibera sfilerà dalle nostre tasche una prima fetta di circa 200 milioni.
Altre delibere ancora allo studio dovrebbero essere messe a punto nei prossimi mesi per completare le procedure con cui noi consumatori rimborseremo ciò che non è stato pagato dai furbetti della bolletta.
Alcuni dati però sono sicuri. Nel 2016 il controvalore complessivo del mercato finale dell’elettricità si aggirava sui 61 miliardi di euro (fonte: «Electricity Market Report», Politecnico di Milano, ottobre 2017).
Per quello stesso anno l’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente aveva censito richieste di distacchi per morosità per il 2,8% dei consumatori del segmento “maggior tutela” (quello con le tariffe regolate dallo Stato). Sul mercato libero nel 2016 il numero di contatori sigillati per mancato pagamento era arrivato addirittura al 4,7%, il 5,8% di richieste di distacco per i consumatori non domestici come i negozi e gli uffici. (fonte: «Monitoraggio retail», autorità Arera, 2017).
Gli oneri generali in bolletta, tra i quali gli incentivi alle fonti rinnovabili e agli “energìvori”, sono pagati dai consumatori ai venditori di corrente, i quali poi devono rigirarli alle società di distribuzione elettrica che consegnano i chilowattora ai consumatori tramite i fili elettrici.
Il problema dei morosi e delle aziende di vendita in crisi si era presentato con l’imposta radio tv (il cosiddetto canone Rai). Il canone dei consumatori morosi non poteva essere pagato dalle società di vendita che fatturavano le bollette non incassate. È stato necessario intervenire con un atto normativo.
Lo stesso si è ripetuto con gli oneri. I fornitori di energia si accollavano gli oneri non riscossi dai clienti finali. Dovevano cioè versarli ai distributori anche se non incassati.
Ci sono stati ricorsi e sentenze finché il Consiglio di Stato ha deciso: l’obbligato al versamento degli oneri di sistema è il cliente finale.
Il fenomeno delle morosità è più ricorrente nel Mezzogiorno ed è più forte sul mercato libero, dove si può cambiare fornitore di corrente con un clic del mouse. Viene chiamato “turismo dell’elettricità”, e si basa sul fatto che prima di poter portare a conclusione la sigillatura del contatore ci vogliono numerose bollette non pagate. Il “furbetto della bolletta” straccia un po’ di bollette bimestrali e prima che si attivi la procedura di recupero credito cambia vittima, cioè cambia società di fornitura elettrica, con la quale ricomincia.
Il fenomeno sarà frenato quando saranno disponibili i dati su noi consumatori raccolti nella banca dati del Sii, il Sistema informativo integrato, nel quale le società elettriche potranno consultare se il nuovo cliente è corretto oppure se è un fuggitivo delle bollette non saldate.
Un fenomeno simile accade per esempio con i telefonini, con la differenza che nel segmento elettrico non ci sono ancora i contratti prepagati e soprattutto che alla base della fornitura ci sono i costi orgogliosi dell’energia realmente prodotta da una centrale elettrica alimentata con un combustibile costoso.
Massimo Bello, presidente dell’Aiget, l’associazione dei grossisti e rivenditori di energia ha detto: “Il nuovo assetto dovrà evitare che chi svolge un puro servizio di incasso per il sistema (ovvero i fornitori di energia) si ritrovino a sostenere un costo improprio. Qualsiasi iniziativa in tal senso, come i recenti provvedimenti dell’Arera, va nella direzione giusta”.
Marco Bernardi, presidente di Illumia, una delle aziende del mercato libero ha aggiunto: “Il principio secondo il quale le aziende che vendono energia elettrica non saranno più chiamate a riscuotere parti della bolletta, su cui tra l’altro non hanno mai avuto né controllo né vantaggi, è un primo importante passo verso una modalità che rispecchi appieno le responsabilità dei soggetti della filiera: venditori e distributori”.
Protestano alcune associazioni dei consumatori. Luigi Gabriele dell’associazione ‘Codici’ ha affermato: “Quando ci sono da socializzare i profitti si chiamano in causa le aziende, quando invece si devono spalmare i debiti si chiama il consumatore”. Marco Vignola dell’Unione nazionale consumatori ha aggiunto: “Questa delibera sarebbe solo un incentivo per non perseguire i furbetti del quartierino”.
L’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente (Arera) ha specificato che “il provvedimento citato (deliberazione 50/2018) riguarda solo una particolare casistica, limitata numericamente, e solo una parte degli oneri generali di sistema previsti per legge. In particolare, il riconoscimento individuato dall’Autorità per i soli distributori è parziale e attiene ai soli oneri generali di sistema già da loro versati ma non incassati da quei venditori con cui, a fronte della inadempienza di questi ultimi, i distributori hanno interrotto il relativo contratto di trasporto di energia, di fatto sospendendo così a tali soggetti la possibilità di operare nel mercato dell’energia. Il meccanismo, parziale e circoscritto finalizzato a garantire il gettito degli oneri di sistema da assicurare per legge, che l’Autorità ha strutturato in tal modo per adempiere ad una serie di sentenze della giustizia amministrativa che hanno annullato le precedenti disposizioni dell’Autorità in tema. La regolazione precedente imponeva ai venditori la prestazione di garanzie finanziarie in favore delle imprese distributrici anche a copertura degli oneri generali di sistema. Le pronunce della giustizia amministrativa sostengono che la legge pone in capo esclusivamente ai clienti finali, e non alle imprese di vendita, ne ai percettori degli incentivi, gli oneri generali di sistema, con la conseguenza che l’Autorità non avrebbe il potere di imporre il citato sistema di garanzie alle imprese di vendita negando che il rischio di mancato incasso degli oneri generali di sistema da parte dei clienti finali sia dei venditori”.
La problematica è sicuramente complessa. Ma, come sovente avviene quando si produce un’ingiustizia sociale, immediatamente si innescano meccanismi di deresponsabilizzazione.

SINTESI POSITIVA

prodi gentiloni

“La prima considerazione da fare è che la frammentazione della sinistra italiana rappresenta un problema. Non solo di oggi, ma storico. Una sinistra che fa minoritaria del Paese e nel Parlamento. Invece serve una sinistra responsabile che vuole governare e che non si vuole relegare a una opposizione duratura nel tempo e improduttiva”.

Lo afferma il sentore socialista Enrico Buemi, responsabile giustizia del PSI e candidato della Lista Insieme, nel collegio Piemonte 02 – Moncalieri (To). “Sappiamo – continua Buemi – che le opposizioni, come regola, non producono cambiamento, casomai lo frenano. Perché le opposizioni vogliono impedire che le maggioranze realizzino il loro programma. Ma nei programmi della maggioranza di segno opposto vi possono essere contenuti evolutivi delle condizioni generali. Il che deve essere il fine ultimo di ogni attività politica”.

E la Lista Insieme?
La Lista Insieme cerca di affrontare questo problema di una sinistra divisa. Tentando di sintetizzare esperienze positive che hanno cercato di interpretare il cambiamento ma mantenendo anche la sensibilità verso i grandi problemi. A partire da quello della giustizia sociali, della tutela dell’ambiente e delle politiche economiche che devono creare le condizioni per ridistribuire le risorse.

E proprio su questo punto l’appoggio dato da Prodi è fondamentale.
Prodi interpreta quello spirito che mette in campo esperienze e culture diverse che sono una caratteristica positiva dell’Italia. Noi non siamo un monoblocco. Nel nostro Paese storicamente vi è stata vivacità. A volte ha creato situazioni negative, ma nella maggior parte dei casi ha prodotto una forte evoluzione. Il fatto che gli italiani e lo Stato italiano nel mondo, sono percepiti come peculiarità positiva, deriva anche da questo. Le nostre forze armate sono percepite nel mondo come più attente e capaci di altre a interagire nei territori, i nostri prodotti sono tra i più apprezzati. Tutte queste caratteristiche producono anche diversità politiche. E la diversità è che l’Italia è un paese con tre-quattro storie di cultura politica di grande spessore che hanno rappresentato anche dei punti di riferimento per altre storie. Prodi rappresenta questo. Lo ha detto lui stesso. Prodi rappresenta una politica plurale che però è capace di trovare le sintesi.

L’opposto della vocazione maggioritaria.
La vocazione maggioritaria la aveva anche la Democrazia Cristiana per una certa fase ma la ha subito superata. Nel ‘48 vinse le elezioni ma capì dopo il ‘53 che anche i pariti minori socialdemocratici, repubblicani liberali e socialisti negli sessanta, erano necessari per governare il paese. Ma era in qualche modo d’accordo anche con il partito comunista. Il dibattito è stato riempito di dialettica positiva dando contenuto alle esperienze. Vi è stata la dimostrazione che vi era la capacità di interagire in maniera plurale.

E l’operazione portata avanti da LeU? Che ne pensi?
Mi interrogo come sia possibile che Bersani, D’Alema ed altri si trovino ad essere solidali con i radicali di una sinistra inconcludente invece di essere interlocutori di una sinistra riformista anche se con tutte le sue differenze e i suoi errori. Renzi ne ha commessi sicuramente tanti, ma non può essere perso di vista quello che è l’elemento essenziale di mantenere un’unità strategica. Vi è una sinistra, quella responsabile, quella riformista, quella gradualista, quella che ha i piedi piantati per terra nei bisogni della gente, delle imprese e nell’economia nel suo insieme. È questo il nostro terreno. Altrimenti è evidente che poi vince la destra.

Ma il loro obiettivo potrebbe essere proprio quello del tanto peggio tanto meglio
E io questo lo ho anche scritto. Era una logica della sinistra radicale, addirittura della sinistra extraparlamentare e brigatista. Quella di una strategia pseudo-rivoluzionaria dove però le rivoluzioni portano ai fascismi e non ai cambiamenti positivi.

A proposito di fascismi le cronache delle ultime settimane non sono tranquillizzanti…
Vero. Ma in parte. Questo è anche frutto di errori e sottovalutazioni di una emarginazione sociale che sta diventando di grandi dimensioni. Dovuta anche ai fenomeni economici legati alla globalizzazione. Si è creato uno sviluppo economico non ordinato, ovvero dove la politica ha rinunciato a dare parametri e regole fondamentali per creare le condizioni affinché esso avvenisse dentro determinare coordinate, sia di Stati che si aree geografiche. È evidente che in questo modo si sono create sacche di emarginazione. Quando la povertà dilaga e le sinistre diventano inconcludenti per varie ragioni, perché da un lato hanno proposte utopistiche o dall’altra abbandonano i loro riferimenti fondamentali e scimmiottano i sistemi liberistici, allora si crea questo disagio. E questo disagio produce destra, non produce più sinistra.

Un disagio dove pescano anche i 5 Stelle e Lega…
È questo il punto. Una sinistra che vuole tutelare effettivamente è una sinistra che deve essere gradualista.

Diamo un giudizio su questi cinque anni.
Questa legislatura è stata problematica ma di grande capacità di produzione di atti e di politiche. In tanti settori. Come in quello dei nuovi diritti. Dall’altra parte però le politiche economiche hanno più difficoltà ad affermarsi. Per l’affermazione dei diritti bastano atti parlamentari. Per le politiche economiche invece serve anche il tempo. Per realizzare sviluppo, ricchezza e poi distribuirla serve tempo e contingenze internazionali favorevoli. Quindi il processo è più lento, il cammino è iniziato, ma dobbiamo mettere a punto ulteriormente meccanismi e strumenti.

Gentiloni ha detto che lui non sbatte i pugni sul tavolo perché l’Italia, per il ruolo centrale che ha nell’Unione, non ne ha bisogno. Che ne pensi?
Condivido l’atteggiamento di Gentiloni. Fa parte della consapevolezza dei rapporti di forza. L’Europa dei governi, perché non esiste ancora l’Europa dei popoli, è un contesto molto concreto. E qui contano i rapporti di forza. Inutile andare a un tavolo a gridare quando i rapporti di forza non sono stati costruiti in maniera adeguata. Allora Gentiloni fa bene a muoversi in questo modo. Sono le politiche che tendono a modificare quei rapporti e non l’atteggiamento. Il resto va bene per i media. Abbiamo una subalternità rispetto alla Germania. Essa ha una sua economia più forte della nostra, i suoi conti più in ordine dei nostri la sua capacità di visione è più lunga della nostra. Noi per varie ragioni invece siamo più portati a guadare al domani piuttosto che al futuro.

In chiusura i 5 Stelle. Parlano della loro diversità. Ma le cronache non sono molto tenere con loro…
La notizia di un’indagine a carico del Presidente del Potenza calcio per riciclaggio fa smarrire completamente al cosiddetto candidato premier Luigi Di Maio qualsiasi nozione di diritto costituzionale. Capisco che di fronte alla vera notizia del candidato indagato per riciclaggio se ne debba creare una finta, in cui il candidato premier si reca con qualche settimana di anticipo dal presidente Mattarella, il quale giustamente non ha trovato il tempo di riceverlo perché occupato in altri impegni più seri e l’ha fatto ricevere dal suo segretario generale. La notizia vera, invece, è ancora un’altra, cioè che il movimento di cui Di Maio è il capo dice: “Se confermate le accuse non faremo sconti”, quindi linea garantista. Il problema, però, è sapere quando la ghigliottina, che loro hanno ripetutamente rivendicato dovesse essere applicata agli altri, scatterà: con rinvio a giudizio, condanna in primo grado o sentenza passata in giudicato? Noi siamo sempre stati garantisti e rimaniamo tali, però ci fa un po’ specie che il rigore annunciato in tutte le vicende degli anni scorsi riguardanti esponenti politici indagati e le gazzarre organizzate all’interno di Senato e Camera, con Di Maio protagonista, oggi si siano trasformate in un atteggiamento, da noi ritenuto giustamente garantista, in attesa di verifica sulle responsabilità del Presidente del Potenza calcio. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un metro e due misure a seconda se la misura riguardi gli avversari oppure gli amici.

Daniele Unfer

Scrive Andrea Zirilli:
Lo Staff Leasing

Secondo l’Inps nel 2017 ci sono stati -117mila contratti a tempo indeterminato, + 536mila contratti a termine, +58mila apprendistati, + 10mila contratti stagionali.
Volevo soffermarmi con Lei su una tipologia di contratto a tempo indeterminato, lo “staff leasing” (o somministrazione di lavoro a tempo indeterminato), in quanto lo reputo un contratto di qualità che coniuga flessibilità e tutele. Si definisce Staff Leasing, il servizio di fornitura di personale che un’Agenzia per il Lavoro effettua in favore di un’azienda: viene fornita manodopera qualificata la cui assunzione a tempo indeterminato è in capo all’Agenzia per il Lavoro, titolare del contratto commerciale con l’azienda utilizzatrice e del rapporto di lavoro con il lavoratore.
L’Agenzia per il Lavoro in questo caso, assicura al lavoratore continuità di impiego, oltre che una robusta dote formativa, piene tutele previdenziali e il riconoscimento della parità di trattamento con i lavoratori dipendenti dell’azienda in cui sono mandati in missione. Un lavoratore assunto a tempo indeterminato da un’Agenzia per il lavoro non è come può vedere, un lavoratore di serie B.
Lo staff leasing esalta tra l’altro lo schema della codatorialità. E’ come se il lavoratore avesse due datori di lavoro: il primo, l’utilizzatore che lo impiega ogni giorno, il secondo l’agenzia per il lavoro che si occupa di lui nel mercato del lavoro.
L’Agenzia per il lavoro supporta così il lavoratore dal punto di vista dell’orientamento, della formazione e di quella che è la continuità professionale e la gestione della carriera.
Proprio le agenzie, più di ogni altro attore del mercato, hanno gli strumenti per favorire la ripresa del mercato occupazionale. Spesso ci si dimentica della loro importanza per il Paese ed è bene sempre ricordarlo.

Looking Forward. Olivetti: 110 anni di immaginazione

Una marca che compie 110 anni e ha segnato la storia del design, della grafica, dell’innovazione tecnologica e della comunicazione in Italia: Olivetti si mette in mostra alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

olivettiLooking Forward. Olivetti: 110 anni di immaginazione, aperta al pubblico dal 20 febbraio al primo maggio, presenta oltre 300 pezzi unici tra oggetti, manifesti e fotografie d’epoca. A cura di Ilaria Bussoni, Manolo De Giorgi e Nicolas Martino, con la collaborazione dell’Associazione Archivio Storico Olivetti, Looking Forward è un omaggio non nostalgico alla tradizione olivettiana, il racconto del grande progetto iniziato 110 anni fa grazie a una grande famiglia dell’industria italiana e dell’eredità immaginifica di quel progetto trasmessa all’azienda che prosegue nel presente.

Il racconto si compone di due parti. La prima, Raccolta visiva, a cura di Manolo De Giorgi, è un viaggio sintetico nel progetto Olivetti attraverso una trentina di temi che hanno per filo conduttore la modernità. La seconda, Disegnare la vita, a cura di Ilaria Bussoni e Nicolas Martino, è una narrativa per scatti fotografici, manifesti pubblicitari e parole che usa l’archivio dell’Associazione Archivio Storico Olivetti come un materiale vivo a partire dal quale guardare non solo la storia, ma il presente e il futuro possibile.

La narrativa visuale presenta più di 150 scatti (stampe fotografiche originali, inedite e in maggior parte mai esposte prima) di alcuni dei maestri della fotografia del secolo scorso quali Henri Cartier-Bresson, Gianni Berengo Gardin, Ugo Mulas, Francisc Català Roca, Fulvio Roiter. Oltre a una selezione di decine di manifesti tra i più sorprendenti della produzione mondiale di Olivetti e una collezione delle locandine pubblicitarie di Giovanni Pintori tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60.

Nel percorso espositivo la progettualità visionaria che caratterizza la storia di Olivetti trova espressione nei prodotti iconici – dalla M1, la prima macchina per scrivere, alla Lettera22, alla P101, alla Valentine, solo per citare alcuni degli oltre 20 oggetti in mostra – e si concede qualche incursione nel nuovo corso digitale, come nel caso del Form200, registratore di cassa connesso e primo prodotto realizzato grazie al concorso Olivetti Design Contest promosso dall’azienda tra le maggiori università europee di design.

“Olivetti ha scritto pagine importanti della storia industriale, con la sua capacità visionaria di anticipare il futuro, cambiando la vita di intere generazioni e il concetto di impresa attraverso scelte etiche coraggiose e una profonda coscienza della morale sociale – dichiara Riccardo Delleani, amministratore delegato di Olivetti. Il design, l’organizzazione industriale, il ruolo degli intellettuali, il valore dell’arte e la ricerca tecnologica sono sempre stati gli strumenti utilizzati per proporre e creare un modello di produzione e di vita migliori. La bellezza degli oggetti e delle immagini presentati in questa mostra rappresenta una delle forme più visibili dei valori di questa esperienza con l’obiettivo di dare ai visitatori stimoli vitali per guardare avanti (Looking forward) con l’aiuto di una grande storia”.

Torna M’illumino di meno, quest’anno il tema “La bellezza del camminare”

m'illumino-meno-2018Torna “M’illumino di meno”, l’iniziativa ideata nel 2005 dal programma “Caterpillar” su Radio2 che chiede a tutti di spegnere le luci alle 18 di venerdì 23 per qualche minuto. Nulla di impossibile, ma che può portare ad un forte risparmio energetico, se si impegnano migliaia di persone contemporaneamente. Il Tema di questa edizione è “la bellezza del camminare”. “Entro il 23 febbraio, giorno della quattordicesima edizione di ‘M’illumino di Meno’, vogliamo simbolicamente raggiungere la luna a piedi e sono 555 milioni di passi. Abbiamo dunque bisogno del contributo di tutti”, dicono gli organizzatori. La camminata collettiva è iniziata il 29 gennaio dall’Arena Civica – Palazzina Appiani nel Parco Sempione di Milano, in diretta su Radio2 e in collaborazione con il Fai – Fondo ambiente italiano. Si è trattato della prima trasmissione radiofonica camminata della storia della radio. L’obiettivo, con tutti i partecipanti, è raggiungere, tra un evento e l’altro, 55 milioni di passi, distanza simbolica tra la Terra e la Luna. L’evento su scala nazionale, vede sempre la partecipazione di numerose istituzioni, comuni, monumenti e musei, che scelgono di ridurre le proprie illuminazioni in una determinata fascia oraria, o per tutta la serata.
‘M’illumino di meno’ ha l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo e ha ricevuto la medaglia del Presidente della Repubblica, che domani spegnerà la facciata del Quirinale, così come calerà il buio sul Senato della Repubblica, la Camera dei Deputati, e il Ministero dell’Ambiente e Bankitalia. Il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca ha aderito coinvolgendo le scuole italiane di ogni ordine e grado. Partecipano poi il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, l’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile e dell’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. E ancora hanno risposto all’appello ASI – Agenzia spaziale italiana, ESA – l’Agenzia spaziale europea e INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica e, nel mondo dello sport, tante associazioni (tra le altre la Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali, la Federazione Italiana Amici della Bicicletta, Ferrara, Monza, Treviso, Melegnano e l’Uisp, l’Unione Italiana Sport Per tutti), anche dilettantistiche.
Il Comune di Cagliari aderisce all’iniziativa e chiede a tutti i cittadini e cittadine di spegnere le luci che non sono indispensabili e per la 14esima edizione, ha annunciato l’assessore alla Pianificazione strategica e Urbanistica, Francesca Ghirra, è previsto “anche lo spegnimento dei motori delle auto”. Nella piazza Garibaldi è in programma un “laboratorio di bici a spinta”, organizzato dall’associazione Amici della Bicicletta e dedicato ai bambini dai 2 anni in su, per imparare l’equilibrio sulle due ruote attraverso il gioco. Prevista anche una “marcia di lettura” con passi al buio, una passeggiata urbana e una pedalata sino al Municipio. In Trentino sono oltre 50 le iniziative organizzate per oggi, con ciaspolate, letture, visite guidate al “buio”, aperitivi, palazzi al buio. Tra i comuni aderenti ci sono Ala, Avio, Canal San Bovo, Cavalese, Castelnuovo, Civezzano, Cles, Croviana, Drena, Dro e Pietramurata, Giovo, Grumes-Altavalle, Lavarone, Levico, Molveno, Mori, Nogaredo, Ossana, Peio, Pellizzano, Predaia, Predazzo, Roncegno, Rovereto, Primiero San Martino di Castrozza, San Michele all’Adige, Sfruz, Sover, Tesero, Trento, Vermiglio, Villa Lagarina e Riva del Garda. E proprio in quest’ultimo centro, da oggi fino al 23 marzo, saranno spente le luci dell’illuminazione pubblica delle passeggiate Belvedere, via Cis e al Bastione, all’esterno del Bastione e le fontane di piazza Garibaldi. A Bolzano c’è uno slogan scelto appositamente dall’amministrazione cittadina: “Usa le scale. Non prendere l’ascensore. Un gradino alla volta verso un stile di vita più salutare anche in ufficio!”. Lo scopo è quello di incentivare l’uso delle scale al posto dell’ascensore come pratica salutare per il corpo e per la mente. Andare a piedi, camminare e muoversi per il risparmio e per la salute.

Pensavo fosse presidente invece è un calesse

Juncker-UEJean-Claude Juncker ci ricasca. Dieci giorni fa aveva dichiarato che l’Ue di oggi è come un bar italiano: “Mettiamo le persone intorno a un tavolo per un caffè e si solleva un coro di richieste diverse: chi lo vuole normale, chi doppio, chi macchiato“. Gli era stato fatto osservare che quel linguaggio … da bar, era offensivo verso una delle migliori tradizioni culinarie italiane e politicamente sbagliato. Varietà al banco del caffè, significa da sempre qualità e libertà di gusto, niente a che vedere con l’indisciplina e la disarmonia comunitarie che, guarda caso, tocca proprio a lui impedire, cosa che non fa e non sa fare. Basti vedere cosa è riuscito a scrivere giusto un anno fa sugli scenari dell’Unione Europea, riassumendo per i governi il menu con cinque opzioni, compitino che qualunque studente sarebbe in grado di elaborare, invece di prendersi le responsabilità per le quali è profumatamente pagato e indicare lui come Commissione Europa, a stati membri e Parlamento Europeo il percorso da seguire.

La dichiarazione di ieri sul futuro prossimo italiano è stata sbagliata, inopportuna, dannosa, politicamente colpevole. Il presidente della Commissione ha affermato: “dobbiamo prepararci allo scenario peggiore: governo non operativo”.

È stata una frase sbagliata. Qualunque governo, per il fatto di esserci, opera. Magari male, o poco, ma di certo opera. E anche quando non fa le cose, sta paradossalmente attuando un tipo di operazione, il non fare, come sa bene ogni lentocrate che si rispetti. Si dà inoltre il caso che la scelta del presidente Mattarella sia stata quella di non far dimettere Gentiloni, che quindi governa oggi e nel dopo elezioni, come se nulla fosse successo, in forza della fiducia ricevuta dalle disciolte camere.

L’affermazione è stata inopportuna, perché il presidente della Commissione non interviene nella dialettica pre-elettorale di un paese membro. Nel caso specifico non ha capacità o strumenti per prevedere non solo il risultato elettorale, ma le dinamiche complesse che la democrazia parlamentare italiana vuole per la formazione del governo. I trattati affidano ben altri compiti alla Commissione che, purtroppo, la Commissione Juncker non sta praticando come dovrebbe.

L’affermazione è stata dannosa, per la montagna di denaro che ha mandato in fumo nelle quotazioni di borsa e per i costi al nostro erario che ha causato per via dell’ingiustificato allargarsi del differenziale di interessi sui nostri titoli. Si resta peraltro stupiti di come i mercati possano ancora prendere sul serio le opinioni del signor Juncker.

La colpevolezza politica sta nel fatto che Juncker è presidente della Commissione in quanto, come previsto dai trattati, esprime la forza politica maggioritaria al Parlamento Europeo, quella democristiana o popolare che dir si voglia. Contrariamente a quanto in genere si sente dire, dai trattati di Lisbona la Commissione non è più solo organo tecnico. Il non richiesto intervento a gamba tesa nella campagna italiana, echeggia le posizioni di un partito politico, e come tale va censurato. Conferma che mancano, al nostro, le doti di equilibrio e saggezza politica che ci si attende da chi, pur venendo da una storia di parte, accetta, nell’assumere un ruolo super partes, di non giocare più a favore della propria squadra d’appartenenza.

Blog Fondazione Nenni

Fascismo: Lista Insieme domani a manifestazione Anpi

mai più fascismo“Noi ci saremo domani alla manifestazione Mai più fascismi a Roma. Ci saremo per difendere la nostra Costituzione e la democrazia del nostro Paese da ideologie fasciste e razziste che hanno causato le più grandi tragedie del secolo scorso”. Così in una nota Riccardo Nencini, Giulio Santagata, Luana Zanella e Angelo Bonelli, promotori della Lista Insieme che proseguono: “Le cronache degli ultimi mesi ci mostrano una drammatica sequela di azioni con evidente stampo fascista e squadrista, ricordiamo le intimidazioni a Como, il recentissimo tentativo di incursione negli studi di una trasmissione televisiva da parte di trenta persone di Forza Nuova, e non perdendo mai la memoria dei tragici fatti di Macerata.”
“Noi saremo alla manifestazione perché è doveroso esprimere una condanna decisa verso chi fa campagne d’odio per raccogliere consensi, per chi sfrutta il sentimento di paura per portare le cittadine e i cittadini dalla propria parte. Noi vogliamo un’Italia solidale, antifascista e antirazzista”, concludono Nencini, Santagata, Zanella e Bonelli. Quest’ultimo poi richiama Grasso sulle ultime dichiarazioni contro Prodi. “È triste constatare che per il leader di Liberi Uguali, nonché presidente del Senato, Grasso il problema di questa campagna elettorali si chiami Prodi e non il centrodestra che rischia di arrivare al governo del Paese grazie anche ai voti di Liberi e Uguali. Voglio ricordare che il voto al referendum costituzionale non può essere preso come esempio perché i Verdi hanno votato contro mentre dentro LeU c’è chi ha votato a favore ma siamo tutti convinti che per combattere il pericolo xenofobo e razzista della destra sia necessario, come ha affermato proprio Romano Prodi, l’unità. Spiace constatare che LeU con la sua scelta di stare fuori dal centrosinistra aiuti la destra, che vuole levare unioni civili e biotestamento, e fare Salvini ministro interno”. Lo scrive in una nota il coordinatore dei Verdi e promotore della Lista Insieme Angelo Bonelli.

I curdi smembrati sognano il Kurdistan

Curdi-YPGEsistono i curdi, ma non il Kurdistan. I curdi non hanno mai avuto una patria, uno stato. Sono 30-40 milioni, vivono in Medio Oriente smembrati tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia. Quando cadde l’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, Regno Unito e Francia promisero l’indipendenza, ma poi le potenze coloniali europee non mantennero la promessa.

Sono un po’ come i polacchi in Europa. La Polonia restò schiacciata e divisa tra l’Impero Austro-ungarico, il regno di Prussia (poi Secondo Reich tedesco) e l’Impero russo, però alla fine è riuscita a recuperare l’unità e l’indipendenza. I curdi, invece, vivono sparpagliati tra cinque diverse nazioni, hanno subito e subiscono violente e sanguinose repressioni. In genere sono considerati dei cittadini di serie B, delle minoranze bistrattate alle quali si arriva a proibire perfino l’uso della propria lingua.

È stroncato nel sangue ogni tentativo di autonomia nazionale. Dal 20 gennaio l’esercito turco è penetrato nel nord della Siria con l’operazione “Ramoscello d’ulivo” (l’azione militare suona ancora più sinistra per la denominazione usata, un simbolo per eccellenza della pace). L’obiettivo è conquistare ed eliminare il cantone curdo di Afrin, amministrato autonomamente dal 2012 al di fuori dell’influenza del governo siriano, sull’orlo del collasso.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan usa il pugno di ferro: Ankara non si fermerà finché «il lavoro non sarà finito». Artiglierie e carri armati turchi spianano l’avanzata della fanteria. Nel mirino ci sono le Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) che amministrano la provincia. L’obiettivo è di impedire che l’esercito siriano, d’intesa con i curdi, rientri ad Afrin, recuperi la sovranità sulla città salvando però l’autonomia amministrativa della minoranza e il suo potere negoziale. Erdoğan ha annunciato: «Nei prossimi giorni, e molto rapidamente, inizierà l’assedio del centro della città di Afrin».

Le alleanze cambiano velocemente in Medio Oriente. Il presidente turco prima era stato un nemico giurato del presidente siriano Bashar al-Assad, poi era diventato suo alleato, ora addirittura spara sia sui suoi combattenti sia su quelli dei curdi. L’accordo Ankara-Mosca-Teheran sulla Siria sta scricchiolando paurosamente. La prima ha puntato le armi contro Damasco, le altre due sono potenti alleati di Bashar al-Assad, che sta riprendendo il controllo del paese dopo la rivolta del 2011 e le successive feroci guerre a catena: in totale 500 mila morti e 6 milioni di profughi. Il presidente turco ha nelle sue mani anche la carta della “bomba” degli emigranti: nei campi profughi ospita oltre 3 milioni di rifugiati siriani, scappati in 7 anni di guerra, e di volta in volta minaccia di aprire il “rubinetto” verso l’Europa. Non a caso ha chiesto all’Unione europea e in gran parte ottenuto, soprattutto appoggiato dalla Germania, 6 miliardi di euro per affrontare le spese di ospitalità dei profughi.

I curdi, sostenuti finanziariamente e militarmente dagli Stati Uniti, sono stati un elemento centrale per sconfiggere lo Stato Islamico, promotore del terrorismo internazionale, che si era impossessato di buona parte della Siria e dell’Iraq con i relativi giacimenti petroliferi. I combattenti curdi hanno pagato un alto prezzo di sangue per conquistare Raqqa in Siria, proclamata capitale dell’Isis. Un prezzo di sangue molto più consistente rispetto a quello pagato dalle milizie e dagli eserciti siriani, iracheni, iraniani, russi e statunitensi. Comunque gli jihadisti dell’Isis ancora non sono stati del tutto sconfitti e resistono in alcune zone del paese.

Erdoğan teme il “contagio” dell’autonomia conquistata dai curdi in Siria. In Turchia vive la maggior parte dei curdi e, dopo qualche anno di convivenza pacifica e di apertura ai loro diritti, è riesplosa una violenta repressione. I curdi, considerati terroristi, hanno reagito con sanguinosi attentati nelle città turche. Di qui la “guerra totale”.

Ora Washington ha davanti uno spinoso problema: se schierarsi con i curdi o con la Turchia, due importanti alleati (Ankara fa anche parte della Nato e dispone di uno degli eserciti più potenti). Per adesso sta tentando di tenere una posizione mediana. I margini per l’indipendenza o per l’autonomia dei curdi si restringono sempre di più. Il Kurdistan probabilmente resterà «una espressione geografica». La celebre profezia del principe austriaco Klemens von Metternich si rivelò sbagliata per l’Italia, ma potrebbe calzare a pennello per i curdi.

Leo Sansone
SfogliaRoma

Imperia. Lista Insieme senza diritto di parola

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Qui di seguito la lettera di Enrica De Cecco, candidata per la lista Insieme al Senato, alla quale ieri non è stato dato spazio al meeting elettorale di Confcommercio.

“La sera di giovedì 22 febbraio, presso l’Auditorium di via Belgrano ad Imperia, alle ore 19.30 la Confcommercio Imprese per l’Italia della nostra Provincia ha organizzato un INCONTRO DIBATTITO CON CANDIDATI ALLE ELEZIONI POLITICHE NAZIONALI 2018. L’incontro era aperto a tutti gli imprenditori e cittadini e sul volantino che pubblicizzava l’iniziativa, non comparivano i nomi dei candidati invitati al dibattito. Quindi mi sono presentata, come candidata al Collegio Plurinominale del Senato per la Liguria nella lista INSIEME (Partito Socialista, Verdi ed Area Civica) che appartiene alla coalizione del CentroSinistra, convinta di poter dare il mio contributo al dibattito. Alcuni candidati erano già arrivati e sedevano sul palco, altri stavano rilasciando interviste. Mi sono avvicinata al moderatore per presentarmi e per chiedere come si sarebbe svolto il dibattito e lui mi ha comunicato che il mio nome non era nella lista degli invitati a parlare.

Mi sono quindi rivolta al Sig. Enrico Lupi, Presidente Provinciale Confcommercio, facendo presente che avrei avuto piacere ad intervenire al dibattito. Mi è stato risposto che non era possibile. Allora, pensando che il motivo fosse solo organizzativo (la scaletta degli interventi era già stata compilata) ho chiesto se fosse possibile intervenire dalla platea limitando anche temporalmente la durata del mio intervento. Il sig. Lupi mi ha risposto che non era possibile.

Lascio a voi ogni commento politico sulla vicenda, che a me sembra molto grave, e vorrei sottolineare: 1) il volantino che presentava l’evento era stato, nei giorni precedenti, ampiamente diffuso sui media e non conteneva alcun invito ai candidati di comunicare anticipatamente la propria presenza al dibattito; 2) la maleducazione del Sig. Enrico Lupi, Presidente di tutti i Commercianti della Provincia. Credo che una elementare norma di educazione e consuetudine a rivolgersi cortesemente alle persone, doti che dovrebbero essere possedute da ogni commerciante, avrebbe richiesto una risposta del tipo: “Mi dispiace signora candidata ma ormai è tutto organizzato, si sieda pure in platea e cercheremo di dare spazio anche al suo intervento compatibilmente con l’andamento e la durata del dibattito”.

Enrica De Cecco

La Costituzione, le Istituzioni inclusive
e lo sviluppo locale

Regioni_ItaliaIn Italia, la scelta di dare vita con la Costituzione repubblicana ad un ordinamento regionale potrebbe dare l’impressione che con esso si sia voluto realizzare quel processo di decentramento istituzionale che ha sempre “tormentato” la vita politica nazionale. sin dall’inizio dell’Unità del Paese. Tuttavia, l’ordinamento regionale, pienamente attuato a partire dagli anni Settanta, con successivi “aggiustamenti”, culminati nella modifica, nel 2001, del Titolo V della Costituzione, ha prodotto solo l’illusione che segnasse la sconfitta del mito del centralismo.

Con l’istituzione delle regioni, infatti, si pensava che la forma dell’organizzazione dello “Stato unitario” avesse iniziato a cedere spazio a processi di decentramento istituzionale che, oltre che in Italia, interessavano altri Paesi europei, riducendo, e in qualche caso annullando, la differenza tra Stato unitario e Stato federale e inducendo a pensare che fosse stata aperta la strada verso il governo locale.

Ovviamente, Stato federale e Stato regionale non sono la stessa cosa; ciononostante, il processo di decentramento, realizzatosi dopo il secondo conflitto mondiale, ha aperto la strada verso dinamiche istituzionali che sono valse a modernizzare il Paese in seno democratico, attraverso il trasferimento di poteri istituzionali verso le autonomie territoriali.

La tendenza al decentramento si è concretizzata con modalità diverse nei diversi Paesi, non secondo una unica regola generalizzata. Infatti, in alcuni casi, la tendenza si è materializzata nella capacità di rappresentanza dei governi locali nei confronti dello Stato centrale; in altri, nell’erogazione delle prestazioni previste dal sistema di protezione sociale adottato; oppure, nell’ampliamento delle basi territoriali al cui interno i governi locali hanno potuto esercitare le loro competenze.

La tendenza ha però assunto caratteri del tutto specifici nel caso dell’Italia, dove la distribuzione delle competenze tra centro e periferia è avvenuta senza una preventiva riorganizzazione del territorio; fatto, questo, che ha reso quasi irreversibile la “polverizzazione” delle istituzioni locali; fenomeno che, né lo Stato unitario post-risorgimentale, né lo Stato repubblicano del secondo dopoguerra, né l’ordinamento regionale inaugurato dopo gli anni Settanta sono riusciti a rimuovere.

Inoltre, la conservazione del “nanismo istituzionale” del governo locale si è coniugato con una crescete conflittualità tra i diversi livelli di competenza, causata dall’accavallarsi di funzioni, ma anche e soprattutto dal succedersi di continue modifiche istituzionali. Nonostante il superamento dell’assetto verticistico dello Stato unitario, la strada verso il governo locale continua così ad essere ostacolata dalla contrapposizione di due posizioni politiche: quella della conservazione contro ogni necessaria innovazione, da un lato, e quella che invece trova conveniente per i singoli territori la conservazione dell’originaria dimensione, come unica via che i loro residenti possono convenientemente percorrere per accedere ai vantaggiosi trasferimenti pubblici, a compensazione del proprio stato di arretratezza.

In Italia, la discussione sulla natura del decentramento istituzionale ha sempre accompagnato, sia pure in modo discontinuo, il confronto politico, sin dal momento in cui stava per compiersi il processo di Unità nazionale; a fronte della soluzione unitaria che le forze monarchiche intendevano dare al problema dell’organizzazione dello Stato, si è contrapposta la posizione democratica di chi pensava di salvaguardare, attraverso la soluzione federalistica, l’eccessivo potere dello Stato unitario, opponendogli una pluralità di poteri locali; ciò, però, senza tener conto che la frantumazione istituzionale, anziché realizzare un funzionale equilibrio fra centro e periferia, avrebbe potuto mettere capo, come poi si è verificato, alla paralisi decisionale della periferia.

L’idea federalistica si è riproposta dopo l’avvento della Repubblica; nonostante il diverso clima politico e culturale, anche allora, per ragioni politiche, l’idea non si è concretizzata, o quantomeno è stata realizzata nella forma di un ordinamento regionalistico, per lo più attuato nella forma di un decentramento decisionale di tipo amministrativo. L’idea è stata riproposta sul finire del secolo scorso, per essere accolta, nel 2001, nei limiti in cui è stato modificato il Titolo V della Costituzione, che è valso a sovrapporre all’”impianto regionalistico” innovazioni istituzionali d’ispirazione federalistica.

Il risultato è stato deludente, a causa dei conflitti di competenza insorti tra centro e periferia; conflitti che hanno causato il peggioramento dei problemi che hanno sempre condizionato la funzionalità dello Stato unitario e reso più complessa la determinazione del modo in cui assegnare alla periferia una capacita decisionale politica originaria, oltre che amministrativa.

L’accoglimento dell’idea federalista e l’individuazione delle modalità con cui essa può essere riproposta trovano ora un ostacolo anche nella “confusione” calata sul riordinamento istituzionale del Paese, dopo il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre del 2016, che ha reso quasi “indipanabile” l’intreccio tra i propositi delle forze politiche e la bocciatura dei provvedimenti costituzionali che ne avrebbero dovuto incorporare l’accoglimento.

La crisi istituzionale, seguita alla riforma costituzionale del 2001, ha avuto tra l’altro conseguenze negative sull’operatività dei meccanismi di attuazione degli strumenti d’intervento previsti dalla “nuova programmazione”, inaugurata con la legge n. 662/1996, i quali avrebbero dovuto costituire il supporto principale di una nuova fase dello sviluppo locale. Nell’impossibilità di dare corpo alla costituzione di una soggettività istituzionale a livello locale, le politiche di crescita e sviluppo deo territori hanno perso ulteriormente di incisività, mancando di supportare iniziative economiche che fossero in grado di conservarsi autonomamente sul mercato, oltre il tempo di erogazione delle risorse pubbliche destinate alle singole iniziative finanziate.

In conseguenza di ciò, il “paradigma dualista” ha assunto una rinnovata centralità, sia in riferimento all’intera area del Mezzogiorno, rispetto al resto del Paese, sia in riferimento agli squilibri territoriali, peggiorati, all’interno delle singole regioni meridionali. Perciò, lo sviluppo locale, malgrado le direttive europee, sta vivendo in Italia una parabola discendente, che non trova riscontro in nessun altro Paese comunitario; questa situazione, in assenza di rimedi istituzionali nazionali, sottolinea la necessità indifferibile che, a livello dei singoli luoghi all’interno delle regioni, siano costruite delle istituzioni adeguate a promuoverne e a supportarne il processo di crescita e sviluppo a livello locale.

Diventa perciò cruciale la creazione di queste istituzioni, congiuntamente all’individuazione delle modalità procedurali con cui affrontarla. In questa prospettiva, spetta ad ogni regione meridionale, in quanto livello più prossimo ai luoghi arretrati, dotare le sue singole aree su-regionali delle istituzioni necessarie. La crisi dell’assetto istituzionale nazionale, perciò, rilancia secondo una nuova prospettiva, le funzioni della regione. Quest’ultima infatti viene a configurarsi, da un lato, come centro svolgente un “ruolo di regia” e di coordinamento tra tutti i progetti espressi dal basso dai singoli luoghi ricadenti all’interno del suo territorio; da un altro lato, la regione divine un polo di equilibrio dinamico tra le forze che tendono all’accentramento verticistico del potere decisionale e le possibili derive localistiche che, sempre al suo interno, possono verificarsi.

La difficoltà connessa con la creazione del nuovo assetto istituzionale dipende anche dal tempo necessario a realizzare il cambiamento di prospettiva nell’approccio alla progettazione delle azioni volte ad attivare la crescita e lo sviluppo locale. Al riguardo, occorrerà tenere presente che, sia la creazione delle nuove istituzioni, sia il consolidamento del loro normale funzionamento richiederanno tempi lunghi; anche in considerazione del fatto che l’esperienza sinora vissuta per promuovere, senza successo, lo sviluppo locale non ha richiesto tempi più brevi.

Perciò, l’uscita dall’attuale stato di confusione istituzionale in cui versano le regioni, soprattutto quelle meridionali, deve significare un “ritorno al territorio”, conciliandolo con una nuova prospettiva di politica economica regionale, che sia il risultato di scelte effettuate dai singoli territori sub-regionali. A tal fine, non potrà essere evitato un riordino delle autonomie locali, realizzato sulla base dei paradigmi propri della moderna geografia territoriale, quali quelli espressi dai concetti di “bio-area urbana” e di “spessore istituzionale”: il primo impiegato per definire in modo oggettivo le specificità di ogni contesto territoriale dell’intera area regionale, congiuntamente alla individuazione della sua dimensione materiale; il secondo finalizzato ad individuare l’insieme delle istituzioni più adatte a consentire il governo dal basso dello sviluppo sociale ed economico di ogni singola area locale.

Se il primo paradigma, quello di bio-area, serve a determinare le specificità proprie di ogni territorio e della sua dimensione, il secondo consente di individuare la qualità delle istituzioni locali, al fine di configurarle, rispetto alla società civile, in termini di una loro “prossimità”, sufficiente a trasformarle in strumenti di apprendimento dei residenti, riguardo al modo di valorizzare le risorse disponibili, attraverso l’attivazione di un processo innovativo che, coinvolgendo l’intera comunità locale, porti ad una valorizzazione ottimale dei “saperi locali”.

Intese in tal modo, le istituzioni locali dovranno essere tali da riuscire a stimolare comportamenti sociali che supportino le forme di apprendimento interattivo dei soggetti residenti in ogni area sub-regionale. La nuova struttura istituzionale per determinare lo sviluppo economico dei singoli territori dovrà infine risultare coerente con uno sviluppo equilibrato delle relazioni e dei rapporti di tutti i centri residenziali di ogni area sub-regionale. In questo senso, lo “spessore istituzionale” dovrà fare emergere dalle relazioni e dai rapporti tra i centri residenziali l’immagine di una “città diramata”, intesa come “cluster”, ovvero come gruppo spaziale di attività produttive e residenziali tra loro interconnesse.

Una simile riorganizzazione territoriale consentirà la riduzione dell’incertezza sociale ed economica, la promozione di processi di apprendimento collettivo, a vantaggio di tutti i residenti locali, ma anche di ostacolare l’abbandono dei singoli centri da parte dei loro residenti originari. Infine, le nuove istituzioni potranno contribuire ad approfondire la coesione sociale dei componenti la società civile di ogni territorio, nonché a curare la sostenibilità ambientale del proprio processo di crescita e sviluppo.

Gianfranco Sabattini