giovedì, 26 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Campagna elettorale o teatrino italico
Pubblicato il 22-02-2018


Ai Giochi Olimpici, in cui si gareggia per stabilire quelli che sono i più bravi atleti del Mondo, se qualche vincitore risulta dopato, viene squalificato e non può gareggiare per un certo periodo. Nelle “ GARE” politiche dovrebbero esistere regole simili. Purtroppo, nella campagna elettorale, che stiamo vivendo, si stanno scoprendo molti “drogati”, tra i candidati al Parlamento. Persone, che non cercano soft power, ma dimostrano di essere affamati di Sharp power (potere disastroso) e lo cercano con ogni mezzo, tra cui false promesse e Fake news. Le elezioni per eleggere il Parlamento di uno Stato, decidono a quale Forza Politica affidare le sorti del Paese, per governarlo nei successivi cinque anni. Durante la competizione, i concorrenti dovrebbero sforzarsi di dimostrare, agli elettori, che conoscono i problemi della società e che hanno proposte valide per risolverli. Conoscerli è impegnativo, non è come fare una fotografia. Essi non sono statici, ma in continua trasformazione, che è influenzata, oggi più di ieri, anche da dinamiche apparentemente lontane o insignificanti. Nel secolo passato, fino agli anni ’80, il territorio era soggetto a meno turbolenze ed era facile capire di che cosa avesse bisogno. Le forze politiche più lungimiranti, allargando l’orizzonte delle ricerche, ipotizzavano trasformazioni economiche e sociologiche, valutando anche gli effetti delle innovazioni tecnologiche e delle scelte di altri Stati, vicini e lontani. Era sempre la politica, che decideva la direzione e la velocità di marcia. La programmazione economica era, quasi, obbligatoria. Ogni Partito aveva un modello di società, a cui si ispirava. Le divisioni nascevano sulla valutazione delle priorità. Ad esempio, prima gli interessi degli imprenditori o quelli della classe lavoratrice?. Nelle campagne elettorali i confronti sui programmi erano cosa normale. Le Tribune politiche, con diversi giornalisti che interrogavano i leader dei partiti, erano lezioni per i contenuti e per lo stile. Oggi, non è più così. Per Luciano Fontana siamo “Un Paese senza leader”. Si è passati dall’Università alle elementari, nel mentre il controllo sociale dei popoli è diventato più difficile. Sono diventate più numerose “le agenzie culturale” e i fatti economici influenzano i comportamenti e le mentalità. Nel mondo globalizzato, un territorio è influenzato da fattori, non facilmente individuabili o difficili da controllare. Da tutto ciò, derivano gli sfasamenti temporali, nel capire cosa fare. Sociologi ed economisti vanno richiamando l’interesse politico su argomenti, finora considerati marginali per la comprensione delle dinamiche sociali. Ad esempio, partiamo dalla constatazione che il 70% dei comuni italiani ha una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti e che nel 3,4% dei Comuni risiede il 33,4% della popolazione. Molti Comuni perdono residenti e sono a rischio di estinzione demografica. Il loro valore patrimoniale diminuisce e migliaia di abitazioni restano vuote. Nel contempo, nelle grandi Città c’è un rafforzamento delle posizioni di rendita dei proprietari di appartamenti, accanto a un’esplosione del peggioramento della qualità della vita e dell’insicurezza sociale. Se la politica continua ad ignorare, i pericoli imminenti, la situazione diventerà drammatica. L’ impegno politico amministrativo riguarderà la gestione dei rifiuti, la mobilità urbana, i problemi dell’acqua, dell’energia , dell’illuminazione pubblica la qualità dell’istruzione, ecc. Purtroppo, alcune modifiche, presuntuosamente chiamate riforme, hanno aggravato le condizioni. Eliminare le Province e creare le Città Metropolitane è stata una manifestazione di infantilismo politico. Giuseppe Galasso sosteneva che, 99 anni fa, il cambio del Sistema elettorale portò a una crisi, che si concluse con l’avvento del fascismo. Modificare continuamente il sistema elettorale, come si è fatto nel nostro Paese, crea confusione e insicurezza politica, clima nel quale ogni degenerazione è possibile. Ma non finisce qui. Le Imprese tedesche, che operano nei Paesi dell’Est europeo, sono soggette a una tassazione irrisoria, dallo 0,4% al 2,5% e ad un costo della manodopera pari al 30% di quello tedesco. Ciò crea seri problemi di concorrenza all’economia italiana. Finora, nessuna Forza Politica ha dimostrato di dare importanza a tale fenomeno. Un altro capitolo, che, indirettamente, influenza lo sviluppo di uno Stato è l’ambiente. Gian Antonio Stella, sul Corriere della Sera del 14 u.s, paragona, l’interesse dimostrato ultimamente dal Partito comunista cinese a tale argomento, all’assenza della parola ambiente dalle filastrocche dei candidati italiani. Con tante incertezze, che influenzano la nostra vita economica, sociale e civile, le forze politiche in campo, invece di proporre soluzioni, cercano di distrarre gli elettori con proposte fasulle e con promesse, che non saranno mantenute. Quasi tutti i commentatori vanno affermando che , dopo il 4 marzo, sarà difficile formare un Governo. È facile immaginare il caos italico, utile solo ai corrotti, alle mafie e a quelli che stanno teleguidando la politica della seconda Repubblica.

Luigi Mainolfi

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Commenti all'articolo
  1. Trascrivo un concetto di questo articolo che mi sembra piuttosto illuminante, laddove si dice che “La programmazione economica era, quasi, obbligatoria. Ogni Partito aveva un modello di società, a cui si ispirava. Le divisioni nascevano sulla valutazione delle priorità. Ad esempio, prima gli interessi degli imprenditori o quelli della classe lavoratrice?”.

    Mi permetto di aggiungere che ogni Partito aveva le categorie sociali di riferimento, e viceversa, e quelli cosiddetti interclassisti erano solitamente organizzati per correnti, proprio al fine di dare rappresentanza ad ogni linea di pensiero, e i relativi programmi rispecchiavano il rispettivo bacino elettorale.

    Ora mi sembra invece che il fronte dei programmi sia abbastanza lontano da quella logica, o per lo meno lo sia in parte, e prendo giusto a riferimento le priorità richiamate opportunamente dall’Autore per far comprendere il nodo e cuore del problema, portando a mia volta un esempio concreto.

    Tutti paiono d’accordo sulla necessità di abbassare il livello di tassazione, ma poi devono arrivare le soluzioni e mentre gli uni dicono che va applicata l’aliquota fiscale unica gli altri sembrano voler di fatto lasciare le cose come stanno, oppure intendono forse applicare una tassa patrimoniale per avere più risorse, ma si dovrebbe capire la loro destinazione.

    La patrimoniale viene inoltre percepita in sottofondo perché dichiarazioni esplicite in tal senso non mi paiono essere uscite, se non mi è sfuggito qualcosa di questa campagna elettorale, così come, se c’è ancora in piedi dell’abusivismo edilizio, andrebbe detto in che modo sanarlo, ossia se tramite forme di condono, oppure ricorrendo alla demolizione.

    Voglio in sostanza dire che se ci si trovasse tutti d’accordo sulla lotta all’abusivismo, le differenze e divisioni possono poi nascere quando si vanno a trovare le risposte, posto che ogni forza politica è chiamata a dar voce a pezzi di società semmai portatori di interessi diversi come scrive l’Autore (e questo principio vale naturalmente nei vari settori).

    Quanto al fatto che “Eliminare le Province e creare le Città Metropolitane è stata una manifestazione di infantilismo politico”, oltre al dover constatare che non sono in pochi a rimpiangere le prime, leggevo in questi giorni un’ osservazione al riguardo che non mi pare affatto fuori luogo.

    Detta osservazione diceva che le Province davano forza e rappresentanza al territorio rispetto ai centri metropolitani, in un equilibrio che adesso non c’è più, tanto che se ne stanno vedendo le conseguenze, e viene altresì da pensare che la loro eliminazione sia il frutto della autoreferenzialità di una politica che ha perso via via il legame col territorio (un legame che nei miei ricordi esisteva all’epoca delle “preferenze”, a meno che non fosse una semplice coincidenza temporale).

    Paolo B. 23.02.2108

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