venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

“Fabrizio De Andrè-principe libero”, polemiche per il film
Pubblicato il 21-02-2018


principe libero“Fabrizio De Andrè-principe libero”, per la regia di Luca Facchini, racconta la vita del noto cantautore italiano con molto realismo e umanità. Dall’adolescenza, con la passione per la musica e il conflitto con il padre Giuseppe; all’età adulta con il vizio dell’alcol e delle donne; alla fase più matura caratterizzata da eventi importanti. Il film, infatti, ci mostra il successo che la scoperta della chitarra gli porterà – tanto da diventare sua inseparabile compagna di viaggio -, con cui affrontava e riusciva a superare le sue paure; ma non solo. Ci fa vivere la nascita (nel 1962) del suo primo figlio Cristiano, avuto dalla prima moglie Enrica Rignon, detta “Puny” (interpretata da Elena Radonicich), da cui si separerà a metà degli anni Settanta e l’incontro con Dori Ghezzi (Valentina Bellé), che sposerà nel 1989, da cui ebbe una figlia (Luisa Vittoria, detta Luvi, forse omaggio alla madre dell’artista Luigia “Luisa” Amerio) e con cui fuggì lasciando la sua prima famiglia (stabilendosi nella tenuta sarda dell’Agnata, vicino a Tempio Pausania). E poi il rapimento di Fabrizio e Dori, con tanto di richiesta di riscatto: il rapimento avverrà la sera del 27 agosto 1979, ad opera dell’anonima sequestri sarda e i due furono tenuti prigionieri alle pendici del Monte Lerno presso Pattada, per essere liberati dopo quattro mesi (Dori il 21 dicembre alle undici di sera, Fabrizio il 22 alle due di notte, tre ore dopo), con un riscatto versato pari a circa 550 milioni di lire, in buona parte a spese del padre Giuseppe. Ed un altro degli eventi significativi della vita di Fabrizio è proprio la riappacificazione del cantautore con il padre (Ennio Fantastichini), che era in punto di morte. Se grazie a una promessa fatta al papà lui supererà l’alcolismo, viceversa resterà sempre dipendente dalle sigarette – senza cui non riusciva a stare -¸tanto che – nel 1998 – dopo il sopraggiungere di una seria difficoltà fisica (on era in grado di sedersi, di tenere la chitarra e aveva un forte dolore al torace e alla schiena), da controlli e accertamenti gli verrà diagnosticato un cancro ai polmoni. Faber, nome che gli darà il suo amico Paolo Villaggio (interpretato nel film da Gianluca Gobbi), interromperà i concerti, ma non la musica. Il soprannome deriva dal fatto che il cantautore amava usare i pastelli e le matite della Faber-Castell, oltre che per un richiamo dal punto di vista sonoro, quasi un’assonanza, con il suo nome.
Il film si chiude con la sua ultima esibizione in “Bocca di Rosa”, ma sicuramente – tra gli altri momenti storici dell’epoca originali mostrati – non si può non citare l’interpretazione di Mina del suo famoso brano “La canzone di Marinella” (del 1964, che Mina canterà tre anni dopo). Tra gli altri suoi amici più stretti c’è sicuramente Fernanda Pivano (Orietta Notari). Il film è un biopic che riproduce in maniera fedele la sua biografia, ma va anche oltre. E non è insolito, a quasi vent’anni dalla sua scomparsa (l’11 gennaio del 1999). Gli hanno reso onore uno speciale a “Porta a porta” e a “Domenica In”.

Le polemiche. Di sicuro un film che ha fatto parlare di sé. Per l’interruzione del finale, con il taglio dei titoli di coda su “Bocca di rosa”, per l’interpretazione di Luca Marinelli, che deve vestire i panni di Faber: recitata con troppo accento romanesco, sarebbe servito più quello genovese; in realtà, dall’altra parte – a onore del vero -, da far notare che ha dovuto imparare a cantare e suonare e a superare la tensione per il peso di un personaggio così glorioso a cui andava a dare corpo. E poi Luca Marinelli (che aveva già recitato al fianco di Valentina Bellè in “Una questione privata”), sarà protagonista della serie “Trust” (trasmessa su Sky Atlantic a partire da fine marzo prossimo) al fianco di Donald Sutherland (che è il nobile industriale John Paul Getty di cui lui è il nipote); registi dei dieci episodi della serie sono Danny Boyle ed Emanuele Crialese. Quindi merita più rispetto.
Se poi dei particolari biografici sono stati tralasciati, è giustamente impossibile mettere tutto in un biopic. L’importante è non travisare il messaggio.

Le due ‘dimensioni’ del film. E “Fabrizio De Andrè-principe libero”, sembra proprio fondarsi piuttosto su una duplicità. Innanzitutto sul binomio ‘principe libero’, una citazione del pirata britannico Samuel Bellamy iscritta sulla copertina del disco di Faber “Le nuvole” del 1990. In essa così si dice: “Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare”. Principe anche per la ricercatezza del suo stile, di un’arte sofisticata e per la sontuosità e magnificenza dei contenuti, con un impegno sociale forte (anche politico se necessario), con un’attenzione particolare sempre rivolta (ovunque e perennemente) ai diversi, agli ultimi, ai diseredati, alla società che lo circondava con i suoi problemi e i principali avvenimenti che accadevano. E poi l’aggettivo più importante di tutti: “libero”, per un’attitudine forte al cambiamento, rivoluzionaria, a rompere ogni schema (anche se voleva farlo in modo pacifico e non violento o bellico). Come gridava e ricercava lui la libertà forse nessuno prima, quasi un precursore in questo d’avanguardia. Tanto che a un concerto si rifiutò di cantare per parlare di libertà, rivolto soprattutto ai giovani. “Parliamo – esortò in quell’occasione – di libertà, di come essere padroni di quello che abbiamo in mano, che è in nostro possesso”, prima che ce lo tolgano – sembrò continuare implicitamente -. Maestro della rima baciata, per lui era un modo di darsi delle regole prima che gliele dessero gli altri. Sempre controcorrente -sin da adolescente -, non amava le imposizioni e i vincoli, di nessun genere. Cantava, scriveva e componeva in qualunque momento su qualsiasi cosa; con gli amici, per gli amici, tra gli amici, sugli amici: “mi piace cincischiare con le parole”, scherzava. Univa genio e sregolatezza e il suo sogno era vedere giovani e ragazzi come lui essere “geniali e felici”, liberi, come una sorta di ‘figli dei fiori’. Forse il più grande autore italiano di tutti i tempi, emerge quasi il suo essere combattuto tra due mondi, agitato interiormente dalla ricerca di un equilibrio che non riusciva a trovare.
Due mondi: come quelli di Puny e di Dori, così diversi eppure così fortemente presenti nell’animo di Faber; quasi a rappresentare due fasi della sua vita. La prima è quella del ‘principe’, più nobile, elevata, ricercata, di maggiore fasto formale e racchiusa in un ambiente nobile ed elevato; a cui, però, non sembra sentirsi troppo conforme e in cui non si trova perfettamente a suo agio. Un uomo fatto di genio e sregolatezza, e un talento puro, ma anche un genio ribelle. Ed è per questo che entra nella ‘seconda’ fase, quella della libertà, del contatto con la natura, passione che lo legava (con quella per i cavalli) a Dori. Un uomo istrionico, istintivo, introverso, chiuso e timido, ombroso a volte, riservato, a volte così brusco e immediato nelle reazioni, eppure così delicato, fragile e sensibile (tanto da avere difficoltà ad affrontare le esibizioni in pubblico, ricercando una dimensione più intima della sua musica). Un animo complesso e nobile, eppure così umile e semplice, che mal si conformava alle etichette ed ai canoni da rispettare di facciata del mondo nobile di Puny, lui proveniente da famiglia di origini modeste, quasi che non si sentisse al suo livello eppure proprio in grado di elevarsi fino a tale soglia. Riservato, non amava essere al centro della scena. Lui credeva che l’unica cosa che sapesse fare bene fosse comporre musica, cantare e suonare. Molti pensarono che non fosse in grado di prendersi le sue responsabilità, fosse un irresponsabile e immaturo: nella paura di fare concerti live, come in quella di diventare padre. Più volte nel film Puny lo riprende: “perché non sei contento che tutti si interessino alla tua arte?”, perché quando cantava era come se non esistesse nessun’altro che lui in sala; oppure “penso che ora la priorità sia un’altra”, quando lui si lamentò che con il figlio Cristiano che piangeva non riusciva a lavorare.
E un altro tema che viene affrontato è proprio la paternità, in più occasioni: nel suo rapporto con il padre Giuseppe, in quello suo con il figlio Cristiano, quasi come in un triangolo di specchi, di figure speculari e così simili. La capacità di parlarsi e capirsi anche senza parole e con soli sguardi. Ma quello che sembra emergere di più di Fabrizio De Andrè è un uomo fortemente in conflitto con se stesso, con i propri sensi di inferiorità, ma soprattutto – oltre che per le sue conflittualità interiori – perché molto severo ed esigente in primis con se stesso più che con gli altri. È come se si guardasse dentro e, parlandosi, dicesse a sé quelle che sono le parole della canzone che Cristiano (chiamato così poiché è il secondo nome del padre) ha portato a Sanremo nel 2014, “Il cielo è vuoto”: “Io sono illuminato dai lampi che sono tutto il mio sereno. Non posso accettare niente di meno di quello che mi aspetto da te”. Mai appacificato o appagato, in pace con se stesso, sereno o soddisfatto, pretendeva molto da sé e si faceva guidare dalle sue sensazioni e percezioni istintive e istintuali, di pensieri in libertà quasi appunto, irrefrenabili e che nessuno poteva fermare in nessun modo. E non è un caso, dunque, se molti riconoscimenti ha ricevuto; uno su tutti quando, il 26 luglio 1997, Fernanda Pivano gli ha consegnato il Premio Lunezia per il valore letterario del testo di “Smisurata preghiera”, paragonandolo a Bob Dylan.
Grande il successo del film biopic su di lui, che ha ottenuto sei milioni e 100mila spettatori (con uno share del 24,3%) nella prima puntata e poco più addirittura nella seconda serata, con una visibilità riscontrata da parte di sei milioni e 200mila spettatori e uno share del 25,5%.

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