mercoledì, 19 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Gli interessi che legano a “doppio filo” gli USA e la Cina
Pubblicato il 20-02-2018


usa cinaL’ordine mondiale, almeno nel momento attuale, sembra non soffrire di alcun pericolo riguardo alla sua stabilità; ciò, per via del fatto che le due massime potenze economiche globali, USA e Cina, non hanno interesse, per vari motivi, a deteriorare i loro rapporti. La Cina è impegnata sul fronte interno per rimediare ai profondi squilibri, approfonditisi malgrado l’impetuosa crescita sperimentata negli ultimi decenni.

La stabilizzazione dei risultati conseguiti è però strettamente legata alla possibilità di poter continuare ad espandere le proprie esportazioni verso il resto del mondo. Inoltre, come gli Stati Uniti, la Cina ha interesse a risolvere il problema della minaccia nucleare rappresentata dalla politica di Pyongyang, per garantire la stabilità dei traffici internazionali, necessaria per supportate la crescita delle proprie esportazioni.

Con riferimento agli USA, per quanto siano molti i motivi di possibili conflitti che potrebbero insorgere con la Cina, il problema del necessario “congelamento” della minaccia atomica della Corea del Nord li ha riavvicinati alla potenza asiatica in quanto, a parere di Carlo Jean, esperto di geopolitica e di studi strategici (“USA e Cina: competitori legati a filo doppio”, in Aspenia n. 79/2017), per Washington è indispensabile il sostegno di Pechino nel gestire l’”affaire” nordcoreano, “anche per la riluttanza di Seul a contemplare l’uso della forza, malgrado le pressioni di Donald Trump – che è persino giunto a minacciare la cancellazione dell’accordo di libero scambio tra i due Paesi per indurre la Corea del Sud ad allinearsi con le minacce americane di attacco preventivo”.

Gli USA, però, non hanno sinora definito una stabile strategia per spingere la Cina a collaborare per la risoluzione del problema della denuclearizzazione di Pyongyang, mostrando poco interesse alla proposta avanzata da Henry Kissinger, consistente nell’impegno che gli USA dovrebbero assumere nei confronti della Cina, in caso di collasso della Corea del Nord, a ritirare le forze americane attualmente dislocate nella penisola coreana, a cessare le esercitazioni militari congiunte con le forze di Seul e, soprattutto, a non favorire ciò che la Cina teme al di sopra di ogni altra minaccia: la possibile riunificazione delle due Coree.

Tuttavia, a parere di Jean, anche se gli USA fossero disposti a dare seguito alla proposta di Kissinger, la Cina avrebbe valide ragioni per continuare a nutrire seri dubbi sulla volontà di Washington di rispettare gli impegni assunti; ciò, per varie ragioni, antiche e moderne. Innanzitutto, perché la Cina non è, com’è noto, tanto disponibile a dimenticare i torti subiti, anche se lontani nel tempo, come quello che gli USA hanno “consumato” ai suoi danni, in occasione degli accordi di Versailles del 1919, allorché hanno promesso al Giappone i territori cinesi occupati dagli Stati europei. In secondo luogo, perché buona parte delle politica internazionale dell’amministrazione Obama è stata condotta col preciso intento di contenere la continua espansione internazionale degli interessi cinesi, cui ha fatto seguito la campagna presidenziale del 2016, nello svolgimento della quale Trump ha avuto modo di affermare che la Cina sottraeva posti di lavoro agli americani, “manipolando” la moneta e “barando al gioco” con la Corea del Nord. Infine, la diffidenza di Pechino nei confronti di Washington è alimentata dal fatto che il dibattito pubblico statunitense faccia trapelare che nei rapporti con la Cina persista il convincimento dell’esistenza della “Trappola di Tucidide”, evocante, al pari di quanto accaduto nei rapporti fra Atene e Sparta prima della guerra del Peloponneso, l’”inevitabilità di uno scontro fra la potenza egemone e una potenza emergente che ne insidi la superiorità”.

Non è detto però che sia destinata a materializzarsi la presunta inevitabilità di un conflitto armato o di una guerra commerciale; anzi sono molti, invece, i motivi che spingono le due potenze economiche globali a collaborare tra loro; a parere di Jean, fra questi, soprattutto da parte degli USA, vi è sicuramente la palese incapacità di “salvaguardare il ‘proprio’ ordine mondiale”, ma anche e soprattutto “la crescente consapevolezza di Washington di non poter gestire la questione nordcoreana senza il sostegno cinese”.

La propensione degli USA a collaborare con la Cina non è nuova, se si tiene conto del fatto che negli Stati Uniti, negli ultimi decenni, si sono affermate due “dottrine” contrapposte sulle relazioni con il grande Paese asiatico: la “dottrina Armitage” e la “dottrina Zoellick”. La prima, che trae il nome da Richard Armitage, consulente del Ministero della difesa americana ai tempi di Bush padre, sostiene l’inevitabilità di un conflitto e la necessità di contenere Pechino, sia sul piano economico che su quello strategico; la seconda, che trae il nome da Robert Zoellick, vice Segretario di Stato ai tempi di Bush figlio, sostiene, al contrario, l’essenzialità della Cina nel condividere, con gli Stati Uniti, le “responsabilità della conservazione del nuovo ordine mondiale”.

Questa seconda dottrina prevede la possibile gestione di tale ordine in regime di duopolio; la ragione che la ispira sta nell’assunzione della complementarità delle due economie, nella convinzione da parte americana che la Cina “non possa mai competere con gli Stati Uniti in una guerra commerciale, né che mai costituirà una seria minaccia militare agli interessi americani nel mondo, e neppure nel sistema Asia-Indo-Pacifico”. La dottrina Zoellick trova conforto nel fatto che, dopo il suo inserimento nell’economia mondiale e il particolare sviluppo dei comparti produttivi manifatturieri, la Cina ha reso la propria economia dipendente dal mercato mondiale e dalla disponibilità di grandi infrastrutture (quali sono le vie della seta in fase di realizzazione, con l’attuazione del progetto BRI-“Belt & Road Iniziative”) attraverso le quali importare le materie prime delle quali necessita e per esportare i propri manufatti.

Contrariamente alle tendenza protezionistiche attuali degli Stati Uniti, la Cina sarà interessata ad integrare sempre di più la propria economia nel mercato globale, diventando il principale sostenitore della globalizzazione e del multilateralismo economico, occupando il vuoto creato dall’attuale amministrazione americana, “nel dare priorità all’’America First’, rispetto alla leadership mondiale, che era stata l’obiettivo costante di Washington dopo il secondo conflitto mondiale”. A parere di Jean, la Cina persegue i propri obiettivi, ricorrendo in modo esclusivo a un “soft power”, in sostituzione di quello americano fondato sui “principi”, che le consente di accreditare le propria politica commerciale in termini pacifici; fatto questo che le permette anche di porre, sempre più nettamente, la propria politica commerciale mondiale in alternativa a quella americana.

Secondo Jean, alla base della disponibilità di Washington a tollerare la continua espansione commerciale della Cina, e a consentire la prosecuzione della realizzazione delle grandi vie della seta, potrebbe esservi anche l’obiettivo degli USA di contenere la concorrenza della Russia nei Paesi dell’Asia centrale, che Mosca considera ricadenti all’interno della propria esclusiva zona di influenza. Per altro verso, l’interesse della Cina a collaborare con Washington potrebbe essere giustificato dalla necessità di attenuare lo stato di tensione causato dalla trasformazione della Corea del Nord in potenza nucleare. Ciò perché il governo cinese non possiederebbe il “livello di influenza e capacità di pressione su quello nordcoreano che gli Stati Uniti le attribuiscono”; ragione, quest’ultima, per cui la Cina, sempre in funzione della conservazione di stabili condizioni di pace nell’area del Pacifico, tende ad affievolire gli “intenti punitivi di Washington ai danni di Kim Jong-un, ma anche per evitare che a trarne vantaggio possa essere la Russia, che approfittando dell’instabilità strategica che il perdurante stato di tensione tra Stati Uniti e Corea del Nord potrebbe offrirle, anche solo come “possibile mediatore”, sebbene i suoi rapporti commerciali con la Corea del Nord siano del tutto trascurabili.

Le considerazioni sinora svolte sono di per sé sufficienti a lasciar prevedere l’interesse degli USA e della Cina ad approfondire la collaborazione economica, senza che ciò possa essere ostacolato dagli effetti del deficit commerciale e dell’indebitamento estero degli Stati Uniti. A parere di Jean, sia il deficit commerciale che l’indebitamento estero, e soprattutto il fatto che la Cina ne possieda una consistente quota, non possono compromettere l’interesse alla reciproca collaborazione. Ciò perché – afferma Jean – la competizione strategica e commerciale e la possibile manipolazione delle monete non “avvengono nel vuoto: sono inseparabili dalla geopolitica, dalla lotta politica interna e dagli equilibri economici e militari globali. Inoltre, lo scarso “interesse di Trump per i diritti umani”, tradizionale motivo con cui le precedenti amministrazioni americane erano solite giustificare in parte l’aggressività della loro politica estera, tende ad avvicinare ancora di più USA e Cina nella collaborazione sul piano della politica commerciale globale. Malgrado le minacce protezionistiche del nuovo presidente americano, lo scoppio di una guerra commerciale, almeno nella fase attuale, appare plausibilmente del tutto improbabile, in quanto le sue conseguenze sarebbero disastrose per entrambe le due superpotenze.

Concludendo, Jean è del parere che le relazioni fra Stati Uniti e Cina non siano destinate, almeno per ora, a deteriorarsi; sarà, infatti, “la politica interna, più che la geopolitica, a determinare il futuro dei rapporti fra Washington e Pechino”; per cui le preoccupazioni da molti avanzate “circa l’aumento della potenza militare cinese e il sorpasso del PIL americano da parte di quello cinese sono in gran parte ingiustificate”.

I problemi interni che la Cina dovrà affrontare per diminuire gli squilibri territoriali e sociali saranno di enorme portata. A tal fine, essa dovrà affrontare un’incisiva ristrutturazione economica, destinata ad avere “profondi riflessi sulle relazioni con gli Stati Uniti e con il resto del mondo”, non solo per l’intento, che sicuramente non vorrà abbandonare, di voler continuare a conservare un sistema economico liberista, per quanto gestito da un sistema politico fortemente centralistico ed autoritario, ma anche perché gli accresciuti squilibri territoriali e sociali non mancheranno di creare condizioni di instabilità, che varranno ad ostacolare la politica inaugurata da Xi Jinping. Questi, infatti, pur avendo rafforzato il proprio potere e quello del Partito Comunista Cinese, vuole aprire alla Cina una “nuova era”, dopo quella della liberalizzazione dell’attività economica voluta Deng Xiaoping; a tal fine, Xi avrà bisogno di stabilità, non solo interna, ma anche internazionale; pena la mancata possibilità di perseguire, entro il 2050, l’obiettivo di fare della Cina la più grande potenza economica mondiale.

La realizzazione dell’obiettivo renderà anche irrinunciabile l’approfondimento della collaborazione con gli USA; da un lato, perché sarà necessario il supporto del mercato interno statunitense per perseguire con successogli obiettivi interni e internazionali; da un altro lato, perché , assieme agli USA, la potrà meglio contenere, quantomeno in una posizione di stallo, la situazione critica dei rapporti con la Corea del Nord. Tuttavia, se la prospettiva di un continuo approfondimento della collaborazione tra gli Stati Uniti e la Cina può salvaguardare la conservazione di condizioni di stabilità e di pace a livello globale, non è privo di preoccupazioni il fatto che dal nuovo “condominio del mondo USA-Cina” sia estranea la Russia, proprio per questo propensa, come molti affermano, a “pescare nel torbido”, ovvero a creare situazioni di crisi, per trarne vantaggio.

Vien fatto di pensare che l’atteggiamento russo a livello internazionale, non sia la conseguenza di una politica premeditatemene aggressiva ai danni del resto del mondo, quanto l’esito degli effetti ereditati dal passato regime; quest’ultimo, avendo privilegiato costantemente l’industria pesante, ha impedito, dopo il crollo dell’URSS un processo di riconversione della struttura produttiva che si integrasse progressivamente nel mercato mondiale dei prodotti dei comparti produttivi leggeri, così come invece ha fatto la Cina. Oggi, perciò, alla Russia non resta che fare affidamento sulle esportazioni di materie prime, prevalentemente energetiche, che la estraniano dal mercato globale che conta, dove la Cina occupa una posizione dominante.

Il fatto che la Russia nella sua politica commerciale mondiale usi a volte la natura particolare delle sue esportazioni come strumento di ricatto può indurre a farla percepire come aggressiva e propensa a “pescare nel torbido”; per altro verso, però, il possibile fraintendimento dell’uso delle esportazioni, vale ad affermare la necessità che, al pari di quanto avvenuto all’indomani del crollo dell’URSS, i Paesi che l’hanno “aiutata” si adoperino per favorire una maggiore diversificazione della sua produzione nazionale, per supportare una sua crescente integrazione nel mercato mondiale. Ciò nell’interesse di tutti, per la conservazione di uno stabile ordine mondiale in condizioni di pace.

Gianfranco Sabattini

 

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