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Opinioni e commenti
 

Kenneth Rogoff e i limiti della circolazione della moneta cartacea
Pubblicato il 02-02-2018


Kenneth Rogoff

Kenneth Rogoff

Gli anni della Grande Recessione sono stati caratterizzati da una generale contrazione delle attività economiche, sia reali che finanziarie; la grande massa di moneta inattiva presente all’interno dei sistemi economici in crisi ha paralizzato la politica monetaria, per via del fatto che, per quanto le risorse finanziarie fossero offerte a bassissimo costo a causa della loro abbondante disponibilità, nessuno mostrava interesse a chiederle in prestito, per ragioni produttive o di consumo.

Kenneth Rogoff, docente di politiche pubbliche a Harvard, in “La fine dei soldi”, sostiene che “una politica dei tassi negativi senza limiti” avrebbe consentito alle banche centrali di attuare una politica monetaria ben più efficace di quella che è stata loro consentita attraverso il ricorso a misure monetarie “non convenzionali”, quale la politica di quantitative easing, finalizzata ad aumentare la liquidità delle banche, ad innalzare il tasso d’inflazione e ad ostacolare gli effetti negativi sul rilancio della crescita riconducibili alla persistenza della deflazione. Perché?

Secondo Rogoff, gli ostacoli cui sono andate incontro le banche centrali sono stati originati dalla natura particolare della moneta cartacea; questa non è altro che un’obbligazione dell’emittente (lo Stato) a tasso zero, o, in termini più precisi, “un’obbligazione al portatore anonima e infruttifera, che non è associata ad alcun nome o evento passato ed è valida indipendentemente da chi la possiede”. Finché esiste la possibilità di detenere denaro contante, nessuno è disposto a “liberarsene”, depositandolo in un conto di deposito bancario, per accettare, a meno del costo della sua conservazione e assicurazione, un interesse inferiore a quello garantito dal suo investimento in un qualsiasi tipo di obbligazione offerta dal mercato dei capitali a breve. Questa circostanza è all’origine, secondo Rogoff, dello “Zero Lower Bound”, responsabile della paralisi che può colpire la politica monetaria in presenza di particolari condizioni di funzionamento del sistema economico, come, ad esempio, quelle createsi durante gli anni della crisi scoppiata nel 2007/2008.

Le espressioni “Zero Lower Bound” (ZLB) e “Zero Nominal Lower Bound” (ZNLB) indicano il problema di natura macroeconomica che insorge, quando il tasso nominale di breve termine è uguale o prossimo a zero, causando una “trappola della liquidità”, che ostacola la possibilità della banca centrale di supportare la stabilità della crescita economica attraverso la politica monetaria.

La causa dello ZLB è la circolazione della carta moneta a un tasso nominale di interesse corrente uguale a zero, in corrispondenza del quale è nulla la possibilità di stimolare la propensione a spendere attraverso l’abbassamento del tasso di interesse corrente, perché il pubblico (detentore della carta moneta) preferirà semplicemente conservare presso di sé il contante del quale dispone, in quanto scoraggiato a trasformarlo in depositi bancari coi quali finanziare la propensione a spendere di chi volesse approfittare del basso costo del denaro.
Kenneth Rogoff sostiene che il problema dello ZLB può essere risolto “facendo piazza pulita della moneta cartacea” o, quantomeno, eliminandone “gradualmente la maggior parte”, favorendo l’“inclusione finanziaria” (l’insieme delle procedure utili a garantire l’accesso ai sevizi bancari a tutti soggetti, in quanto consumatori e produttori, presenti nel sistema economico) “con carte di debito sovvenzionate e mantenendo in vigore le banconote di piccolo taglio a tempo indefinito, magari sostituendole in prospettiva con un sistema di sole monete metalliche”.
Altri, a differenza di Rogoff, come ad esempio Miles Kimball, docente di economia all’Università del Colorado, sostiene che il problema dello ZLB può essere risolto più efficacemente con una circolazione completamente basata o sull’introduzione di una moneta elettronica, o sull’adozione di una moneta elettronica come unità di conto per la regolazione di tutte le transazioni economiche attraverso la “tecnologia blockchain” – detta anche tecnologia di registro distribuito o Distributed Ledger Technology (DLT).
Essa consentirebbe, secondo Kimball, di mantenere sincronizzati i dati di numerosi database nell’ambito di una medesima rete telematica (network). I contenuti di un database sarebbero suddivisi in blocchi e condivisi in tempo reale con gli altri nodi del network; la procedura di codifica a blocchi conserverebbe in maniera permanente, e legalmente certa, la data di creazione, l’origine, il contenuto, la sicurezza e l’integrità dei dati relativi alle transazioni, attraverso procedure crittografiche automatiche e prive di intervento umano.
Rogoff non condivide la proposta di Kimball; per quanto non abbia alcun dubbio sul fatto che la tecnologia blockchain presenti validi motivi per considerarne positiva l’applicazione ai servizi finanziari, tuttavia, per il futuro prevedibile, egli è del parere che il miglior sistema sia quello che “utilizza come unità di conto una valuta, emessa dall’autorità statale, sebbene nel lungo periodo essa sia destinata a diventare moneta del tutto elettronica. Rogoff afferma di condividere la “visione libertaria” di quanti credono che le nuove tecnologie di pagamento via WEB possano liberare le persone dalla tirannide della moneta e dal controllo dello Stato”; però, è anche del parere che l’impiego del “Bitcoin” come unità di conto sia al momento improponibile, non essendo ancora disponibili le procedure appropriate per rendere adeguata l’inclusione finanziaria, allorché la moneta cartacea sia rimpiazzata da una moneta criptata. In altri termini, secondo Rogoff, il fatto che, in linea teorica, la tecnologia blockchain possa “prima o poi dare vita a una valuta migliore non significa affatto che quel mondo esista già in concreto”.

Il vero problema è oggi la possibilità di utilizzare la politica monetaria per il raggiungimento degli obiettivi che “affollano” le agende dei governi dei sistemi economici in crisi, quali la stabilizzazione dell’attività economica, l’erogazione del credito necessario per invertire il ciclo economico negativo, il finanziamento della spesa pubblica e la sottoscrizione delle obbligazioni emesse dallo Stato per equilibrare i disavanzi correnti dei conti pubblici. Per realizzare queste finalità, a parerete di Rogoff, “è fondamentale che il governo conservi il controllo sull’unità di conto e sulla valuta”, in termini della quale è denominata gran parte dei contratti sottostanti il funzionamento dell’economia nazionale.

Prima della crisi, causata dalla Grande Recessione, erano pochi i policy maker che si preoccupavano del problema dello “Zero Lower Bound”; ciò perché il vincolo posto dalla soglia zero del tasso d’interesse di breve periodo non aveva più suscitato particolari timori dai tempi della Grande Depressione. Dal 2007/2008, però – sostiene Rogoff – “la situazione è mutata radicalmente”, in quanto nel corso degli anni della crisi “quasi tutte le principali banche centrali hanno una volta o l’altra desiderato di avere la possibilità di fissare i tassi d’interesse abbondantemente sotto lo zero”.

L’idea che i tassi d’interesse negativi, allorché il sistema economico si trovi in particolari condizioni di crisi, possano consentire di realizzare un’efficace politica monetaria, strumentale all’inversione del ciclo negativo dell’economia, non è nuova. Anche nel pieno della Grande Depressione, John Maynrd Keynes era giunto alla conclusione che, se solo fosse stato possibile trovare il modo di offrire un rendimento negativo sulla liquidità, l’espansione monetaria avrebbe potuto contribuire a fare uscire il mondo dalla depressione; anche allora, come oggi, il problema consisteva nel fatto che, con i tassi di riferimento a breve termine pari a zero, la politica monetaria veniva bloccata da una “trappola della liquidità”.

Le insufficienti procedure di inclusione finanziaria allora disponibili hanno condotto Keynes – a parere di Rogoff – “alla famosa conclusione secondo cui la spesa pubblica era la chiave per spingere le economie fuori dalla Grande Depressione”. Non è quindi da escludersi, che se nel mondo di allora fossero state disponibili le attuali procedure d’inclusione finanziaria, lo stesso Keynes avrebbe potuto giungere a una conclusione diversa.

L’eliminazione (o quantomeno la riduzione) della circolazione della moneta cartacea (specialmente della parte costituita dalle banconote di grosso taglio) non servirebbe solo ad assicurare maggior forza alla politica monetaria; essa sarebbe utile anche per rinforzare la lotta contro le attività illecite, quali l’evasione fiscale, il narcotraffico, la corruzione, il riciclaggio di “denaro sporco”, il finanziamento dell’economia sommersa, le molte forme di rimunerazione in nero della forza lavoro occupata illegalmente e tutte le altre forme di aggiramento o di elusione degli obblighi legali.

L’eliminazione (o la riduzione) della quantità di moneta cartacea in circolazione potrà però essere realizzata solo in presenza – afferma Rogoff – di un programma mirato “a fornire alle persone a basso reddito conti correnti e carte di debito a condizioni fortemente sussidiate”; in ogni caso, il programma dovrà lasciare “in circolazione le banconote di piccolo taglio per un periodo prolungato (forse a tempo indeterminato)”, per soddisfare le esigenze di pagamento giornaliere della maggior parte delle persone. La conservazione della circolazione dei biglietti di piccolo taglio consentirà inoltre – a parere di Rogoff – di affievolire “alcuni dei timori più viscerali concernenti la sicurezza, la privacy e le emergenze”.

L’eliminazione dell’enorme massa monetaria in circolazione non è “un pasto gratis”, avverte Rogoff; tuttavia, i “’profitti’ realizzati dalle autorità assecondando ciecamente la domanda dei denaro contante sono ben poca cosa se paragonati ai costi delle attività illegali rese possibili dalla moneta cartacea, specialmente delle banconote di grosso taglio. L’effetto dell’abolizione della cartamoneta sull’evasione fiscale basterebbe probabilmente a compensare la perdita dei profitti ottenuti dalla stampa di moneta”. In ogni caso, conclude Rogoff, non tutte le considerazioni di coloro che si oppongono all’eliminazione della carta moneta sono prive di fondamento; ciò perché chi si schiera a favore della conservazione della possibilità di effettuare i pagamenti col denaro contante è molto spesso “mosso da ragioni perfettamente legittime, nel voler conservare lo status quo”.

E’ certamente fondata la tesi di chi sostiene, ad esempio che la cartamoneta non deve essere mai abbandonata, in considerazione del fatto che essa, oltre che mezzo di pagamenti, è anche, e soprattutto, “libertà coniata”. Di fronte alle pretese di chi sostiene questa tesi, come può la società conciliare l’aspirazione dei singoli individui alla privacy con l’esigenza di adottare regole che siano nell’interesse di tutti? Secondo Rogoff, la risposta all’interrogativo è che la conciliazione delle due istanze costituisce il “problema più cruciale che qualsiasi task force dedicata a eliminare il contante dovrà affrontare”, considerando attentamente gli obiettivi e le procedure tecniche alternative con cui conseguirli.

Certo, l’aspirazione dei singoli a non rinunciare alla comodità della privacy offerta dalla conservazione delle banconote è sicuramente meritevole di considerazione; ma non è neppure priva di senso la necessità che lo stesso singolo si ponga il problema del costo che la conservazione della comodità comporta, non solo per la lotta che occorre condurre contro l’attività criminosa, ma anche e soprattutto per la mancata possibilità di garantire un normale funzionamento del sistema sociale, supportato da una stabilità economica, il cui venir meno può compromettere la stessa comodità della privacy individuale.

Gianfranco Sabattini

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