venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

I tanti misteri delle ex banche venete
Pubblicato il 22-02-2018


In questa tornata elettorale il già abituale carico di promesse che caratterizza le tante competizioni di questo tipo si è implementato di un nuovo diffuso impegno politico: quello per la costituzione di un fondo di solidarietà che possa essere utilizzato per interventi di sostegno e di assistenza a favore delle persone che, finite fra i circa 200.000 risparmiatori traditi (ex azionisti delle due grandi popolari venete), dimostreranno di essere particolarmente bisognose. In questo contesto programmatico, il confronto ora è tra chi promette di più sul piano quantitativo.

Si è, più volte cercato di dimostrare che un simile approccio al problema del tradimento del risparmio (perché di questo si è trattato) è profondamente errato, perché sottende un improprio spirito meramente assistenzialistico da parte di uno Stato, che, invece, dovrebbe percepire un suo obbligo giuridico di risarcire, cioè di riparare ad un torto subito da molti suoi cittadini per i danni loro derivati da comportamenti antigiuridici di strutture ad esso stesso riconducibili. L’appello ad uno Stato elemosiniere non è coerente con le vere responsabilità sottese agli eventi che hanno portato all’eliminazione delle due ex banche popolari.

Sforziamici, allora, di ricostruire il quadro fattuale della vicenda: si deve partire dalla frettolosa legge 33 del 2015, con la quale è stato convertito in legge il Decreto che, su indicazione di BCE, ha obbligato le banche popolari con attivo patrimoniale superiore ad otto miliardi di euro a trasformarsi in società per azioni, avviando implicitamente anche il processo della loro quotazione. E’ stato l’inizio di un terremoto che non è ancora finito, perché, a seguito della trasformazione e nella prospettiva della loro entrata in borsa, è stato richiesto un aumento di capitale di 1,5 miliardi, per la popolare di Vicenza, e di 1 miliardo, per quella di Treviso. Sono stati costituiti due consorzi di garanzia, capitanati, per la prima, da Unicredit e, per la seconda, da IMI del Gruppo Intesa, al quale hanno aderito nove banche internazionali.

Ma, improvvisamente e senza apparenti ragioni, Unicredit è receduta dall’impegno, seguita, poco dopo, da IMI. Entrambi tali istituti sono stati sostituiti, nella funzione digaranzia per l’aumento di capitale, dal c.d. Fondo di Investimento Atlante, costituito repentinamente per il duplice scopo di garantire gli aumenti di capitale di banche in difficoltà e di rilevarne i crediti in sofferenza, con dotazione (di 5-6 miliardi) proveniente essenzialmente dalle due grandi banche italiane, Unicredit e Banca Intesa; Atlante era una struttura formalmente privata ma, di fatto, completamente controllata dal Ministero dell’Economia. Esso ha subito precisato che la propria offerta di garanzia sarebbe stata valida a condizione che, se il capitale fosse stato sottoscritto solo parzialmente, la quota di sua competenza fosse, comunque, superiore al 50%; quindi, partecipando all’aumento di capitale delle due popolari, intendeva detenerne la maggioranza. E, proprio per facilitare il programmato percorso di Atlante ed evitare che esso potesse defilarsi, l’amministratore delegato di allora di Veneto Banca, si è particolarmente impegnato nello scoraggiare la partecipazione a quell’aumento da parte del capitale privato, tanto che, nella presentazione del pianoalla comunità finanziaria ed ai soci, era arrivato a descrivere la banca stessa come un istituto alla canna del gas o come uno zombie. Tuttavia, non risulta che qualche Procura della Repubblica si sia sentita in dovere di assumere iniziative per sanzionare siffatti gravi atteggiamenti, suscettibili di aver arrecato un non indifferente danno reputazionale alla banca; infatti, in un momento particolarmente problematico per un intermediario che si stava rivolgendo al mercato per chiedere fiducia e capitale, il suovertice amministrativo di allora non aveva esitato a scegliere una comunicazione aziendale che quella fiducia finiva per minarne in radice.

E, in ogni caso, quel dirigente bancario non ha mai spiegato a nessuno la sua scelta di procedere, comunque, sulla strada dell’aumento di capitale, anziché “portare i libri in tribunale”, come avrebbe dovuto fare se la banca fosse stata davvero alla canna del gas: cioè insolvente. Egli avrebbe ben dovuto sapere che un’impresa insolvente ha il dovere di richiedere, essa stessa, una procedura concorsuale e non avrebbe certopotuto ingannare il mercato, ricercando capitale. Quindi, delle due l’una: o la banca era insolvente, ed, allora, andava interrotto subito il percorso dell’aumento di capitale; oppure essa non lo era, ed allora non è dato di capire come un amministratore delegato (apparentemente tanto stimato da Bankitalia) possa, impunemente, aver descritto la banca stessa come alla canna del gas. La disarmonia della manovra era sotto gli occhi di tutti.

Eppure, nessuno, né la magistratura, né Bankitalia, né Consob ha, finora, censurato quel dirigente (Cristiano Carrus). E’ sempre maggiore il sospetto che egli stesserealizzando un programma pensato e condiviso altrove.

Fatto sta che a tutti, tranne che ad Atlante, è stato praticamente impedito di partecipare all’aumento di capitale, tanto che agli sportelli era stato impartito l’ordine di far sottoscrivere una dichiarazione che doveva esprimere la volontà dell’aspirante sottoscrittore di procedervi, nonostante la stessa banca lo avesse sconsigliato di farlo.

Ebbene, l’aumento di capitale è stato fatto a 10 centesimi per azione ed è statopressoché interamente sottoscritto dal Fondo Atlante, che è giunto a detenere il 98% di entrambe le popolari venete. A questo punto, la diluizione del valore del titolo è stata così intensa che i soci storici hanno sostanzialmente perduto tutto.

In seguito, le gestioni delle due popolari (alle quali ha partecipato anche Fabrizio Viola che, poi, è diventato – altro mistero ! – uno dei tre commissari della liquidazione coatta amministrativa) sono state talmente negative che, nel marzo 2017, entrambe hanno comunicato alle Autorità competenti l’intenzione di accedere al sostegno finanziario della ricapitalizzazione precauzionale. Attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, esse hanno poi ricevuto la comunicazione che BCE, previo accertamento della loro solvibilità (per aver rispettato i requisiti patrimoniali minimi in base ai bilanci al 31 dicembre 2016), aveva confermato la sussistenza delle condizioni del beneficio richiesto. Ma, pochissimo tempo dopo, nel giugno 2017, le banche venete, non considerate sistemiche in ragione dell’estensione territoriale non europea del rischio del loro default, inaspettatamente sono state dichiarate da BCE nella condizione di “failing or likely fail” (in fallimento o in probabile fallimento); quindi, prive di titolo per accedere alla procedura di ricapitalizzazione precauzionale. Cessata questa procedura, esse sono state sottoposte non alla procedura di risoluzione, in base al sistema del bail-in, bensì a quella nazionale della liquidazione coatta amministrativa.

A questo punto, già sorge una forte perplessità se si considera che, nello stesso periodo, la banca Monte Paschi di Siena, che negli ultimi sette anni aveva bruciato capitali per importi ingenti (quest’anno chiude in pesantissima perdita, di oltre 3,5 miliardi) è stata ammessa alla ricapitalizzazione precauzionale, che – si ripete ancora – presuppone la solvibilità, accertata da BCE, del soggetto richiedente. Perché allora perseguire, per le banche venete, un diverso trattamento fortemente penalizzante, accuratamente risparmiato, invece, in una situazione ben più grave, alla banca toscana?

Tornando alle due banche venete, dopo questo repentino cambio di rotta si è scelto di mettere in campo Banca Intesa, che, per acquisire, in totale assenza di rischi, la solaloro parte buona, oltre ad un’importante quota di mercato in una delle regioni economicamente più dinamiche d’Europa, ha ricevuto un contributo a fondo perduto di 3,5 miliardi, nonché la possibilità di retrocedere (fino a 4 miliardi) i crediti che dovessero presentare problemi di incasso nei successivi due anni. E, grazie a questo contributo – non considerato come aiuto di stato, come, invece, sarebbe avvenuto se lo stesso importo fosse direttamente affluito nelle casse delle due ex banche – banca Intesa ha chiuso l’esercizio 2017 con un utile netto di 7,3 miliardi, di cui 3,5 rappresentati da quel contributo. E così, con malcelato orgoglio, l’amministratore delegato di Intesa ha potuto annunciare che l’85% di esso sarebbe stato distribuito ai suoi soci; ciò significa che tutta la manovra, il cui costo complessivo è stato addossato essenzialmente agli azionisti delle due ex popolari venete, ha comportato un elevatissimo utile, di cui beneficeranno quelli di Intesa e le Fondazioni. In sostanza, le disgrazie economiche dei soci delle due banche venete, considerate le vittime sacrificali, sono servite a soddisfare le aspettative dei soci di Intesa. E anche su questa singolare vicenda sta calando un inaspettato oblio.

Un’altra vicenda sulla quale nessuno pare aver voglia di ricercare la verità è riferibile alle c.d. operazioni baciate di Veneto Banca; cioè ai finanziamenti concessi dalle banche ai propri clienti per l’acquisto di azioni e obbligazioni dello stesso istituto finanziatore. Nel bilancio al giugno 2015 sono stati dedotti 116 milioni dal patrimonio di vigilanza, anche se tali operazioni, in realtà, ammontavano a 71 milioni(ai quali, per scrupolo, erano stati aggiunti altri 45, riferiti ad operazioni di incerta natura) Questo era il risultato delle valutazioni effettuate dalla Banca d’Italia, nonché dell’analisi eseguita dagli ispettori BCE nei primi otto mesi del 2015. Le operazioni sospette riguardavano un arco temporale di quasi tre lustri; e la loro entità era, comunque, tale da non creare alcun problema di tenuta patrimoniale dell’Istituto. Orbene, nel corso della seduta del CDA di Veneto Banca del 28 agosto 2015, l’allora A.D. ha dichiarato che il Capo della vigilanza di Bankitalia, dott. Carmelo Barbagallo, gli aveva riferito di essere ben conscio che, per ciò che riguardava labanca trevigiana, non esistevano particolari problemi per le operazioni baciate; ciononostante, lo stesso Barbagallo avrebbe sollecitato un rinnovato approfondimento con l’adozione di criteri molto più selettivi e stringenti. E, a questo punto, ci si deve chiedere perché mai solo per Veneto Banca siano stati addottati più rigidi parametri, neppure in allora vigenti e, in seguito mai entrati in vigore per le altre banche. E la riprova dell’esistenza del sospetto di un inconsueto e inspiegabile accanimento, anche da parte di BCE, nei confronti dei vertici dell’istituto trevigiano, è rinvenibile nell’insistenza con la quale una nota dirigente della Vigilanza europea aveva, essa stessa, sollecitato l’adozione, solo per Veneto Banca, di parametri più rigorosi per l’individuazione delle operazioni baciate.

Ma, anche con riferimento ai c.d. crediti deteriorati di Veneto Banca è lecito prospettare non poche perplessità. Nella sua audizione in commissione bicamerale di inchiesta sulle banche, la prof.ssa Giuliana Scognamiglio ha riferito che, dopo neppure due mesi dall’insediamento dei commissari della liquidazione coatta amministrativa di Veneto Banca, era emerso che ben 800 milioni di crediti deteriorati erano stati riportati in bonis. Non essendo certo usuale che i commissari migliorino la qualità del credito dei soggetti sottoposti ad una procedura concorsuale, nasce un grave sospetto: perché mai, allora, gli amministratori hanno commesso un così evidente errore nella valutazione del credito di Veneto Banca ? E – ipotesi ancora più inquietante – si è proprio certi che, in una banca ormai allo sbando, le operazioni di trasferimento a credito deteriorato non abbiano perseguito altri scopi trasversali ? Ciò anche perché, di recente, si sono concluse alcune significative transazioni che destano non poche perplessità e che, forse, meritano qualche specifico approfondimento.

Un primo esempio è riferibile ad un’impresa di Roma con la quale Veneto Banca aveva in essere un contratto di finanziamento redatto da uno dei più importanti studi legali di Milano e che risultava inattaccabile. A quanto consta, la banca ha concordato una consistente riduzione del credito (circa 20 milioni), operando con una scelta che era stata contrastata anche da alcuni manager. Vien da chiedersi se esistessero davvero le condizioni di cui all’art. 1965 c.c., con particolare riferimento all’incertezza della situazione giuridica ed alle c.d. reciproche concessioni, oppure se l’operazione si sia risolta solo in un grazioso sconto da parte della banca.

E, con altra impresa del settore alimentare, la banca ha stralciato qualche decina di milioni a fronte di azioni della popolare trevigiana acquistate una decina di anni prima e per le quali non c’era mai stato alcun problema.

Ad un noto imprenditore veneto è stato concesso uno sconto di circa 50 milioni sul suo ingente debito, benché egli si fosse dichiarato disponibile a pagarne l’intero importo, pur nell’arco di qualche anno; ma la relativa pratica, più volte passata per il Comitato Esecutivo della Banca, era sempre stata bocciata. Anche questa operazione suona come un’inopportuna regalia, che stride con la polverizzazione dei risparmi degli azionisti.

Un’altra impresa veneta, che era stata affidata per circa 80 milioni, a fronte di garanzie ipotecarie per la quasi totalità e di garanzie personali di ingente valore, è stata – molto inspiegabilmente – inserita fra i debitori incagliati, poi trasferiti alla liquidazione coatta. Anche questa operazione corrisponde ad una scelta particolarmente singolare, perché quell’impresa era assolutamente regolare nel pagamento dei ratei del suo debito. E si ha notizia di una imminente transazione che,se sottoscritta, consentirebbe al debitore di risparmiare alcune decine di milioni. E’ allora sempre più grave il sospetto che il passaggio di molti debiti alla categoria dei NPL fosse strumentale e finalizzato a facilitare salvifiche transazioni, a beneficio di qualche eletto.

Se così è, gli autori di quella classificazione avrebbero così contribuito al depauperamento della ex Veneto Banca per almeno un centinaio di milioni; con l’ulteriore conseguenza che, se essa non fosse del tutto genuina e non rispecchiasse le reali condizioni economiche dei debitori che vi sono inseriti, si dovrebbe aprire un altro inquietante capitolo di indagini. Ma chi vorrà farlo?

E, a questo punto, sorgono alcune domande: se gli 800 milioni riportati subito in bonis, come ha riferito la prof.ssa Scognamiglio, fossero stati fin dall’origine, classificati per tali; se fosse stata evitata la frettolosa deduzione dal patrimonio di vigilanza dei 250 milioni dovute alle sospette (ma inesistenti) operazioni baciate, in base a regole mai entrate in vigore, ma comunque imposte solo a VB da Bankitalia;se BIM, di recente svenduta per meno di 30 milioni, fosse stata ceduta, quando, in epoca recente, era ancora possibile, per 560 milioni; se tutto ciò fosse avvenuto, sarebbe stato davvero necessario l’aumento di capitale per Veneto Banca? E, conseguentemente, ci sarebbe stato il disastro che poi c’è stato?

I risparmiatori traditi vorrebbero avere qualche risposta per sapere chi devono ringraziare e gradirebbero che l’impegno elettorale fosse diretto, non tanto ad implementare un inutile fondo di solidarietà, quanto a scovare, finalmente, le tante menzogne che tuttora, fra depistaggi e bugie, impediscono di capire la verità sul più grave disastro bancario del dopoguerra.

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