domenica, 22 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Il dilemma tra maggioritario o proporzionale
Pubblicato il 02-02-2018


urna-elettorale

Questa prima fase della tornata elettorale sembra già offrire elementi e spunti per una qualche riflessione sul sistema di voto, semmai in un prossimo futuro la politica avesse a decidere di riprendere in mano l’argomento, preferibilmente, almeno a mio modesto parere, attraverso provvedimenti legislativi di rango costituzionale, che vadano ad interessare più ampiamente l’impianto istituzionale.

Prendendola un po’ da lontano, ci siamo sentiti dire abbastanza spesso che l’opzione maggioritaria, ed in particolare quella del collegio uninominale, era la strada che garantiva da un lato la governabilità e, dall’altro, permetteva a chi si reca alle urne di poter indicare il candidato di proprio gradimento, nonché espressione e voce del proprio territorio.

Si confrontavano pertanto due linee di pensiero, quella maggioritaria e quella proporzionale, con la prima che pareva riscuotere maggior consenso nella pubblica opinione, specie perché la seconda veniva associata ad una trascorsa stagione di Governi ricordati come poco duraturi, e anche un po’ troppo deboli (pur se non è esattamente così, vedi ad esempio gli anni Ottanta)..

Poi, alla prova dei fatti, abbiamo visto qualcosa di un po’ diverso, ossia candidati dell’uninominale provenienti non di rado da fuori, talché si è perso un pò per strada il non trascurabile parametro della territorialità, che avrebbe dovuto valorizzare la stima e la fiducia guadagnate dal candidato negli anni a livello locale, vale a dire laddove lo stesso è ben conosciuto (legando così elettori ed eletti, ovvero la politica con la comunità sociale).

In aggiunta a ciò, il fatto che un collegio dato per sicuro possa essere ambito anche da un candidato “esterno” al territorio, significa che chi lo presenta, partito o coalizione che sia, conta in qualche modo, ed ancora, sul voto “ideologico”, o sull’effetto “trascinamento” esercitato dalla lista plurinominale bloccata (e pure viceversa, dal momento che non è previsto il voto disgiunto).

Tale meccanismo riduce sensibilmente, o grandemente, i margini di scelta degli elettori, e nel dopo voto pure gli stessi eletti potrebbero non avere molto spazio ed autonomia rispetto alle decisioni del rispettivo Leader – vedi ad esempio quelle in materia di alleanze, che sono tema piuttosto delicato e sentito – atteso che il non “assecondarlo” potrebbe mettere in forse una eventuale ricandidatura.

Ma dobbiamo parimenti tener conto che il “leaderismo”, ormai esteso a tutti i partiti o quasi, non dispiace alla “gente”, apparentemente sempre più attratta dal carisma dell’una o altra personalità politica, quale via per uscire dai problemi dell’oggi, e se i “poteri” fanno capo a colui che guida il partito, egli cercherà comprensibilmente, e legittimamente, di avere una squadra quanto più “fidata” possibile (e la selezione delle candidature rientra giusto in tale logica).

Va altresì considerato che la vigente legge elettorale ha visto la luce dopo un lungo periodo di stallo, e con tempi abbastanza stretti rispetto al concludersi della legislatura, e ciò può aver indotto i partiti “contraenti” a trovare l’intesa su un testo che non per tutti poteva risultare appropriato e convincente (e adesso la sua applicazione dà modo di constatarne e segnalarne funzionamento ed effetti, ivi compresi gli eventuali limiti o difetti).

Partendo da queste premesse, se il Leaderismo ha ragion d’essere- e d’altronde in politica è stato di fatto adottato anche da chi fino a ieri lo criticava – non dovrebbe però restar confinato all’interno dei partiti, pena un intuibile controsenso, bensì estendersi anche agli assetti istituzionali, attraverso forme come il Presidenzialismo, o comunque l’elezione diretta di chi si propone al governo del Paese, con annesse prerogative, tra cui quella di poter sciogliere le Camere.

Il consistente “potenziamento” di detta figura apicale richiederebbe tuttavia adeguati contrappesi, che io immagino traducibili in un ordinamento dove le liste o coalizioni che sostengono il candidato a tale ruolo siano elette in maniera proporzionale con preferenze, e bassa soglia di sbarramento, il che darebbe agli eletti una indubbia forza, derivante dal consenso personale ricevuto, ma senza nondimeno il rischio di pregiudicare o indebolire l’azione del Presidente o Premier, forte a sua volta delle prerogative conferite.

Oltre ad abbinare governabilità e rappresentanza, si avrebbe un rafforzamento della territorialità, e le liste, diversamente dai “listini”, potrebbero ospitare un buon numero di candidati, così che nessuno o quasi abbia a sentirsi escluso, posto che sarebbero poi le preferenze ad avere l’ultima parola, cosicché da questo insieme mi sembrerebbe uscire una entità abbastanza rispondente ed equilibrata, e che ho qui ritenuto di abbozzare in modo più organico rispetto a precedenti occasioni.

Non ho ovviamente alcuna pretesa di aver visto giusto, ma ho semplicemente cercato di attenermi al principio secondo cui, da parte di chi segue le vicende politiche, andrebbero formulate proposte alternative quando si nutrono riserve su un determinato “modello”, elettorale o altro che sia (riserve che ultimamente mi è parso di veder affiorare in più d’uno).

Paolo Bolognesi

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