mercoledì, 19 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il flagello del neoliberismo, i precari e i senzalavoro
Pubblicato il 12-02-2018


23824657_192668521304157_4075767257727238144_nDa alcuni decenni il neoliberismo continua a mietere vittime nel mondo del lavoro. La crisi esplosa nel 2008 ha modificato il concetto di “lavoro” che, a causa di un neoliberismo sfrenato, ha determinato nuovi sacrifici della popolazione e l’accumulo di ingenti fortune nella mani di sparute oligarchie. “Nel 2015, secondo l’Oxfam, 63 persone possedevano la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale. Nel 2010 erano 322”. Questo brano si legge nel libro Il flagello del neoliberismo. Alla ricerca di una nuova socialità (L’Asino d’oro edizioni, Roma 2018, p. 50) di Andrea Ventura, un giovane economista già autore di un altro intitolato La trappola. Radici storiche e culturali della crisi economica (2012) e di un recente discutibile articolo “Potere del neoliberismo: il lavoro rende poveri” (Left, 2 febbraio 2018, n. 5).
La rivoluzione tecnologica ha prodotto notevoli cambiamenti nel mondo del lavoro, provocando la disoccupazione di migliaia di operai aggravata peraltro dalla concorrenza internazionale. Ad essa si sono aggiunte forme di lavoro precario privo di tutela da parte dei sindacati con l’aumento di contratti a tempo determinato, part-time involontario e basse occupazioni. Una flessibilità che innalza i livelli di sfruttamento e abbassa il tenore di vita degli attori in causa. Di riflesso l’intera società ha subito profonde trasformazioni, che hanno inciso nei rapporti familiari e nella persona umana con risvolti fisici ed emotivi.
Nelle pagine del libro si coglie una denuncia di queste nuove forme di schiavitù e l’invito a ripensare il concetto di “lavoro” da parte del sindacato, che deve porre al centro della propria attività la persona e la critica ad un neoliberismo non più incentrato sul profitto ma volto alla valorizzazione delle risorse umane. La struttura plurale e mobile del lavoro reclama una nuova politica sindacale, che deve lottare per nuovi diritti e per una migliore condizione dei lavoratori, senza privilegiare quelli della grande impresa nella ricerca di una tutela delle piccole aziende schiacciate dalla concorrenza.
La critica al neoliberismo si salda così con nuove ricerche sulla natura del capitalismo, le sue recenti trasformazioni nella definizione di nuovi modelli di sviluppo. Questi devono essere basati sul superamento dell’homo oeconomicus e proiettati in una nuova visione solidale. Rispetto al volume del 2012 – come sostiene il prefatore – ha un andamento più scorrevole e risulta più chiaro anche ai non specialisti, nonostante le frequenti citazioni alla storia del liberismo economico e ai rappresentanti della scuola neoclassica (Léon Walras, von Mises). Una cultura economica che ha fornito strumenti analitici al altri economisti come Kaldor, Kalecki, Keynes, Solow, Myrdal, Minsky e per l’Italia Giorgio Fuà.
Con la crisi economica del 1929 s’innesca un processo che, determinato dal crollo della borsa di New York, si incrocia con i regimi dittatoriali e prosegue con la conclusione del Secondo conflitto mondiale. Dal New Deal di Franklin D. Roosevelt la situazione economica sfocia, attraverso la guerra e la ricostruzione (in Europa la grande esperienza del piano Marshall), ai tre decenni di crescita economica e di benessere, resi possibili da una continua ricomposizione dello scontro tra capitale e lavoro, nella quale gli Stati nazionali, e in particolare le politiche sociali, giocano un ruolo essenziale.
Dalla seconda metà degli anni Settanta il capitale neoliberista si riorganizza per frenare le conquiste dei lavoratori con l’ausilio di economisti, per lo più operanti nell’ambito universitario, e di politici al servizio di regimi dittatoriali, dei quali Ventura cita il caso del Cile. Egli si interroga sul successo del neoliberismo e della crisi della Sinistra, trovando una spiegazione nella diversa concezione liberale, volta alla conquista dei più elementari bisogni materiali oppure alla rivendicazione dei diritti personali. Con il successo del neoliberismo si determina una graduale estensione del mercato a ogni campo di interesse sociale, dalla scuola alla sanità e alla tutela ambientale. Le maggiori sfide al sistema capitalistico provengono proprio dal mercato, ossia dallo sviluppo tecnologico verificatosi negli ultimi due decenni. L’economia digitale e dell’informazione ha ampliato la gamma dei beni e dei servizi, il cui consumo assume aspetti diversi da quelli dell’economia tradizionale.
Da queste considerazioni il Jobs act è presentato in forma negativa dal periodico e considerato un’operazione incapace di avviare un mutamento sociale nel superamento della crisi iniziata negli anni 2008-2009. Un’operazione che, sulla base di alcuni dati, confermano una massiccia precarietà del lavoro, volta ad indebolire le conquiste dei lavoratori e a rafforzare la libertà di licenziamento delle imprese . Secondo una fonte Inps, citata nell’editoriale, la caduta dei contratti a tempo indeterminato dipende dalla diminuzione di incentivi fiscali, ossia dalle decontribuzioni alle imprese. Una diminuzione che, nel periodo compreso dalla metà del 2016 fino al 2017, ha provocato una crescita di rapporti lavorativi temporanei e precari (per esempio contratti a chiamata), quasi sempre privi della tutela necessaria come ferie o servizi sanitari.

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Commenti all'articolo
  1. il PD è di fatto un partito neoliberista, “moderato” come la SPD e altri in Europa; partiti che non contestano il modello sociale ed economico che esso porta avanti. Cercano solo di correggerne gli effetti più nefasti per i lavoratori, ma con scarso successo, visto l’aumento delle disuguaglianze e la progressiva e generalizzata riduzione del welfare e delle tutele, che vengono imposte con le buone o con le cattive (vedi Grecia)

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