lunedì, 10 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il nuovo libro di Pansa: Aldo Gastaldi, il partigiano cattolico
Pubblicato il 26-02-2018


aldo gastaldiComunemente la Resistenza è studiata come lotta armata nella sua dimensione politica (sconfiggere il fascismo e il nazismo) e nazionale (liberare il territorio occupato). Da qualche anno essa è rivisitata in termini romanzati e non sempre aderenti alla realtà, com’è nel libro Uccidete il comandante bianco. Un mistero della Resistenza (Rizzoli, Milano 2018, pp. 295) di Giampaolo Pansa. Il “comandante bianco” è Aldo Gastaldi (Genova, 17 settembre 1921 – Desenzano del Garda, 21 maggio 1945), il cui nome di battaglia “Bisagno” è accomunato alla sua fede cattolica intransigente e alle sue profonde convinzioni religiose.
La figura di Gastaldi, segnalata in tutte le storie della Resistenza, era nota da tempo e lo stesso Pansa gli aveva dedicato alcune pagine nel suo libro La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti (Sperling & Kupfer, Milano 2006, pp. 201-218): che senso ha ritornare sul medesimo Personaggio se il risultato storiografico non è mutato? In un’intervista a Massimo Rebotti, Marcello Flores ha definito il nuovo libro “disonesto” dal punto di vista storico per l’assenza delle fonti documentali e di elementi probatori nella spiegazione della morte del comandante partigiano (“Corriere della Sera”, 23 febbraio 2018).
Aldo Gastaldi era noto grazie al film documentario del regista Marco Gandolfo e al contributo biografico di Elena Bono, l’uno proiettato a Milano il 29 aprile con numerose testimonianze e l’altro pubblicato nel 1995 e rieditato nel 2003 con documenti, lettere e fotografie del partigiano ligure. Il regista ricorda la sua intransigente fede religiosa e l’aspirazione alla libertà come ferma opposizione al fascismo e al nazismo. La testimonianza della scrittrice e poetessa, anch’essa partigiana e staffetta nella Sesta Zona, assume un ruolo significativo nel documentario, là dove ripete un brano di una sua poesia: “La Verità vi farà liberi: quella era la libertà che cercava Bisagno, quella fondata sulla verità non sulla menzogna, non sui miti”.
Dotato di una forte vigoria fisica, Gastaldi pratica diversi sport come l’alpinismo e il canottaggio, compie nel 1941 il servizio militare nel Reggimento del Genio di Casale Monferrato: “sembrava – scrive Pansa – il personaggio di un film sui cavalieri di re Artù. Alto, atletico, una barba corta tra il biondo e il rosso, un coraggio spericolato, altruista, cattolico dalla testa ai piedi, di un’austerità da frate, tutto dedito alla sua idea fissa: tirare su una formazione di ribelli capaci di mandare al tappeto la Germania di Hitler e la repubblichetta di Mussolini. […] Sino all’ultimo ha ripetuto il suo credo: non si doveva odiare il nemico, ma soltanto combatterlo, non si doveva torturare, fare rappresaglie, fregarsene dei danni ai civili, e ai comandanti spettava l’onore di sacrificarsi per tutti” (G. Pansa, I nostri giorni proibiti, Sperling & Kupfer, Milano 1997, p. 33 e p. 36).
Amico di Elvezio Massai (Santo), Gastaldi acquista notorietà il 25 luglio 1943, quando distrugge i simboli della Casa del Fascio di Chiavari e, dopo l’armistizio dell’8 settembre, nasconde le armi ai Tedeschi in una località vicina nella casa di un calzolaio. Così viene contattato dal comunista Giovanni Serbandini (Bini) per costituire un gruppo di azione partigiana, che viene formato verso la fine di novembre a Lavagna una riunione, a cui partecipano Gastaldi, Serbandini, Franco Antolini (Furlini) e Umberto Lazagna (Canevari). La base è posta sulle alture di Cichero nel casone della Stecca, dove sono suddivisi i compiti: Bisagno assume il comando militare e Bini quello di commissario politico, mentre Giovanni Battista Canepa (Marzo) contribuisce a rafforzare la formazione con altri dieci elementi, tra i quali Raimondo Severino, un soldato siciliano poi barbaramente ucciso dai nazisti ed esposto nella piazza di Borzonasca (21 maggio 1944).
Nasce così la Divisione garibaldina Cichero che, seppure in una convivenza difficile, diventa il nucleo più attivo nella zona. I contrasti derivano dalla diversa estrazione sociale e dall’appartenenza politica: nel comando Bisagno è l’unico a non avere la tessera del Pci e a professare un partigianato apolitico. Egli indica come unico obiettivo la sconfitta dei tedeschi e dei fascisti, come si ricava da una circolare inviata a tutti i comandi della Cichero: “È assolutamente proibito che i commissari politici facciano propaganda di partito” (cit. da Pansa, p. 202). A questa indicazione aggiunge l’altra sul comportamento dei partigiani che non devono ricorrere a facili esecuzioni e considerare impraticabile una via di mezzo fra l’uccidere i prigionieri, se considerati colpevoli di delitti, e lasciarli liberi.
Per questi motivi il cattolico Bisagno è controllato dai comunisti Bini e Marzo, il cui affetto verso il sorvegliato è sopraffatto dall’interesse del partito, che impone regole ferree di comportamento e costringe i suoi militanti ad esercitare una rigorosa vigilanza su eventuali incontri con gli “estranei”. Una situazione resa ancora più drastica dal famoso “Codice di Cichero” che impone ai partigiani di rispettare i contadini e di non estorcere mai generi alimentari. Nel giugno 1944 Gastaldi comanda un gruppo che assalta la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) a Rovegno, preleva armi ed esplosivi “senza colpo ferire”. A Ottone libera alcuni partigiani catturati dai fascisti, dopo essere penetrato nel campo in cui essi erano tenuti prigionieri. La sua proposta di abolire i commissari politici e di sostituire la “polizia partigiana con quella militare USA” rende difficili i rapporti con i comunisti, che tentano in ogni modo di farle cambiare opinione. Così cercano di togliergli il comando della sua divisione e gli ordinano di lasciare il suo territorio, dove – secondo Pansa – aveva salvato 1200 uomini dai terribili rastrellamenti dell’«inverno dei mongoli», i caucasici al servizio dei nazisti, e di andare in esilio in un’altra valle. Lui però si presenta all’incontro accompagnato da trenta facce da patibolo, armate di mitragliatori, e i comunisti non se la sentirono di insistere”.
Nei primi mesi del 1945 Bisagno è sottoposto a un rigido controllo da parte dei comunisti, che intercettano i suoi messaggi ai comandanti di brigata: una tesi già sostenuta nel libro del 2006 da Pansa, che virgoletta e non indica mai la fonte. Nel febbraio dello steso anno “il Comando di zona decide di togliere a Bisagno il comando della Cichero e di inviarlo, da solo, in un’altra area della Liguria, a levante. Il motivo, mai dichiarato, è semplice: Bisagno è l’unico, concreto ostacolo all’egemonia del Pci nella Sesta Zona” (p. 202). “Aldo Gastaldi – aggiunge Pansa – rappresentava l’unico concreto ostacolo all’egemonia del Pci in Val Trebbia e, di conseguenza, alle strategie da attuare dopo la fine della guerra”. Dopo la liberazione il numero dei morti sono “oltre 800”, una cifra che sembra eccessiva ad uno storico di professione come Marcello Flores, che parla invece di 2-300, concordemente alle cifre fornite da fonti fasciste.
La stessa morte di Gastaldi sembra strana a Pansa, che esprime la convinzione che “dietro il finto incidente stradale in cui morì si nasconda un delitto” e un assassinio originato da “un complotto politico”, ma si tratta di ipotesi e di dicerie, senza alcun riscontro corredato da documenti storici. Il 21 maggio 1945 Gastaldi è sbalzato dal tettuccio di un autocarro e finisce “schiacciato” sotto le ruote di un camion, ma su questa tragica morte Pansa formula l’ipotesi che prima sia stato avvelenato per il comportamento strano assunto nelle strade di Riva del Garda. Per questo motivo le illazioni dello storico monferrino appartengono più ad un genere romanzato che a una storia reale e veramente accaduta, su cui egli esprime una posizione assurda e inverosimile, secondo cui “la storia della Resistenza […] è quasi del tutto falsa”.

Nunzio Dell’Erba

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