martedì, 13 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

“In punta di piedi” di D’Alatri: la danza per dire ‘no’ alla mafia
Pubblicato il 06-02-2018


In-punta-di-piedi“In punta di piedi”, per la regia di Alessandro D’Alatri, è un altro di quei film che raccontano la lotta alla mafia in modo diverso, commovente e profondo, ma non struggente o straziante. Sulla linea seguita da quelli di “Liberi sognatori” su Canale Cinque. “‘In punta di piedi’ è una storia di donne”, ha spiegato Bianca Guaccero – una delle attrici protagoniste con Cristiana Dell’Anna – presentando il film a “I soliti ignoti”. Il suo personaggio, Lorenza, è un po’ un’eroina moderna e contemporanea per la sua volontà ferrea di dire ‘no’ al potere mafioso, esattamente come Emanuela Loi (con Greta Scarano) e Renata Fonte (con Cristiana Capotondi) in “Liberi sognatori”. Senza paura e rischiando la vita. Ma non sarà sola. Nella sua battaglia sarà seguita da Nunzia (Cristiana Dell’Anna), madre della piccola Angela – che sogna di diventare una ballerina come la sua amica del cuore Lucia -. Entrambe le piccole hanno undici anni e amano danzare, da qui il titolo “In punta di piedi”; esso, però, si riferisce non solo al fatto di indossare le scarpette e ballare sulle punte dei piedi a danza, ma anche all’espressione – ad esempio – ‘entrare in punta di piedi’, ossia piano piano, lentamente, poco a poco. Ed è quello che fa la mafia, che si infila nella vita quotidiana e semplice delle persone comuni e cerca di controllarla con le intimidazioni, i ricatti, la violenza; anche a scapito di vittime innocenti, come la piccola Lucia; lei morirà in un agguato diretto a Vincenzo (padre di Angela) da parte della camorra, che voleva colpire sua figlia – che era insieme a Lucia appunto, ferita a morte per errore -; invece lui farà in tempo a salvarla, almeno quella volta, mentre per l’altra non ci sarà nulla da fare. Omicidio in pieno giorno di quella che “era solo una bambina”, “non c’entrava nulla”; e anche se la sua amica Angela era la figlia di un camorrista, pure lei non ha colpa, come tutti i figli dei camorristi, diceva la madre di Lucia al marito a proposito di Angela, che non voleva che la figlia la frequentasse, quando andava a casa loro. Le due erano amiche (vere amiche, sincere, innocenti e schiette, al di là di ogni interesse che non fosse quello umano) e studiavano insieme oltre ad andare nella stessa scuola di danza (Angela ne avrebbe potute scegliere altre, ma volle frequentare quella dove andava la sua migliore amica, anche litigando con il padre, per diventare brava come lei). Il parroco, al suo funerale, dirà che i camorristi sono: “degli assassini che impongono con il terrore le loro regole di un sistema fallato e malato”. Infatti Vincenzo era diventato un ‘delinquente’, aveva ucciso per mostrare fedeltà al clan degli Scissionisti, di cui diventerà capo. Dunque, da quel momento per Angela è rischioso girare, perché tutti loro sono presi di mira e i camorristi si possono rivalere in ogni istante su di loro a loro insaputa, in maniera inaspettata, perché la mafia colpisce di spalle, a tradimento, per un regolamento di conti insensato. Diventa pericoloso persino andare a danza, per questo il padre non ce la vuole mandare. Ma Angela non sente ragioni e fugge di casa, e si incontra con la sua amica Lucia. Purtroppo, però, ormai il padre ha scatenato la ‘guerra’ e i mafiosi non sentono ragioni. Per gli uomini come Vincenzo in posti come Secondigliano non ci sono possibilità: o con la mafia o contro di essa, a proprio rischio e pericolo. Nessun compromesso, non c’è modo di mediare: la fedeltà e sudditanza ad essa deve essere massima. Ma che vita è quella per cui ci si deve sempre nascondere, fuggire e scappare per non farsi prendere e uccidere? – si chiede Nunzia, moglie di Vincenzo e madre di Angela -. Per i giovani come sua figlia qui a Secondigliano non c’è niente, non ci sono prospettive per il futuro. Se si rincorre una speranza, è solo nell’andare lontano per trovarla. Lei sognava di andare a Parigi in viaggio con il marito; ora spera che la figlia possa andarvi con Lorenza (che è stata ballerina della Scala) e che la danza la possa portare via da tutto questo orrore, questo dolore e questa sofferenza di questa violenza indiscriminata a fratricida: perché la mafia e la camorra uccidono come la droga che ha portato via il figlio Alberto a Lorenza poco prima di incontrare Angela e la mamma. Ma, di fronte a questa camorra che vuole impedire a questa gente di vivere, di ballare e sognare, c’è chi come Lorenza sarebbe potuta allontanarsi e invece ha deciso di restare perché qui ci è nata e vorrebbe regalare la speranza di un domani migliore a tutti i ragazzi del posto in particolare. “Il mio sogno -dice – era far capire ai ragazzi che si può ancora sognare, si deve sperare e avere fiducia e soprattutto non smettere mai di sognare appunto e rincorrere i propri desideri”. A Secondigliano si muore e basta, imbruttiti dalla violenza della criminalità organizzata e della camorra, non a caso il verbo ‘salvare’ viene più volte ripetuto da donne come Nunzia e Lorenza: donne forti e coraggiose che hanno saputo prendere l’iniziativa di opposizione e contrasto a questi soprusi, in maniera diversa. Per dare una visione nuova, non più offuscata dal pessimismo di una distruzione totale.
Nunzia saprà proteggere la figlia, ma al contempo la porterà di nascosto a danzare da Lorenza e la farà andare con lei sino a Parigi, saprà capire ciò che è giusto fare. Angela “ha un talento naturale” per la danza – le spiega Lorenza – e delle volte, “anche se è pericoloso, vale la pena rischiare e correre il pericolo e il rischio (di lottare per la propria libertà metaforicamente)” – aggiunge, riferendosi al fatto che deve continuare a ballare a tutti i costi l’insegnante -. E lei così farà, seguirà il suo consiglio, anche andando contro il volere del marito e del suo clan.
Lorenza, da parte sua, fa anche dell’altro, oltre a dare questo suggerimento prezioso, lancerà un messaggio sociale molto importante nella sua scuola. La sua palestra è una specie di roccaforte contro la mafia, a difesa della libertà e dei diritti di ciascun essere umano. Come mostrato in altri film quali “L’oro di Scampia” con Beppe Fiorello, spesso lo sport salva molti giovani dal “perdersi” in questi posti e “vendersi” alla mafia. Un po’ come hanno fatto vedere a “Prodigi-la musica è vita” per molti Paesi del Terzo Mondo, in Africa ad esempio, in cui la musica e la danza hanno dato speranza contro la povertà a queste terre e popolazioni che non hanno niente se non il sorriso e la voglia di vivere e ridere; per questo molti progetti dell’Unicef sono stati finalizzati a far sì che le scuole di musica e danza nate spontaneamente potessero continuare a vivere, come le scuole costruite per insegnare e dare istruzione ai più piccoli, perché anch’esse sono scuola di vita per loro e simbolo di speranza e di sviluppo. Nella sua ‘enclave di umanità’, Lorenza vuole costruire la sua fortezza sicura di amore, con la danza emblema di questa battaglia in nome di una giusta causa: quella di ritrovare fiducia nel domani. Qui lei non si fa sottomettere, qui “si fanno le cose come vanno fatte” (e non secondo come vuole o vorrebbe la mafia, dettando le sue regole). Qui lei insegna a modo suo, cercando di educare nella maniera più corretta, costruttiva e positiva le sue giovani allieve. Per lei la danza è bellezza (in libertà), ma è anche sacrificio e rispetto; la danza, però, diventa bellezza quando è veramente libera di esprimersi, libertà pura in movimento, senza costrizioni né vincoli. Ma non si ferma qui, a fare cioè della danza la sua arma vincente e di forza, per una battaglia non violenta; va oltre istruendo le sue ragazze su un rapporto diverso, anche con e nell’amore. Perché esistono diverse forme di amore, ovvero di passione: quello per la danza, così come quello per un ragazzo. Però, spiega, se un ragazzo vuole impedire loro di ballare, il suo non è vero amore: è prepotenza; non vuol dire che non voglia bene alla sua fidanzata, le vuole bene, ma in modo sbagliato; tuttavia, spetta a loro ragazze dire quello che provano quando danzano. Perché, spesso, spiega una ballerina della scuola, “quando danzo mi sento come se le cose brutte non ci fossero più”.
La forza del film di D’Alatri non è solo la straordinaria interpretazione delle attrici (in una scena la commozione fino alle lacrime sul volto di Bianca Guaccero è sembrata davvero reale, conoscendo la sua sensibilità; e impossibile non credere che sia vero, immedesimandosi nella situazione di lei che deve farsi carico di Angela, che la madre affida a lei con un ultimo quasi sacrificio). C’è anche l’associare e mettere in parallelo, avvicinando e affiancando, la delicatezza della danza e della gioventù alla feroce violenza della mafia; l’amicizia forte e vera delle due undicenni Angela e Lucia e l’opprimente e soffocante legame (di finto rispetto) che unisce Vincenzo al clan degli Scissionisti e della camorra, che annulla ogni tratto di umanità e della sua persona. Usare uno strumento quale il ballo, così sofisticato ed elegante, magnificente, per affrontare e trattare il tema della mafia (che è il contrario, il suo esatto opposto), delle conseguenze negative che porta e della distruttività che comporta il suo operato e per mostrare il suo agire attraverso un’azione criminale e terroristica quasi disumana e disumanizzante, è un artificio interessante e molto ricercato, curioso, che rende il tutto più fruibile; la semplicità realistica della recitazione degli attori protagonisti fa tutto il resto. “In punta di piedi” è un film – dunque – semplice, efficace, reale, riuscito, non banale; essenziale eppure esemplificativo al massimo, che entra nel cuore dello spettatore ‘in punta di piedi’, in maniera delicata, ma altrettanto profonda e intensa.

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