mercoledì, 25 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Italia Germania, due mondi politici capovolti
Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 19-02-2018


di Ugo Intini

Il partito socialdemocratico di Schultz è nel caos e la suspense sul nuovo governo tedesco di grande coalizione durerà sino al 2 marzo, quando si saprà se il referendum con voto postale tra i 460 mila iscritti confermerà il voto del congresso che ha accettato l’accordo con la Merkel. E tuttavia ciò che accade in Germania deve far riflettere anche da noi. Non soltanto per l’alleanza decisa (almeno sino a oggi) tra i democristiani (aderenti al partito popolare europeo come Forza Italia) e i socialdemocratici (membri del partito socialista europeo come il PD). Non soltanto per il contenuto dell’accordo di governo. Ma anche per il modo di fare politica, che sembra fare della Germania un mondo capovolto rispetto all’Italia (e viceversa).

A Berlino tutti si allarmano perché la maggioranza parlamentare di governo ha ottenuto soltanto il 53,5 per cento dei voti e quindi una fragile legittimazione popolare. Sarebbe impensabile in Germania governare, come ha fatto il PD in Italia sino oggi, dopo aver raccolto il 25,43 per cento dei voti.
Sapere chi governa la sera stessa delle elezioni non è per i tedeschi un obiettivo. Un governo (se ci sarà) arriverà dopo oltre quattro mesi di trattative. Lente e pazienti, perché l’importante non è fare in fretta, ma fare.
Nessuno ha definito “inciucio” la negoziazione della Merkel prima con verdi e liberali, poi con i socialdemocratici. E nessuno ha cercato il consenso dell’opinione pubblica mostrando i muscoli. Perché la virtù dei politici è considerata non l’intransigenza, bensì il senso di responsabilità e della misura, la capacità di trovare compromessi tra posizioni diverse o addirittura contrastanti. La politica in Germania è ancora “l’arte del possibile”, non di battere i pugni sul tavolo. Un’arte che va lasciata alla discrezione e abilità dei parlamentari i quali non tradiscono la fiducia del popolo, ma anzi fanno il loro dovere se, dopo essere stati eletti, cercano faticosamente di assicurare la governabilità.

I politici hanno trattato per mesi con la professionalità, appunto, dei politici. Sul programma, che è così preciso da occupare 177 pagine. Ma anche, giorno e notte, su quelle che da noi si chiamano “poltrone“. Che nelle democrazie sono soprattutto il segnale esterno degli equilibri raggiunti e la garanzia che il programma sarà davvero messo in pratica. L’ultima parola è stata e sarà dei partiti. Ed è stata affidata non a un capo, bensì a un faticoso, a tratti drammatico (per la SPD) processo di democrazia interna. Quelli che decidono sono soltanto gli iscritti e i loro delegati (non chi passa per la strada, paga qualche monetina e vota, né chi fa un click sul computer). Nel congresso della SPD, la conta sul sì e il no all’accordo con la CDU è stata traumatica. Si è dovuto letteralmente, appunto, “contare“ con il dito, una per una, le centinaia di mani alzate a mostrare la delega, affidando a ciascun scrutatore un certo numero di file e le relative sedie (con un risultato di 362 si su 642 votanti, in un clima rovente, mentre tutti si agitavano, era materialmente difficile contare e poteva finire a sediate sulla testa). Nessuno della minoranza ha minacciato scissioni. Nessuno della maggioranza ha demonizzato le correnti e le divisioni. Nessuno ha contrapposto i giovani ai vecchi, anche se la Federazione giovanile è stata ed è compattamente contraria all’accordo di governo.

L’esperienza politica non è considerato la premessa per la rottamazione. Specialmente per le cariche di maggiore responsabilità. L’ex ministro delle finanze Schauble ad esempio è stato nominato presidente del Parlamento con generale consenso non perché neo eletto e quindi “nuovo” (come Grasso o la Boldrini), ma perché deputato dal 1972 e ministro dal 1984 (figlio addirittura di un deputato democristiano).

La Merkel è una grande personalità, ma mai avrebbe osato mettere il suo nome sul simbolo del partito. Perché i partiti (in Germania con la P maiuscola) hanno un simbolo immutabile da oltre mezzo secolo e solide radici piantate da oltre un secolo. Loro restano e i leader passano. Anche se tra i leader valgono la continuità e il passaggio del testimone. Nella sede della CDU, incombono i ritratti di Adenauer e di Kohl, che si è allevato “la ragazza“ (così la chiamava), ovvero la Merkel. In quella della SPD, dominano le fotografie di Ebert, Ollenhauer, Brandt e Schmidt.

Se Adenauer è il padre della democrazia e della patria, Kohl è il padre dell’unità della patria, ovvero della riunificazione tra le due Germanie. E ha avuto al suo funerale l’omaggio dell’intera Nazione. Anche se era stato travolto alla fine degli anni ’90 dal clamoroso scandalo dei fondi neri (tangenti) al suo partito. Anche se non ha voluto funerali di Stato perché sapeva che l’orazione funebre sarebbe stata pronunciata in tal caso dal presidente della Repubblica Stainmaier, il quale come leader socialdemocratico avave cavalcato lo scandalo dei fondi neri per cacciarlo.

La storia dei due grandi partiti democratici e dei loro leader è vista come la base della storia nazionale. Adenauer è il De Gasperi tedesco. Willy Brandt è “il più amato”, come Pertini. E infatti a duecento metri dalla porta di Brandeburgo e dal muro dove si inginocchiò con Kennedy, sul viale Unterdenlinden, si apre direttamente sul marciapiede, come un negozio dalle molte vetrine, addirittura un museo a lui dedicato. Dove si celebra anche ciò che in altri Paesi qualcuno criticherebbe. Ad esempio il fatto che ha combattuto con i partigiani norvegesi contro i soldati dell’esercito regolare tedesco.

I corpi intermedi, a cominciare dai sindacati e dalla Confindustria, hanno in Germania organizzazioni elefantiache, ma costituiscono anche un cemento della società e nessuno tenta con fastidio di scavalcarli. I rappresentanti del sindacato siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende e condizionano il partito socialdemocratico. La Confindustria pesa sulle scelte della CDU e dei liberali. Si scontrano da sempre, ma alla fine si accordano. E mentre si scontrano, insieme ai partiti pur concorrenziali e conflittuali, fanno “sistema Paese”. Anzi, difendono gli interessi dell’economia tedesca al limite del lecito. La fondazione socialdemocratica Friedrich Ebert (intitolata al leader ancora marxista del partito all’inizio del ‘900) e la fondazione democristiana Konrad Adenauer hanno ciascuna più di cento sedi in altrettanti Paesi del mondo. Hanno quartier generali imponenti. Pubblicano libri e giornali in tutte le lingue, organizzano convegni internazionali con generosi inviti, distribuiscono borse di studio all’estero, acquisiscono in tal modo influenza sui politici socialisti e democristiani di tutti continenti. Fanno lobby per l’industria tedesca e la aiutano ad assicurarsi commesse. Ottenendo in cambio ricche donazioni, che da noi qualche magistrato chiamerebbe tangenti.

Naturalmente, la democrazia, come diceva Churchill, “è il peggior regime possibile, peccato che non se ne sia ancora trovato uno migliore“. I suoi protagonisti, anche in Germania, non sono considerati santi e neppure infallibili. Vogliamo parlare del Pertini tedesco, Brandt? I socialisti stessi ammettono che il vecchio Willy beveva troppo e sbeffeggiano ricordando la sua famosa scomparsa a un congresso dell’Internazionale socialista (di cui era presidente) a Lisbona. Si temeva che fosse stato rapito, ma era sparito in una camera d’albergo con una ragazza conosciuta per caso. Brandt era un gigante politico, ma sbagliava spesso, anche con i meno fortunati socialisti italiani. Mi è rimasta impressa la scena in cui strapazzava il povero Craxi perché aveva fatto eleggere parlamentare europeo per l’Italia Jiri Pelikan, leader dell’opposizione ai comunisti cecoslovacchi. “La devi smettere di appoggiare i nemici dei partiti comunisti dell’Europa orientale! Noi- diceva – dobbiamo appoggiare non chi si scontra frontalmente con loro, ma chi all’interno dei partiti comunisti stessi ha posizioni più moderate“. Brandt è passato alla storia, ma aveva torto.

Germania e Italia sono due mondi politici capovolti, dunque. Né da noi, né da loro tutto è perfetto o completamente da buttare. Ma certo bisognerebbe domandarsi in quale dei due mondi si stia con i piedi per terra.

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