mercoledì, 25 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Pietro Rossi e la marginalità dell’Europa nel mondo “multipolare”
Pubblicato il 09-02-2018


pietro rossi

Pietro Rossi,

Pietro Rossi, noto filosofo, in un suo recente articolo apparso su “Il Mulino” n. 5/2017 (“L’Europa in un mondo plurale”) illustra i motivi per cui, allo stato attuale, l’Europa, dopo aver affermato la propria egemonia sul mondo intero, in particolare per il ruolo svolto dai Paesi che si affacciano sull’Atlantico, nel corso del XX secolo ha perso il suo primato, con conseguente spostamento del centro di gravità del pianeta dall’Atlantico al Pacifico; ciò a seguito delle due guerre mondiali e della Guerra fredda che, nella seconda metà del secolo, ha visto contrapposti gli Stati Uniti e la Russia sovietica. Pertanto, “la partita per la leadership internazionale” si gioca ora – afferma Rossi – “in larga misura non più tra le regioni industriali europee e quelle della costa orientale degli Stati Uniti, quanto tra la California e l’Estremo Oriente”.
Al momento, secondo Rossi, non è dato sapere se il nuovo secolo sarà egemonizzato dagli USA, oppure dalla Cina, o “se sarà contrassegnato dall’attuale permanere di centri di equilibrio più o meno stabili”; ciò, per svariate ragioni, che Rossi individua nell’incertezza della politica economica degli USA, nella tendenza della Russia a migliorare la propria posizione di potenza a livello globale, nell’instabilità di tutta l’area mediorientale, nella consistenza dei continui flussi migratori dall’Africa, e così via. Di sicuro –afferma Rossi – “il nostro non sarà un secolo europeo, e forse tutto il globo dovrà rimpiangere le conseguenze dell’eclisse dell’Europa”. Ma di quale Europa? Quella della “home fleet” britannica, quella della “gestione condominiale anglo-francese” dell’area mediorientale, o quella che sarebbe dovuta sorgere dopo i Trattati di Roma del 1956, che avrebbero dovuto dare origine ad una soggettività politica unitaria europea? Del tramonto delle prime due configurazioni di Europa non dovremmo rimpiangere alcuna eclisse, mentre dovremmo rimpiangere il fatto che, a causa del prevalere degli interessi nazionali, non sia stato possibile la realizzazione della terza.
Rossi ritiene che le prime due configurazioni di Europa hanno incominciato a cessare di essere il centro del mondo dopo l’ascesa del nazionalismo, che ha offerto la giustificazione ideologica alla pretesa di alcuni Paesi di fare valere la loro “esistenza” nei confronti delle superpotenze che, sino ad allora in posizione egemonica sull’intero continente. Da allora, soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale, il nazionalismo ha motivato e sorretto il ridimensionamento dell’egemonia anglo-francese a livello planetario, dando origine ad un “mondo plurale”, tendente ad enuclearsi principalmente intorno quattro poli di riferimento (USA, Cina, Russia ed Europa); questi ultimi, sorretti dall’ideologia del nazionalismo, sono alla ricerca di un equilibrio di potenza, il cui mancato conseguimento espone il mondo intero al percolo di nuove guerre. Per capire come si sia giunti a questa situazione, è interessante seguire la narrazione che Pietro Rossi compie riguardo al processo di polarizzazione, iniziato soprattutto dopo la Guerra fredda, di gran parte degli Stati esistenti intorno alle potenze planetarie che oggi si fronteggiano a livello globale.
Il secondo conflitto mondiale è valso ad oscurare irreversibilmente l’antica posizione egemonica dell’Inghilterra e della Francia, sostituite dagli Stati Uniti nel ruolo di potenza mondiale; la Guerra fredda aveva opposto, a livello globale, gli USA alla potenza nascente dell’Unione Sovietica che, dopo aver concorso a sconfiggere il nazismo, è diventata portatrice di un sistema politico-economico alternativo a quello americano. Per oltre un trentennio, “dal 1945 al crollo del comunismo sovietico, lo scontro politico-militare è stato quello di un bipolarismo che, pur nel modificarsi del rapporto tra le due superpotenze, ha impedito una nuova guerra mondiale”. Il 1991 ha segnato “il trionfo indiscusso degli Stati Uniti come potenza egemone, la dimostrazione della loro superiorità politico-militare ma soprattutto economica”; in quel momento, il primato americano ha segnato il proprio acme, sino a spingere il politologo americano, Francis Fukuyama, a parlare di “fine della storia”.
La situazione, però, non ha tardato a cambiare; la parte del modo, con esclusione dell’Europa, che non era stata coinvolta dalla Guerra fredda, cioè il Terzo Mondo, costituito per lo più dai Paesi economicamente arretrati, generati dal processo di decolonizzazione seguito alla fine del secondo conflitto mondiale, aveva dato luogo al proprio interno ad una trasformazione sul piano politico ed economico, i cui effetti si sarebbero fatti sentire in un momento successivo. Gran parte dei Paesi dell’Asia orientale e sud-orientale, facendo valere la loro autonomia si sono posti su posizioni equidistanti dalle due massime superpotenze artefici della Guerra fredda; inoltre, per iniziativa di alcuni di essi, è stata indetta, nel 1955, la conferenza di Bandung, con la quale tutti i Paesi partecipanti hanno inteso affermare la loro neutralità, dando origine ad un allargamento dell’area degli Stati non allineati.
Parallelamente al movimento dei Paesi non allineati, la Cina, dopo essersi costituita nel 1949 in Repubblica popolare d’ispirazione comunista, aveva iniziato il proprio processo di crescita e sviluppo, arrivando presto a svolgere un ruolo di primo piano a livello mondiale; processo, questo, che porterà il grande Paese asiatico a conquistare il diritto ad essere riconosciuta alla pari da parte delle altre nazioni. A metà degli anni Sessanta, scomparso il Grande Timoniere, Mao Zedong, pervenuti al potere dopo dure lotte intestine nuovi leader, la Cina – afferma Rossi – ha imboccato “la strada del ritorno all’economia di mercato”, che le ha consentito di diventare, nel giro di pochi lustri, uno dei più importanti protagonisti del mercato internazionale.
Tuttavia, la Cina, pur aprendosi sul piano economico all’economia di mercato ed inserendosi sempre di più nel mercato globale, poco ha fatto per acquisire un regime politico simile a quello solitamente associato al libero mercato; essa, infatti, ha dato origine ad un “unicum”, nel senso che il ritorno al libero mercato ha orientato le sue le sue attività produttive alla massimizzazione del profitto, ma con un’organizzazione politica e sociale rimasta imperniata, da un lato, sulla costruzione di “uno Stato-partito autoritario che non tollerava il dissenso, e in cui il ricambio avveniva all’interno della classe al potere” e, dall’altro lato, sulla mancata realizzazione di un “modello di sicurezza sociale”, quale, ad esempio, quello realizzato nel dopoguerra in Europa.
In tal modo, la Cina ha potuto differenziarsi dai Paesi ad economia di mercato retti da regimi democratici, riuscendo a crescere a tassi annuali di sviluppo che non hanno avuto uguali nella storia. Il grande Paese asiatico ha potuto così portare la propria “economia a diventare la seconda al mondo dopo quella degli Stati Uniti, e al tempo stesso la principale detentrice del debito pubblico americano”. Negli ultimi anni, la Cina è diventata un polo economico importante per tutti Paesi dell’Asia, ma anche, soprattutto dopo la Grande Recessione scoppiata nel 2007/2008, “è diventata un partner economico importante dell’Europa” ma è anche “entrata a far parte del suo orizzonte politico”.
La Russia, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, ha lentamente risalito la china: abbandonando le pretese di un’espansione internazionale del comunismo, che aveva perso il confronto con il mondo democratico occidentale, e dopo un decennio di riforme che – afferma Rossi – avevano comportato la “riconversione dell’economia sovietica in un’economia di mercato, l’introduzione di un regime di libero scambio e di concorrenza, la privatizzazione delle industrie di proprietà dello Stato, un sensibile calo della produzione, lunghi anni di inflazione e anche una profonda crisi demografica”, la nuova Russia è stata costretta a chiudersi in se stessa e a tollerare la perdita, a seguito di dichiarazioni unilaterali d’indipendenza, di numerose repubbliche precedentemente federate all’URSS.
Alla fine del 1999, uscito di scena Boris Eltsin, che aveva salvato la Russia dal colpo di Stato ordito contro Mikhail Gorbaciov, è diventato primo ministro della Federazione Russa Vladimir Vladimirovič Putin, la cui azione ha mirato, da un lato, a ripristinare il ruolo regolatore del nuovo Stato federale e, dall’altro lato, a riproporre “la politica egemonica del passato”, soprattutto riguardo all’obiettivo di sempre della “Madre Russia”, quello di allargare l’area di influenza verso il Mediterraneo e il Medioriente. Questo obiettivo è stato perseguito con successo dalla Russia di Putin, attraverso l’intervento militare a favore del regime di Bashar Al-Assadr e contro le forze rivoluzionarie, previa l’alleanza inaspettata con Paesi come la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, coi quali, per ragioni geo-strategiche e politiche, non erano mai intercorsi buoni rapporti. In tal modo, la Russia è tornata ad essere una protagonista internazionale, riproponendo l’antica tensione con gli Stati Uniti.
E l’Europa? Che fine ha fatto l’Europa dopo il crollo del Muro e della successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica? All’indomani del doppio evento, era sembrato che venissero ricuperati alla democrazia i “Paesi satelliti” assegnati alla “zona di influenza” dell’ex URSS dopo il 1945 e che fosse divenuto possibile approfondire ed allargare il già esistente asse politico-militare tra i Paesi europei e gli Stati Uniti. E’ stata, questa, una cocente illusione, in quanto il doppio crollo, del muro e dell’Unione Sovietica, non ha significato solo il venir meno della necessità dell’’ombrello americano’, ma anche il mutamento di uno dei termini della relazione che aveva legato dopo il 1945 i Paesi dell’Europa occidentale agli USA; ciò perché – a parere di Rossi – il continuo allargamento dell’Unione Europea verso Est ha cessato di conservarla “politicamente e culturalmente così omogenea con gli Stati Uniti qual era invece l’Europa occidentale” durante la Guerra fredda.
Con la fine di quest’ultima, gli interessi dei singoli Paesi membri dell’Unione si sono differenziati e, sulla base di un rinnovato spirito nazionalistico, sono diventati tanto divergenti da implicare il consolidamento di “linee divisorie rappresentate dall’intersecarsi dello spartiacque tra Paesi del Nord e Paesi del Sud e di quello tra l’Europa centro-occidentale e i Paesi che erano stati inglobati nel sistema economico sovietico”.
Tutti gli sforzi fatti per rimuovere le differenze sono stati resi vani dagli ostacoli eretti dagli establishment nazionali, facendo emergere – conclude Rossi – il difetto fondamentale della costruzione europea, ovvero l’”assenza di un progetto politico condiviso”; è mancata così una “una politica estera comune, priva […] di un apparato militare adeguato”. Dopo il crollo dell’URSS e la nascita della nuova Russia, l’affermazione della Cina come seconda potenza economica mondiale e il permanere, anche se ridimensionato, del potere globale degli USA, l’Europa si trova divisa ed indebolita dagli esiti della crisi del 2007/2008; il suo ruolo è destinato a diventare sempre più marginale, non tanto perché, rispetto al secondo dopoguerra, il mondo è divenuto più “plurale”, ma soprattutto perché i partner coi quali sarà chiamata a confrontarsi a livello internazionale sono tutti dotati di una grande estensione territoriale, di un apparato militare dissuasivo e di una guida politica forte, plasmata in funzione della salvaguardia dello spessore della struttura economica propria di ognuno di essi.
Non fanno eccezione gli USA, i quali, come afferma Dario Fabbri in “Nonostante Trump” (L’espresso n. 49/2017), rimediano all’insipienza politica del nuovo presidente, avvalendosi, con grave vulnus per la democrazia, dell’apparato statuale posto a difesa dell’integrità dell’area valutaria costruita per ascendere a potenza globale. Così, l’Europa, nonostante disponga potenzialmente delle condizioni richieste per diventare anch’essa una “potenza globale”, a causa delle sue divisioni interne, è costretta a subire una doppia sconfitta, sul piano economico e su quello politico: non solo essa non riesce a supplire alla propria insipienza politica avvalendosi, come fanno gli USA, dello spessore di una struttura economica comune che non ha saputo costruire, ma anche perché non è stata in grado di sconfiggere democraticamente l’ideologia del nazionalismo che, dacché si è affermata all’interno dei Paesi europei, è valsa, non solo a scatenare guerre devastanti tra loro, ma anche a frustrare il tentativo di portare a compimento il progetto comune di costituirla in una nuova soggettività politica unitaria globale.

Gianfranco Sabattini

 

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Commenti all'articolo
  1. Leggo sempre con interesse.
    Credo debba essere il PSE a farsi promotore del rilancio dell’Europa. Serve sbugiardare quanti diffondo false notizie che illudono le tante persone che, deluse dalla politica, sono superficiali nel giudicare fenomeni complessi.

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