venerdì, 20 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

L’insolvenza di Veneto Banca?
Pubblicato il 05-02-2018


Ho avuto ripetute occasioni di esporre le molte ragioni per le quali, in base ad una valutazione dei dati conoscibili, sussistono forti perplessità sulla fondatezza del ricorso, di recente presentato al Tribunale di Treviso  dal pubblico ministero, per la dichiarazione dello stato di insolvenza di Veneto Banca alla data del 25 giugno 2017, giorno di pubblicazione del decreto di apertura della procedura di liquidazione coatta amministrativa a suo carico.

Se, dunque, verrà prospettata al Tribunale la reale situazione economica e patrimoniale della banca (ma a tale riguardo, non è dato di capire ancora, quale sarà l’atteggiamento processuale dei commissari e neppure se ci sarà qualche legittimo  contraddittore, interessato a resistere al ricorso) è assai probabile che i giudici si pronunceranno per l’insussistenza del presupposto oggettivo, sotteso alla procedura concorsuale richiesta: cioè l’insolvenza. E’, allora, importante proporre una riflessione sulle possibiliconseguenze della situazione nelle due diverse ipotesi, di accoglimento o di reiezione del ricorso.

Qualora fosse dichiarato lo stato di insolvenza, anzitutto, gli inquirenti potrebbero indagare su eventuali reati di bancarotta semplice, fraudolenta o preferenziale, a carico degli amministratori. In secondo luogo, potrebbero essere iniziate, da parte dei commissari, le c.d. azioni revocatorie,dirette a consentire l’azione esecutiva concorsuale anche sui beni usciti dal patrimonio della banca, secondo le diverse ipotesi previste della norma (art. 67 L.F.).

E qui sorge un primo rilevante problemaa perché un’insolvenza riferita al giugno 2017 farebbe scattare la revocatoria anche per le transazioni del marzo 2017 che, per entrambe le ex popolari, hanno interessato il 70% degli azionisti. A questo punto essi sarebbero tenuti a restituire l’importo ricevuto e, forse, sarebbero anche condannati alle spese processuali; e, proprio per questo, c’è da chiedersi le ragioni per le quali un gruppo di risparmiatori ha insistito nel richiedere al pubblico ministero l’iniziativa della dichiarazione di insolvenza, esponendo gli azionisti al grave pericolo di revocatoria. E’ noto, infatti, che la regola fondamentale del diritto concorsuale è la par condicio creditorum, cioè la parità di trattamento di tutti i creditori. Se insolvente, il debitore non ne può pagare solo alcuni: o non paga nessuno o li paga tutti.

Per altro aspetto, il problema si complicherebbe ancor più perché, in tal caso, la stessa Bankitalia – che quella transazione collettiva ha avallato – dovrebbe spiegare come abbia potuto non avvedersi, nel marzo 2017, che le due banche versavano in stato di insolvenza, tanto da essere messe in liquidazione coatta appena poco più di due mesi dopo. Infatti la condizione soggettiva di cui all’art. 5 L.F. (l’insolvenza) non si manifesta quasi mai istantaneamente, ma emerge progressivamente, in un contesto temporale solitamente ampio, soprattutto per gli intermediari bancari. E non è davvero credibile che un’insolvenza, se accertata nel giugno 2017, non fosse, nel marzo precedente, percepibile dall’Authority nazionale, deputata proprio al controllo dell’intero sistema bancario; anche perché, nel periodo tra marzo e giugno, non si sono verificati eventi che possano avere, da soli, causato lo scatenarsi di un improvviso disastro. Aggiungasi che, nei primi mesi del 2017, il CDA espresso dal Fondo Atlante aveva ultimato e sottoposto al benestare di BCE un progetto di fusione, approvando altresì il bilancio 2016, sul presupposto della continuità aziendale. Tutto ciò non sarebbe avvenuto se quel CDA non avesse ricevuto ampie rassicurazioni sulla sussistenza delle condizioni perché quel progetto potesse essere portato a compimento. Il riferimento è a Banca d’Italia ed al Governo che, proprio nella primavera del 2017, stavano lavorando con BCE alla ricapitalizzazione precauzionale, che presuppone proprio l’insussistenza di un’insolvenza.

A questo punto, i cittadini potrebbero chiedersi se non possa essere ravvisato un reato di falso in bilancio proprio a carico dei soggetti che avevano contribuito a redigere il progetto di fusione, pur dovendo prefigurarsi l’insolvenza delle due banche, future protagoniste della fusione stessa. Ovviamente, la risposta pare scontata!

Tutto, dunque, propende per l’inesistenza, alla data del 25 giugno 2017, dello  stato di insolvenza di Veneto Banca. E non si dimentichi che le due ex popolari avevano trasferito a Banca Intesa anche 771 milioni di cassa e che, per Veneto Banca, i commissari hanno immediatamente riportato in bonis ben 800 milioni di crediti che, impropriamente, erano stati inseriti (per eccesso di zelo?) fra i crediti deteriorati e che, invece avrebbero dovuto rientrare nel suo patrimonio.

E se il Tribunale respingerà il ricorso, accertando l’insussistenza dell’insolvenza?

Mi pare ovvio che la pronuncia non potrebbe incidere sulla liquidazione coatta amministrativa, ormai irrevocabile, dichiarata per legge. Ma si aprirebbe un altro inquietante capitolo perché ai risparmiatori dovrebbe essere spiegato come possa accettarsi che il costo di una manovra di sistema, ordinata da BCE, sia stata fatta pagare solo a loro, perché scambiati per investitori-speculatori. Per di più, con valori palesemente iniqui attribuiti agli assets aziendali di veneto Banca: si pensi solo a BIM, ceduta a poco più di 20 milioni, a fronte di un recente divieto, da parte di BCE, di venderla per 560 milioni, quando ancora era possibile.

Il 14 giugno 2017, parlando all’ABI, il vice Direttore Generale di Bankitalia ha detto: “una soluzione relativa alle due banche venete va definita in tempi brevi, salvaguardando i risparmiatori e garantendo continuità …”. Dieci giorni dopo è finita con il decreto di liquidazione coatta amministrativa, che, all’evidenza, era stato preparato da molto tempo, e che ha spazzato via tutto, creando il disastro. Ora, cosa devono pensare i risparmiatori?

Giovanni Schiavon e Angelo Santoro 

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