mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Pamela e Traini
Pubblicato il 08-02-2018


Ha ragione Giorgia Meloni a ricordarci che la povera Pamela è stata massacrata da un nigeriano senza permesso di soggiorno. E ha ragione anche a lamentarsi del fatto che il suo feroce, brutale, animalesco omicidio non abbia spinto (il ministro Orlando lo farà oggi) alcun uomo di governo a far visita alla madre. Sbaglia però a paragonare il delitto della povera ragazza al raid razzista di Traini nel centro di Macerata. Dal punto di vista umano il primo gesto è anche più orribile del secondo, come orribile è l’omicidio di una diciannovenne per mano di un uomo bianco italiano avvenuto ieri a Milano. Ma il delitto di Pamela spinge a un ragionamento, il gesto di Traini a un altro. Non vanno confusi. La loro confusione può generare assurdi giustificazionismi, colpevoli anche se involontari.

Il delitto e il massacro della povera ragazzina, forse da attribuire a questioni di commercio di droga, deve spingerci a valutare con serietà la questione dell’immigrazione irregolare in Italia. Da parte di tutte le forze politiche, con la sola eccezione del povero Grasso che forse, non avendo ben compreso la domanda, ha sostenuto in Tv la piena legittimità dell’immigrazione illegittima, non c’è un solo esponente politico che difenda il diritto di soggiorno di chi non ne ha alcuno. Il problema è come porvi rimedio. Berlusconi, includendovi abusivamente anche i profughi, sostiene che i 600mila immigrati giunti in Italia negli ultimi cinque anni lui li rimanderà tutti indietro. Come non si sa, visto che i paesi da cui provengono indietro non li prendono e che il respingimento coatto ha conseguenze economiche e umanitarie non di poco conto.

Tanto è vero che le sanatorie non si contano e lo stesso governo Berlusconi è stato costretto ad approvarne una per ben 700mila immigrati. Dunque? A mio giudizio, grazie al ministro Minniti, finalmente l’Italia ha capito che il problema dell’immigrazione si deve affrontare nei paesi di partenza e di transito, soprattutto la Libia. E che in Libia devono essere accertati diritti o meno di asilo in Italia e in quel paese devono essere bloccati coloro che diritti non hanno. Intendiamoci, quelli di una vita migliore, soprattutto per chi vive in condizioni precarie e spesso di sottosviluppo, li hanno tutti. Il problema è che poi se tali diritti non possono essere garantiti, le conseguenze, come è stato verificato, si rivelano peggiori del male che si intende curare. Giusto allora, da un lato, firmare convenzioni coi paesi di partenza, per assicurare a chi ritorna un minimo di garanzia vitale e a quei paesi un minimodi sviluppo (vedi la Conferenza di Parigi), dall’altro porre i campi di respingimento libico sotto l’egida e la gestione Onu, per evitare trattamenti disumani e irrispettosi di qualsiasi convenzione sui diritti delle persone.

Altro ragionamento merita il caso Traini che con l’immigrazione e la sicurezza non c’entra nulla e c’entra invece molto con le infatuazioni naziste e razziste che purtroppo stanno prendendo piede in Italia. Quella nazista, non fascista, dunque ben di peggio, è testimoniata dal culto per il Mein Kanf e per le svastiche rintracciate nella casa di Traini. Quest’ultimo ha compiuto un’equazione tipicamente razzista e cioè: siccome Pamela è stata colpita da un nero, tutti i neri sono colpevoli. Esattamente come avvenne in Germania dopo l’attentato per mano di un ebreo a un diplomatico tedesco a Parigi. Dovevano pagare tutti gli ebrei e scattò, era il 1938, la notte dei cristalli. Se noi attribuiamo al razzismo vendicativo di Traini una qualche assonanza con l’immigrazione clandestina finiamo per offrirne un’abusiva giustificazione. In fondo, ragionando così, se i clandestini non ci fossero Traini sarebbe una brava persona. Il raid nazista di Traini non può rimandare invece a disquisizioni sui temi della sicurezza, che non sono alla base del suo insano gesto, ma a problemi di educazione ed eventualmente di disagio sociale. Non tanto per Traini, un personaggio alle prese con problemi di psicopatia, ma per coloro che hanno manifestato solidarietà con lui, che hanno lordato qualche muro di scritte a suo favore o che hanno promosso marce e manifestazioni a braccio alzato. Lo dico anche alla Meloni, perché, pur stimando la grinta di una donna che si è fatta da sola, anche il suo movimento non è esente da infiltrazioni di questo tipo. Le controlli meglio coi suoi occhioni, cara Giorgia. E sarà più credibile anche lei.

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Commenti all'articolo
  1. Egregio Direttore, l’accenno al Mein Kampf mi fa venire in mente una domanda: la sua vendita, in Italia, è o non è vietata dalla legge? Lo si vede in molte bancarelle di libri, anche in bella mostra. Io stesso ricordo di averne acquistato una copia, quando ero al liceo e mi interessava approfondire il tema del Nazisonalsocialismo, in vista della Maturità.

  2. Repubblica riporta le parole del ministro degli Interni Marco Minniti sul caso di Macerata: “Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione”, afferma il ministro definendo l’attacco contro il gruppo di stranieri “una rappresaglia di odio razziale, punto”. Minniti rivendica poi la sua politica sui migranti: “noi fermando gli sbarchi, costruendo la legalità e la sicurezza abbiamo fatto capire qual è il confine tra democrazia e populismo, che incatena i cittadini alle paure. E lo abbiamo fatto senza muri, senza filo spinato e senza evocare l’invasione”.

  3. Si vedono troppo di frequente “saluti romani” che non dovrebbero più essere trascurati. Non scordiamoci che sono i periodi di crisi economica che generano risposte brutali e adesione di popolo a fascismo e nazismo.

  4. Di fronte a determinati accadimenti ci sentiamo per solito dire che occorrerebbe attendere le risultanze delle indagini, e anche l’esito di una eventuale chiamata a giudizio, per sapere come siano andate realmente le cose, e dunque potersi esprimere in merito, ma poi capita non di rado che tale regola sia disattesa, giacché assistiamo fin da subito al cosiddetto “processo mediatico”, con l’opinione pubblica che si divide tra colpevolisti ed innocentisti, quando non è la “piazza” ad emettere le sue inappellabili “sentenze” (e i socialisti lo sanno bene avendolo provato sulla propria pelle).

    C’è inoltre chi cerca di spiegare l’accaduto chiamando in causa gli aspetti economici, sociali, ecc…, che vengono a loro volta interpretati a seconda della rispettiva “visione ideologica”, e c’è pure chi “soffia sul fuoco”, semmai strumentalmente, per infiammare gli animi e surriscaldare il clima del dibattito, e può anche capitare che sia la politica a farlo, al fine di guadagnare consensi, o compiacere la propria base elettorale – pur se non possiamo ovviamente dimostrarlo – ma tutto ciò va messo in conto perché, verrebbe da dire, rientra nelle legittime abitudini e nei canoni di una società.

    Bisognerebbe tuttavia che vi fosse anche qui una sorta di “par condicio”, onde evitare che il “soffiare” di una parte politica venga considerato virtuoso, essendo diretto contro le cattive coscienze, e comunque tale da ispirare buoni sentimenti nella comunità, mentre il “soffiare” di un’altra è invece ritenuto sconveniente e meritevole di sdegno, al punto da doverlo “reprimere”, secondo il principio della indignazione a senso unico, o del garantismo a giorni alterni (che non mi sembra l’ideale, e che in ogni caso dovrebbe essere ancora ben presente nella memoria dei socialisti, visto che all’epoca ne hanno “fatto le spese”).

    Paolo B. 10.02.2018

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