giovedì, 15 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Porte aperte dell’Italia: molti lasciano il Paese per non tornare più
Pubblicato il 05-02-2018


lavoro estero giovaniÈ vero che l’effetto della globalizzazione è il superamento delle frontiere demarcate. Intendo la libera circolazione delle persone, non solo sul territorio europeo, ma anche nei paesi fuori dalla zona occidentale. È altrettanto vero che per i paesi meno sviluppati dell’Europa spostarsi è una ricerca per un futuro migliore. Si scappa dalla guerra, dalle scarse condizioni economiche o semplicemente per sopravvivere. Molti paesi dell’Est Europa si sono rialzati dopo la caduta dell’Unione Sovietica grazie agli aiuti degli emigranti. Persone che hanno dovuto abbandonare le proprie famiglie e tentare di trovare lavoro al di fuori. Sono soprattutto le donne che prendono questa responsabilità. In Italia sono numerose a rappresentare questo tipo di emigrazione. Nel 2016 il saldo migratorio netto con l’estero torna a crescere di oltre 10 mila unità, raggiungendo quota 144 mila per effetto del maggiore aumento delle immigrazioni rispetto alle emigrazioni. Con 45 mila iscritti la comunità rumena è sempre la più numerosa tra i flussi di immigrazione, seguita dagli albanesi (13 mila) e dagli ucraini (circa 9 mila).

Continuano poi a crescere le immigrazioni dei cittadini africani; in particolare, incrementi significativi degli ingressi si registrano per i cittadini guineani (+161% secondo i dati di ISTAT), ivoriani (+73%), nigeriani (+66%) e ghanesi (+37%). La provincia di insediamento dei cittadini stranieri immigrati dipende da molti fattori: quello prevalente è il lavoro, ma è significativo anche il flusso di immigrazione per ricongiungimento familiare.

La pressione migratoria resta tuttavia elevata sull’Italia e sulla Grecia. Per questo motivo la Commissione Europea ha fornito agli stati membri un programma per rendere più efficaci le politiche dei singoli stati verso i flussi migratori. Nello specifico: migliorare il coordinamento tra tutti i servizi e le autorità coinvolte nel processo di rimpatrio in ciascuno Stato membro entro giugno 2017 al fine di garantire la disponibilità di tutte le conoscenze e competenze necessarie per rimpatri efficaci, nel rispetto dei diritti delle persone da rimpatriare; combattere gli abusi del sistema sfruttando la possibilità di valutare le domande di asilo con procedure accelerate o, se ritenute opportune, con procedure di frontiera quando si sospetta che tali domande siano presentate solo per ritardare l’esecuzione della decisione di rimpatrio.

Non solo il tema degli immigrati è attuale, ma nell’ordine della giornata entrano le emigrazioni, ancora in crescita. Secondo i dati ISTAT pubblicati nel novembre 2017, durante l’anno 2016 sono stati registrati 157 mila emigrati. Le principali mete di destinazione per gli emigrati di cittadinanza italiana si confermano il Regno Unito (21.6%), la Germania (16.5%), la Svizzera (9.9%) e la Francia (9.5%). Nel 2016 assumono particolare rilievo i flussi degli italiani verso il Regno Unito che, nell’arco di un solo anno, sono passati da 17 mila a 25 mila (+42%). Si tratta verosimilmente di un effetto indotto dalla prospettiva della Brexit: l’aumento degli emigrati italiani verso il Regno Unito, infatti, può dipendere dalla necessità di registrarsi all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) per poter dimostrare di essere residenti nel territorio britannico prima che vengano resi esecutivi i negoziati di uscita dall’Ue.

Quella economica è stata e rimane la causa principale dell’emigrazione, altre ragioni che hanno indotto grandi masse di persone ad abbandonare la propria casa sono state cause politiche e di seguito etniche e religiose. Guardando le statistiche, la maggior parte degli emigranti di oggi è rappresentata dai giovani. Sono una generazione che si trova a far fronte a diffuse difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro, elemento che ha portato molti di loro all’estero. Alcuni di loro cercano una istruzione migliore, per cui si spostano per frequentare una scuola o università di alta qualità per poter conseguire un titolo di studio. Ma la maggior parte degli emigrati giovani già possiede una laurea. Il che vuole dire che vanno via per trovare un impiego o migliorare la propria posizione lavorativa.

Non si tratta sempre di fuga di cervelli, cosa più o meno comune a molti paesi europei. Oltre ai laureati che mirano ad avere successo non solo a livello locale ma anche nazionale, oltre ai giovani che vogliono conoscere il mondo e le nuove culture (anche se per brevi periodi), aumentano i trasferimenti di lavoratori con bassa scolarizzazione o per nulla qualificati. Si tratta di lavori che richiedono fatica e sudore, e che portano con essi il rischio di essere sfruttati da parte dei datori di lavoro.

Il problema dei tanti italiani che abbandonano l’Italia è stato segnalato anche dall’Ocse. Nell’ultimo report sui migranti, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici ha fatto presente che l’Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come paese d’origine degli immigrati. Secondo l’Ocse, la Penisola è ottava nella graduatoria mondiale dei paesi di provenienza di nuovi immigrati. Al primo posto c’è la Cina, davanti alla Siria, Romania, Polonia e India. L’Italia è subito dopo il Messico e davanti al Vietnam e all’Afghanistan, con un aumento degli emigrati dalla media di 87 mila nel decennio 2005-14 a 154 mila nel 2014 e a 171 mila nel 2015, pari al 2,5% degli afflussi nell’Ocse. In 10 anni l’Italia è “salita” di 5 posti nel ranking di quanti lasciano il proprio paese per cercare migliori fortune altrove.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni

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