domenica, 25 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Povertà e miseria non sono sinonimi 
Pubblicato il 14-02-2018


Nel linguaggio comune, i termini “povertà” e “miseria” vengono spesso messi insieme per definire situazioni economiche difficili, sofferenza estrema e vulnerabilità sociale. Spesso le due condizioni si compenetrano oppure quando un gruppo sociale può passare da una condizione all’altra senza soluzione di continuità oscillando come un pendolo da uno stato di povertà ad uno più grave di miseria e viceversa, tutto si protrae all’infinito senza possibilità di fermare il ritmo perpetuo del pendolo… se non con lo sparo che segna l’inizio della rivoluzione.

Tipico, in questi ultimi anni di crisi economica, il caso dei lavoratori “ubriachi” che oscillano da condizioni di precariato a periodi di disoccupazione seguiti, nel migliore dei casi, da contratti a tempo determinato dai capricci del mercato che batte i tempi della vita dei lavoratori perennemente in rianimazione, sempre a rischio di ritornare a uno stato di disoccupazione stabile: un altro modo per fermare il pendolo senza esplodere colpi simbolici.

Ma talvolta tra povertà e miseria si insinua una sottile differenza, quasi un impercettibile spazio mentale che può aprire o negare una prospettiva di riscatto sociale, quella sottile differenza che, a livello psicologico, contraddistingue i processi di “resilienza” da quelli di “resistenza”.

Ricordo che molti di noi eravamo poveri, nati in famiglie di modeste condizioni, ma non abbiamo vissuto questa situazione come una condizione di minorità. Mio padre era fiero di essere operaio, di appartenere ad una classe sociale a cui veniva riconosciuto un valore di classe lavoratrice all’interno della società. Se da una condizione di povertà possono nascere delle occasioni di riscatto, più difficile è venir fuori da una condizione di miseria dove mancano spesso non solo le risorse materiali, ma anche culturali e talvolta anche quelle morali.

Quando tutti sono poveri si è meno consapevoli della povertà, si pensa che la vita sia dura. Ma quando si può mettere su un piatto della bilancia una situazione fragile e dolorosa e su un altro la solida tranquillità del vicino, si prova un sentimento di ingiustizia e di umiliazione. L’ingiustizia è meno penosa perché permette l’indignazione, la protesta verbale e la manifestazione fisica, mentre l’umiliazione spinge a nascondersi, a ritirarsi, a vergognarsi, a non combattere.

Bisogna lottare contro la povertà, che è soprattutto assenza di speranza e di stima da parte di altri con cui possono essere condivisi valori proiettati al futuro. Tu quando hai perso la speranza? E quando hai ripreso a sperare? Rispondiamo a queste domande e riappare la stima. La marginalità è non avere nessuno che ci stima: è non stimarsi, ossia non avere la stima di sé. Incontrare la sofferenza delle persone, sempre più disperate e isolate, significa dunque restituire la speranza e l’appartenenza.

Una ventina di anni fa un sociologo francese, Pierre Bourdieu, raccolse una serie di interviste ai nuovi “miserabili” delle grandi città francesi e della provincia: non erano più i miserabili ottocenteschi di Victor Hugo; piuttosto, erano persone normali che, con la crisi dello stato sociale, l’inizio della globalizzazione e le trasformazioni della classe operaia quando le prime fabbriche cominciavano a chiudere, si ritrovavano prive delle tradizionali risorse, quindi costretti a far fronte alla loro resilienza per adattarsi a un mondo mutato: l’ex operaio che decide di diventare, con molte difficoltà, lavoratore autonomo, la casalinga che arrotonda facendo le pulizie nelle case dei ricchi, il manovale che comincia a fare il “doppio lavoro”, lo studente che fa il cameriere la sera per pagarsi gli studi, e così via… Erano tutte figure emergenti di questo nuovo mondo che viviamo oggi, un mondo di precari e gente costretta a far fronte alla propria adattabilità per vivere (e sopravvivere). Non straccioni quindi, bensì gente d’ogni giorno, in cui ciascuno di noi può riconoscersi. Non avrebbe avuto senso, quindi, parlare di “nuovi miserabili”, piuttosto Bourdieu scelse come titolo del suo libro “La miseria del mondo”, giacché appariva già chiaro come la miseria non fosse un attributo dell’individuo, bensì una caratteristica della sua condizione sociale.

Riuscire per gli impoveriti e i declassati (il ceto medio impoverito di oggi) a prendere coscienza della propria condizione, a rifiutarla e trasformarla, a contrastare la “miseria del mondo” è il gesto più nobile che oggi si possa pensare.

Angelo Santoro

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