mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Stretta sui furbetti, 45 licenziati nella pubblica amministrazione
Pubblicato il 07-02-2018


Inps

PARTONO PAGAMENTI REDDITO D’INCLUSIONE

I primi pagamenti per il reddito di inclusione, la misura introdotta per il contrasto alla povertà, sono cominciati a partire dal 27 gennaio scorso. Lo ha fatto sapere l’Inps annunciando a breve un report sui numeri delle persone che lo hanno chiesto e sulle domande accolte. Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, ribadendo l’innesto di seicento persone nei centri per l’impiego per occuparsi delle famiglie che avranno il Rei e che dovranno essere inserite in un progetto di occupabilità, ha confermato che già “dalla fine di gennaio le persone che hanno avuto certificato il diritto ad avere il Rei lo hanno iniziato a ricevere”.

Cos’è il Rei

La circolare 172 illustra le disposizioni previste dal Decreto legislativo 147 del 2017, per l’introduzione a decorrere dal 1° gennaio 2018 della nuova misura di contrasto alla povertà denominata Reddito di inclusione (Rei).

Quest’ultima viene concessa ai nuclei familiari in condizioni economiche fortemente disagiate ed è composta da un beneficio economico e da una componente di servizi alla persona; quest’ultima si concretizza nel cosiddetto “progetto personalizzato”, realizzato a seguito di una valutazione del bisogno del nucleo familiare. Il progetto è definito attraverso la partecipazione del nucleo familiare, che deve essere coinvolto anche nel monitoraggio e nella valutazione del progetto stesso. Il progetto prevede l’individuazione, sulla base della natura del bisogno prevalente emergente, di una figura di riferimento, che ha il compito di curarne la realizzazione e il monitoraggio.

Il beneficio viene erogato dall’Inps mediante l’utilizzo di una carta di pagamento elettronica, denominata “Carta Rei”, previa presentazione di apposita domanda e della dichiarazione Dsu dalla quale sia rilevabile la situazione economica di bisogno.

La domanda di Rei deve essere presentata presso i comuni o altri punti di accesso, sulla base dell’apposito modello di domanda predisposto dall’Inps. I comuni comunicano all’Istituto, entro quindici giorni lavorativi dalla data della richiesta del Rei, le informazioni contenute nel modulo di domanda. L’Inps, a sua volta, verifica, il possesso dei requisiti per l’accesso al Rei, sulla base delle informazioni disponibili nei propri archivi e in quelli delle amministrazioni collegate.

In caso di esito positivo delle verifiche di competenza dei comuni e degli ambiti territoriali, nonché delle verifiche effettuate dall’Istituto, il Rei è riconosciuto dall’Inps condizionatamente alla sottoscrizione del progetto personalizzato.

Per l’attuazione, il monitoraggio e la valutazione del Rei è responsabile il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Per agevolarne l’attuazione, il decreto 147 istituisce anche un Comitato per la lotta alla povertà, che riunisce i diversi livelli di governo e un Osservatorio sulle povertà, che, oltre alle istituzioni competenti, riunisce rappresentanti delle parti sociali, degli enti del Terzo settore ed esperti.

Il decreto 147 ha inoltre riordinato le altre prestazioni assistenziali finalizzate al contrasto alla povertà (Sia, Asdi e carta acquisti).

La Circolare descrive nel dettaglio i destinatari, i requisiti, le modalità e i termini per la presentazione delle domande.

Il messaggio 4636 fornisce agli enti preposti le specifiche tecniche per l’inoltro delle domande all’Istituto con apposito servizio telematico, che verrà a breve rilasciato sul portale istituzionale.

Gianni Geroldi

LEGGE FORNERO: SI ALLA FLESSIBILITA’ NO ALL’ABOLIZIONE

“Impossibile abolire la legge Fornero perché bisognerebbe trovare una copertura finanziaria di dimensioni insostenibili”. Così Gianni Geroldi, economista esperto di materia previdenziale (è stato consigliere economico di diversi ministri del Lavoro e componente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, ora chiuso, che aveva il compito proprio di monitorare la spesa pensionistica), ha commentato con Labitalia quello che sta diventando uno dei temi portanti della campagna elettorale: l’abolizione della legge Fornero.

“Quando si parla di pensioni – ha spiegato Geroldi – il costo da calcolare di un’eventuale revisione o abolizione del sistema in vigore, non è mai solo quello dell’anno corrente, ma quello dato dalla sommatoria di anni. C’è poi la questione fondamentale: ossia che le persone in pensione sono sostenute da quelle che lavorano. Le misure statistiche si riferiscono convenzionalmente a una popolazione in età da lavoro tra i 15 e i 64 anni. Ma questi confini nella realtà sono stati modificati: si può fissare una prima data di entrata nel lavoro convenzionalmente a 20 anni così come si è spostata la data di uscita”.

La critica che fanno alcuni ai calcoli sui fabbisogni economici per la spesa previdenziale è che le stime sono fatte sulla situazione attuale e senza considerare l’aumento (prevedibile e auspicabile) del tasso di occupazione.

“Guadagnare punti in tasso di occupazione – ha replicato Geroldi – dà certamente vantaggi alla previdenza e anche e soprattutto al sistema di protezione sociale, di cui si parla poco, ma che ha costi notevoli. Tuttavia, la ‘compensazione’ tra ingresso di nuovi occupati e anticipo di età pensionistica è molto lontana. Così come, per reperire risorse, non si può certo aumentare l’aliquota contributiva previdenziale, già molto alta nel nostro Paese”.

“Ma se continua l’aumento di occupati che abbiamo cominciato a registrare nel nostro paese –ha proseguito Geroldi – si può ipotizzare un alleggerimento del carico contributivo sul lavoro, riducendo il cosiddetto cuneo fiscale”.

Geroldi ha inoltre ricordato che “la legge Fornero è stata varata in un momento di emergenza e sotto la spinta di pressioni internazionali, per questo è una misura rigida che però ha già cominciato a essere resa più flessibile, come dimostra l’accordo siglato dal governo Gentiloni coi sindacati sulle categorie che non saranno soggetto all’adeguamento automatico dell’età di pensione all’aspettativa di vita”.

“E mi pare che su questa strada, di rendere meno rigide le regole di uscita, si stiano avviando anche Pier Carlo Padoan e alcune dichiarazioni della stessa Fornero”, ha detto Geroldi che ha rammentato: “Quando nel 1995 abbiamo cominciato a mettere mano al sistema previdenziale con la riforma Dini, la media dell’età di uscita dal lavoro era di 51 anni. Ci ponemmo l’obiettivo (che allora sembrò ambiziosissimo) di portarla a 60, stabilendo un range di uscita nella fascia di età 57-65 anni”.

“Ragionavamo, insomma, su una fascia di età 50-60 anni e portare la gente ad andare in pensione a 60 anni era sì un obiettivo ambizioso, ma ragionevole. Oggi, invece, si ragione sul decennio 60-70 anni, in cui oggettivamente la quota di coloro che hanno difficoltà a continuare il loro lavoro aumenta”, ha osservato Geroldi.

Per questo, ha riaffermato, “occorre più flessibilità in uscita, anche perché oramai chi ha il vecchio sistema retributivo è una quota in via di estinzione, chi ha un sistema misto pian piano vedrà adeguarsi la prestazione al contributivo e quindi quando tutti saranno con il contributivo, che è concepito come una sorta di conto individuale con cui ognuno si paga la pensione, l’età anagrafica avrà importanza solo ai fini dell’adeguatezza dell’assegno pensionistico”. Occorre, dunque, andare avanti nella strada di individuare categorie cui dare l’opportunità di essere ‘flessibili’, ha rimarcato il professore.

Ci sono, però, settori di lavoratori penalizzati dalla riforma Fornero: le donne, i giovani a basso salario, chi ha una carriera lavorativa discontinua. “In questi casi – ha proposto Geroldi – piuttosto che pensare di dare a tutti un minimo di 1.000 euro come propone Berlusconi (cosa che creerebbe una discriminazione nei confronti di quei tanti pensionati che 1.000 euro li percepiscono dopo aver versato una vita di contributi), meglio fare quello che gli inglesi chiamano matching contribution”.

Si tratta, ha spiegato l’economista, di “un sostegno pubblico ai contributi individuali, dato durante la carriera”. “L’ampliamento dei contributi entra direttamente nel conto personale – ha sottolineato – ed è stabile, non soggetto a leggi o regole che possono cambiare. E’ una dote individuale che costituisce anche un forte incentivo all’emersione del lavoro nero”.

Uno dei vantaggi di questa misura, ha concluso Geroldi, “è che questi soldi escono realmente dalle casse dello Stato solo al momento in cui il lavoratore va in pensione”.

Stretta sui furbetti

45 LICENZIATI NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Quasi cinquanta ‘furbetti del cartellino’ sono stati espulsi da quando è entrato in vigore il decreto Madia, ovvero dal luglio del 2016. Dai dati raccolti dal ministero della Pubblica amministrazione, sulla base delle nuove regole 45 sono stati i licenziamenti e due sono i procedimenti in standby, aspettando la sentenza penale.

Lavoro

PER 6 SU 10 MEGLIO IL WELFARE DELL’AUMENTO DI STIPENDIO

Sei lavoratori su dieci preferiscono che l’azienda li ‘premi’ con servizi di welfare, come polizze sanitarie o convenzioni per gli asili nido, piuttosto che con aumenti ‘secchi’ di stipendio. A rilevarlo è un’ndagine condotta da Censis-Eudaimon. “Di fronte alla possibilità di trasformare quote premiali della retribuzione in prestazioni di welfare, il 58,7% dei lavoratori – oltre la metà – si dice favorevole, il 23,5% è contrario e il 17,8% non ha una opinione in merito”, si legge nella sintesi del rapporto, il primo in materia.

Tuttavia, denuncia lo studio, “solo il 17,9% dei lavoratori italiani ha una conoscenza precisa di cos’è”. Eppure, viene stimato, “a regime si può stimare in 21 miliardi di euro il valore potenziale complessivo delle prestazioni e dei servizi di welfare aziendale, se questi strumenti fossero garantiti a tutti i lavoratori del settore privato: un valore pari a quasi una mensilità di stipendio in più all’anno per lavoratore”.

Guardando nel dettaglio alle risposte degli intervistati, emerge che “ad essere più favorevoli sono i dirigenti e i quadri (73,6%), i lavoratori con figli piccoli, fino a tre anni (68,2%), i laureati (63,5%), i lavoratori con redditi medio-alti (62,2%). Meno favorevoli sono gli operai, i lavoratori esecutivi e quelli con redditi bassi”. Infatti, si legge, “tra gli operai (41,3%) e gli impiegati (36,5%) sono più elevate le quote di lavoratori che preferiscono avere più soldi in busta paga invece che soluzioni di welfare”. Cifre che secondo l’indagine parlano chiaro: “il welfare aziendale non può assumere la funzione di surrogato di aumenti salariali per gli occupati nelle fasce stipendiali più basse. Da questo punto di vista, bisogna considerare il boom di famiglie operaie in condizione di povertà assoluta, che sono aumentate del 178% tra il 2008 e il 2016, fino a diventare quasi 600.000”.

Carlo Pareto

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