martedì, 17 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Trump e la folle corsa del debito americano
Pubblicato il 16-02-2018


trump-delirio“Se eravate contrari ai deficit del presidente Obama e adesso favorite quelli repubblicani, non si tratta dunque della definizione classica d’ipocrisia?” Così Rand Paul, senatore repubblicano del Kentucky, nel suo futile tentativo di bloccare il voto al Senato per impedire un nuovo shutdown che aumenterebbe il deficit di almeno mille miliardi. I colleghi di  Paul con l’aiuto dei democratici hanno però votato a favore (71 sì, 28 no) della proposta che non ha evitato lo shutdown durato però solo poche ore senza che nessuno se ne accorgesse. La  Camera bassa lo ha anche approvato (240 sì, 186 no) e Donald Trump ha subito firmato la legge che spenderà 165 miliardi in più per le forze militari e altri 130 per programmi sociali. La misura alzerà il tetto delle spese e non si avranno altri voti per shutdown fino al 2019 aumentando però il deficit annuale a più di mille miliardi.

Queste spese si aggiungono a quelle della riforma fiscale approvata dai repubblicani il mese di dicembre del 2017 che aumenterà il debito federale di 1500 miliardi in dieci anni. Il debito totale americano si aggira adesso sui 20 mila miliardi. Non basta però per Trump il quale nella sua proposta di bilancio per il 2019  vorrebbe spendere ancora di più aumentando il deficit annuale a quasi mille miliardi senza nemmeno promettere di fare quadrare il bilancio nei prossimi dieci anni come aveva detto in passato.

La proposta di bilancio del presidente consiste di priorità della Casa Bianca che tipicamente il Congresso non approverà. Ci dice però molto sulle aspirazioni fiscali del presidente poiché oltre agli aumenti di spesa per la difesa includerebbe anche tagli ai servizi sociali incluso il Social Security, il Medicare, e il Medicaid. In sintesi, i debiti ad infinitum ci confermano quello che Trump aveva sostenuto da imprenditore quando disse che “era il re dei debiti” perché investiva i soldi delle banche per fare business.

Le spese del governo che causano deficit si considerano plausibili quando l’economia soffre e ha bisogno di stimoli, come affermava l’economista John Keynes. Lo ha fatto Barack Obama nel 2009 quando gli Stati Uniti si trovavano in una profonda crisi economica inferiore solo a quella della grande depressione degli anni trenta. Al momento però con la disoccupazione al 4,1 percento, considerata da molti economisti come occupazione piena, bisognerebbe invece usare le risorse per ridurre il debito nazionale. È questo che dicevano in passato i repubblicani quando i deficit preoccupavano. Paul Ryan, speaker della Camera, e Mitch McConnell, presidente del Senato, avevano spesso tuonato contro i deficit durante la presidenza di Obama. Adesso sono muti. Questo loro silenzio ha avuto un effetto anche sugli elettori i quali non lo includono nelle prime dieci priorità. Continua però a preoccupare una minoranza repubblicana al Senato e alla Camera. Alcuni senatori come Paul hanno alzato la voce contro i deficit e i parlamentari di ultra destra del Freedom Caucus hanno anche loro espresso la loro preoccupazione.

Di questi tempi avrebbero tutte le ragioni per essere preoccupati. Nel 2016 i costi per coprire i prestiti governativi hanno raggiunto 284 miliardi di dollari, cifra inferiore solo alle spese per la difesa. Nel 2017 il 69 percento delle spese federali è andato per coprire gli interessi e i programmi sociali come Social Security, Medicare e Medicaid. Questa pressione fiscale continuerà e a partire dal 2027 il  69 percento si convertirà al 77 percento lasciando il 23 percento per il resto.

È difficile determinare quanto debito si possa sostenere ma questa pressione al bilancio alla fine comincerà ad avere un impatto negativo all’economia poiché i prestiti del governo lasceranno poco spazio alle aziende per ottenere i fondi necessari per i loro bisogni. Paul Ryan però ha già cominciato a trovare la soluzione per ridurre il debito federale. In un’intervista radiofonica ha dichiarato che bisogna effettuare una riforma ai servizi sociali come le pensioni e la sanità che lui interpreta come tagli già auspicati in parecchie situazioni.

Trump nella sua proposta di bilancio lo ha già suggerito con i suoi tagli ai programmi per i poveri e gli anziani. Dopo avere regalato miliardi di dollari ai benestanti con la riforma fiscale del 2017 qualcuno dovrà alla fine pagare. La classe media e i poveri verranno colpiti a meno che i democratici non mostreranno più coraggio di quello visto fino ad ora. La tragica situazione dei “dreamers”, che i democratici avevano usato come perno causando lo shutdown di tre giorni nel mese di gennaio, gli ha fatto ottenere dai repubblicani una promessa di risolvere la problematica  ma fino ad oggi non ha prodotto  risultati. Ovviamente, i democratici sono in minoranza in ambedue le Camere e la loro forza di opposizione ha limiti notevoli. Forse si dovrà aspettare alle elezioni di midterm per vedere se il Paese è pronto a dare la maggioranza legislativa al Partito Democratico?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Commenti all'articolo
  1. Jared Kushner e Jason Greenblatt volevano sentire cosa avesse da dire il presidente Mahmoud Abbas al Consiglio delle Nazioni Unite di New York. I due negoziatori incaricati dal presidente Usa Donald Trump di riavviare i colloqui di pace tra israeliani e palestinesi hanno sentito Abbas dire di essere pronto ad “avviare immediatamente negoziati per raggiungere la pace”. Ma anche condizionare questo passo a un ritiro del riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale d’Israele e alla cessazione da parte israeliana della costruzione di insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Abbas ha poi invocato la convocazione a metà 2018 di una conferenza internazionale in cui vorrebbe ottenere il riconoscimento di uno Stato palestinese entro i confini del 1967. “Gli Stati Uniti sono pronti a lavorare con la leadership palestinese. I nostri negoziatori sono alle mie spalle, pronti a parlare. Ma non vi rincorreremo. La scelta, signor presidente, è sua”, ha risposto l’ambasciatrice Usa all’Onu Nikki Haley, parlando al presidente palestinese che però aveva lasciato la riunione.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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