martedì, 17 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Una cosa o due sulla responsabilità morale
Pubblicato il 06-02-2018


Salvini

Il leader della Lega, Salvini, ha condannato l’atto terroristico del neofascista che ha sparato sugli immigrati a Macerata – nessun dubbio sulla matrice politica: il neofascista ha fatto il saluto romano, e a casa sua hanno trovato il Mein Kampf. La condanna però è diluita da un commento inquietante: “La responsabilità morale di ogni episodio di violenza che accade in Italia è di quelli che l’hanno riempita di clandestini.” Eccolo, il principio “due pesi, due misure”. Immaginiamo se l’attentatore fosse stato un giovane musulmano, e se un imam o un leader politico islamico, dopo la condanna rituale del tentato massacro, avesse aggiunto: la responsabilità morale della violenza è di chi ci discrimina in Europa, o di chi bombarda i nostri fratelli in Medioriente.

Chi sarebbero, poi, i corresponsabili “morali”, gli innominati? Presumo i politici del governo in carica. Se fosse così, sarebbe un commento gravissimo. In democrazia criticare il governo è più che legittimo: è salutare. L’opposizione esiste proprio per questo. Criminalizzare invece è da irresponsabili: nessuna politica sull’immigrazione, neppure la peggiore, giustifica (o spiega) un atto violento, eversivo di questo genere. E di certo non è il governo attuale ad aver “riempito l’Italia di clandestini”. Chi è il colpevole, allora? Direi tre figure astratte, che non possiamo trascinare in giudizio: la povertà, il sottosviluppo e le guerre. In tutti i tribunali, compreso quello della storia, possono comparire solo persone in carne ed ossa. Chi sono i responsabili dell’immigrazione incontrollata? Elementare, Watson: coloro che sfruttano le risorse altrui, che speculano in borsa causando recessioni, che fanno patti occulti con élite corrotte per far affari d’oro, che vendono armi, che fomentano i conflitti. Oppure quelli che, pur avendone i mezzi o le capacità, non intervengono laddove incancrenisce l’ingiustizia – anche l’omissione è un peccato. Si tratta di uomini d’affari che si mimetizzano nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, delle multinazionali, delle banche d’affari, oppure di leader politici che si nascondono dietro il paravento dell’interesse nazionale ecc. Alla base di questa piramide c’è lo scafista che lucra, vergognosamente, trafficando esseri umani.

Lo pseudo-ragionamento di Salvini purtroppo è molto diffuso, sia a destra che a sinistra. Anch’io sono caduto qualche volta in un cortocircuito logico, travolto dalla rabbia. Dilaga il terrorismo omicida nel Medioriente? Ebbene, la corresponsabilità morale è di quei paesi occidentali che hanno scatenato la guerra in Iraq, alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa. Così ragionavano anche i comunisti in buona fede, durante quell’orgia di sangue passata alla storia come Rivoluzione d’Ottobre: la corresponsabilità morale è dello zar e dei suoi lacchè. La gente, disperata, affamata, ha imbracciato il fucile. Che altro poteva fare? Stessa autoassoluzione, da parte dei nazisti: la Germania era allo stremo, dopo la Prima Guerra mondiale, chi ci impose riparazioni pazzesche deve salire assieme a noi sul banco degli imputati. Fu, questo, uno dei punti della strategia difensiva dei gerarchi nazisti a Norimberga. Su un piano più modesto di efferatezza, i teorici delle Brigate Rosse si discolparono incriminando il capitalismo e lo Stato borghese delle multinazionali, e i collaborazionisti del capitale, e i gruppi eversivi neofascisti. Bisognava pur reagire. Anche dando la morte.

Spesso non si inquadrano i problemi perché si confonde responsabilità morale e responsabilità politica. Sì, a volte si sovrappongono. Ma non sono la stessa cosa. Le accomuna solo un tratto: entrambe sono individuali. Chi causa la miseria e le guerre, o non fa nulla per prevenirle, è corresponsabile politicamente delle condizioni in cui può maturare l’estremismo fanatico (è il caso dei leader delle potenze vincitrice del primo conflitto mondiale). Ma chi teorizza e propaganda un’ideologia violenta quale risposta a quelle condizioni ha una responsabilità in più, più grave ancora: quella morale, appunto (è il caso di Hitler e dei suoi scherani; di Lenin, di Stalin e dei bolscevichi). Costui è il vero corresponsabile delle stragi compiute dai propri seguaci. Ma no!, mi dicono. Che analogie son mai queste? Esci fuori tema, il contesto qui è diverso: parliamo di uno spostato, sedicente fascista, in un’Italia democratica, invasa da stranieri. Certo, il contesto è sempre diverso, quando i paragoni mettono in crisi. Insisto: in tutte le epoche scatta la stessa l’operazione, che dà lo stesso prodotto: a) situazione sociale/economica esplosiva + b) ideologia violenta, fondata sull’odio = c) azione eversivo-criminale. Chi ragiona come Salvini, salta a piè pari un anello della catena: l’ideologia.

L’assoluzione per i crimini di matrice politica è efficace a una condizione: quella di cancellare ogni traccia delle alternative concrete, reali. A quel punto ciò che di malvagio avviene è il risultato di una scelta “obbligata”: siamo schiavi della necessità storica. Grandissima menzogna: la storia è fatta dagli uomini, e quindi può sempre prendere un altro corso. Un solo esempio: immersi nella stessa, identica realtà sociale, posti di fronte agli stessi, identici dilemmi, i menscevichi scelsero un socialismo democratico e dal volto umano – furono spazzati via coscientemente dai bolscevichi, che preferirono una feroce dittatura. Da Freud in poi abbiamo una scusante in più: la follia o le pulsioni inconsce. Un grande filosofo, Ricoeur, ci ha insegnato che il paradigma della nostra epoca è la medicalizzazione della condizione umana. Il che conduce, prima o poi, alla deresponsabilizzazione. Hitler, Goebbels, Eichmann sterminavano ebrei, d’accordo, Ma erano psicopatici. E le altre decine di migliaia di altri nazisti, cos’erano, individui ipnotizzati dai pazzi? Hannah Arendt, in quel capolavoro che è La banalità del male, ci ha insegnato una amara verità: i grandi e i piccoli criminali politici sono fatti della stessa pasta morale. Gli uni hanno bisogno degli altri affinché una follia collettiva – il genocidio, la rivoluzione purificatrice – possa aver luogo. Ogni singolo uomo, nella catena, dà il suo contributo alla macchina della distruzione, la quale non si muoverebbe senza la concatenazione di tante scelte individuali.

Ai cultori delle radici cristiane d’Europa – pullulano, a destra – consiglio di ripassarsi Dante. L’uomo è tale perché è dotato di una facoltà tutta umana che si chiama libero arbitrio. La quale significa capacità congenita di discernere fra il bene e il male. E tutta qui la fonte della moralità. Toglieteci questa libertà ed avrete automi, vittime delle circostanze, irresponsabili non perseguibili. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e la Chiesa cattolica ha dovuto fare i conti con la psicanalisi e il marxismo. E così Giovanni Paolo II ha introdotto il concetto di “strutture del peccato”: realtà sociali che inducono al male. Ma ciò non può in alcun modo scalfire la più grande verità che ci ha trasmesso il cristianesimo. Per quanto costretto ed oppresso, l’uomo – creato a immagine e somiglianza di Dio – rimane, essenzialmente, un essere morale, responsabile sia delle sue azioni sia delle sue idee manifestate in pubblico.

Per capire quanto il modo di pensare deterministico sia aberrante, basta un piccolo sforzo: immaginate un kamikaze pronto a farsi esplodere fra civili innocenti; un bolscevico che punta il fucile contro un borghese russo; un nazista che fa altrettanto con un ebreo, uno zingaro, un oppositore politico; un brigatista rosso che spara alle spalle al sindacalista Guido Rossa. Ecco, proviamo, in tutti questi casi, a personificare il contesto quale mandante morale dell’omicidio che sta per compiersi: l’occupazione straniera; la miseria nelle campagne; il revanscismo antigermanico; lo sfruttamento capitalistico. Possiamo spremerci le meningi all’infinito: non c’è alcun collegamento fra una di queste situazioni in cui l’uomo armato si trova e la decisione di premere il grilletto. Se fosse la situazione sociale a spingere, per automatismo, alla violenza politica, non potremmo spiegarci un Gandhi: pur umiliato dai colonialisti britannici, scelse la via maestra della non violenza quale forma di lotta. Solo le idee, quelle tossiche, hanno la capacità di indurci all’omicidio politico. E le idee malefiche non sorgono per abiogenesi: qualcuno le concepisce, le esalta, le propaga, iniettando un veleno nel corpo sociale. E qualcun altro – un essere umano “troppo umano” – sceglie di farsi incantare da queste idee piuttosto che da altre. E, naturalmente, quando viene chiamato a rispondere dei suoi atti malvagi, si giustifica come può: sono state le condizioni sociali, economiche, politiche a indurmi alla disperazione! Oppure si appiglia a una scusante psicologica: è stato un colpo di testa, magari frutto di un contagio collettivo. No, non regge: il pazzo spara a caso: il nazista sapeva ben distinguere fra “ariani” ed ebrei; il terrorista, rosso o nero, li sceglie bene i suoi obiettivi. E le attenuanti, che vengono riconosciute in ogni processo? Quelle riguardano il delitto comune. Il crimine politico, più di ogni altro, è frutto di una libera scelta. Nel caso di Macerata, dunque c’è l’aggravante: la motivazione razzistica. Piantiamocelo in testa: la responsabilità morale fa capo sempre a un individuo senziente, che decide in piena libertà.

Sgombriamo il campo da un abbaglio. Premesso che togliere la vita a un essere umano è il crimine più orribile, c’è una differenza sostanziale fra Jack lo Squartatore e Adolf Eichmann: il primo era pazzo, e non faceva proselitismo; il secondo era normalissimo, e reclutava assassini nel nome di una ideologia razzista. I giornalisti sanno distinguere fra cronaca nera e criminalità politica. Ma molti confondono l’una con l’altra. E infatti su facebook c’è chi giustifica o “spiega” la sparatoria a Macerata come una sorta di “vendetta indiretta”, motivata dall’uccisione di Pamela Mastropietro, una povera ragazza il cui corpo fatto a pezzi è stato rinvenuto nei pressi di Macerata – il sospettato numero uno è un nigeriano, che è in stato di fermo. Non ci siamo proprio. A parte il fatto che, in uno Stato civile, nessuno può farsi giustizia da solo, è evidente l’assurdità del collegamento fra i due fatti: l’omicidio di Pamela – se tale è: gli investigatori stanno indagando – è opera di un folle o di una persona in preda a droghe, la tentata strage è un’azione politica, avente scopo intimidatorio. Il neofascista intendeva uccidere immigrati qualsiasi, colpevoli perché la loro pelle ha lo stesso colore di quella del presunto omicida. Nessun mistero sul movente. Appena arrestato, ha dichiarato: “volevo vendicare Pamela e fare qualcosa contro l’immigrazione perché il fenomeno dell’immigrazione clandestina va stroncato.” Come volevasi dimostrare: costui è moralmente responsabile avendo aderito in scienza e coscienza al nazifascismo. Chiamiamo le cose con il loro nome. Qui il disagio sociale, la psiche disturbata, e quant’altro, non sono attenuanti. E la corresponsabilità morale della tentata strage ricade su tutti i politici che soffiano sul fuoco dell’odio, dell’intolleranza, della xenofobia, per lucrare qualche voto in più.

Edoardo Crisafulli

 

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Commenti all'articolo
  1. In questo suo articolo Edoardo ci consegna una densa pluralità di concetti, in mezzo ai quali non è facile districarsi, ma vale comunque la pena di provarvi trattandosi di categorie di pensiero affatto secondarie, sul piano storico e politico, e mi riferisco in particolare alle tipologie delle responsabilità, viste anche in riferimento alla libera manifestazione del proprio pensiero.

    Allorché ciascuno di noi – specie se è persona “in vista” e che fa opinione – espone le propria idee su argomenti cosiddetti “divisivi”, e le esprime in maniera “ardita”, nel senso che prende posizioni nette e decise, può succedere che qualcuno, o più d’uno, ne rimanga influenzato e “affascinato”, semmai fraintendendone anche il significato, al punto da orientarvi i propri comportamenti.

    Col tempo sapremo se tale “suggestione” ha indotto condotte buone, o meno buone, ma a dircelo sarà solo il senno del poi, perché se qualcuno giudica inopportune le nostre parole al momento in cui le pronunciamo, potrebbe poi ricredersi se vedesse a posteriori che hanno invece avuto un benefico effetto su chi ci ascoltava o, più ampiamente, sul vivere di una collettività.

    Del resto, è capitato più di una volta, ad esempio in campo scientifico, che le intuizioni o anticipazioni di qualcuno siano state fortemente osteggiate, per non dire di più, in quanto diverse dalle tesi convenzionali, salvo poi scoprire che egli aveva ragione e aveva reso un grande servizio al proprio Paese, o al mondo intero, così da meritare molti plausi, e pure le scuse per il torto subito.

    In ogni caso, il “predicar male”, se tali si rivelassero le nostre esternazioni, implica a mio avviso una “responsabilità” di sola natura morale, mentre c’è qualcuno che vorrebbe trasformarne il volto, così da “trascinarla in giudizio”, e lo stesso principio lo farei valere per la responsabilità politica, e non a caso anche Edoardo scrive ad un certo punto che “a volte si sovrappongono”.

    Ci andrei poi prudente anche con le “corresponsabilità” perché si corre il rischio di estenderle a dismisura e, tornando alla politica, mi viene da pensare a chi ricopre posizioni apicali, anche di alto livello, vedi chi regge le sorti di una Nazione, e che deve prendere decisioni complesse e difficili, delle quali potrà essere chiamato in futuro a dover rispondere.

    A quest’ultimo riguardo, io penso che si dovrebbe risponderne solo sul piano politico, ma c’è una linea di pensiero che vorrebbe invece una responsabilizzazione più ampia, che preveda per l’appunto anche la via giudiziaria, e lo menziono per arrivare a dire che in materia di responsabilità esistono visioni piuttosto diverse e tra loro difficilmente conciliabili.

    Guardando indietro nel tempo, capita abbastanza spesso di fare l’elenco dei “cattivi maestri”, cui all’epoca non mancarono tuttavia gli estimatori, talvolta anche in buon numero, e che ora definiamo tali per gli avvenimenti che li accompagnarono, o li seguirono, e dunque per le conseguenze che ne scaturirono, viste e valutate successivamente, cioè negli anni a seguire.

    Oggi possiamo essere tentati di “tacitare” chi vediamo come una loro riproposizione, ma le democrazie devono seguire altre strade, vuoi perché mi sembra sbagliato il voler restringere o interdire le idee – anche perché lo si potrebbe fare in maniera strumentale e ideologica – vuoi anche perché ciò che si vuol reprimere può assumere un andamento “carsico” per poi riaffiorare nelle stesse o altre forme (io credo che debba essere la società a darsi modelli ed anticorpi per riconoscere e isolare le suggestioni ingannevoli e non appropriate, e non restarne vittima).

    Paolo B. 07.02.2018

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