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Opinioni e commenti
 

Elezioni. La politica è di chi sta in “lista”
Pubblicato il 02-02-2018


Non si placano le polemiche sui candidati alle politiche del 4 marzo prossimo. Investono tutti i partiti e rilevano una sola cosa: l’onnipotenza dei segretari.

salvini di maio renziSono stati loro a farla da padroni: a decidere la vita o la morte di questo o quell’aspirante, a stabilire chi entrerà nel prossimo Parlamento e chi no.
Matteo Renzi ha potuto così mettere in lista il suo storico portavoce, Filippo Sensi, insieme a una nutrita pattuglia di fedelissimi. Naturalmente ha fatto fuori gli avversari interni penalizzando perfino il leader della minoranza Pd, Andrea Orlando, ministro della Giustizia, escluso dalle liste della sua Liguria e catapultato (senza alcuna consultazione) in un collegio emiliano. La stessa sorte ha subito il potente ministro dell’Interno calabrese Marco Minniti. Lo scontento non sarebbe tanto per la sua candidatura nel collegio uninominale Pesaro-Urbino della Camera ma per il depennamento dalle liste elettorali di Nicola Latorre, Enzo Amendola e Andrea Manciulli, esponenti del Pd a lui vicini.

L’ineffabile Luigi di Maio, con buona pace della “democrazia diretta” e della scelta dei candidati M5S “affidata” online agli iscritti, ha fatto sparire dalle liste Mario Corfiati, secondo candidato più votato dalla base torinese. I si dice sono tanti. Il problema è che il vertice pentastellato non ha fornito alcuna spiegazione.

Per non parlare dell’uninominale, la lista dei “supercompetenti” compilata da Di Maio in persona e dal medesimo strombazzata in tanti talk televisivi. Qui sono apparsi perfino un ex renziano doc come il toscano Cecchi, lo stesso che fino a poco tempo fa (in occasione del referendum costituzionale) sbeffeggiava Di Maio e il suo partito. E che cosa dire dell’ammiraglio Veri presentato con grandi squilli di tromba e subito costretto a ritirarsi perché era (forse a sua insaputa) consigliere comunale a Ortona, eletto con i voti del Pd?

Ed eccoci al centrodestra. Perfettamente a proprio agio nel ruolo di padre padrone, Silvio Berlusconi ha fatto quello che ha voluto. Con il solito elenco di fedelissimi, indagati, figli, mogli e parenti di notabili vari. Da Cesaro jr (figlio del patriarca Luigi) a Sandra Lonardo (moglie di Clemente Mastella) a Flora Beneduce, moglie dell’ex assessore regionale campano Armando De Rosa.

Le trattative tumultuose e faticose sulle candidature hanno pesato sulla stessa tenuta fisica di Berlusconi. Il presidente di Forza Italia ha accusato un affaticamento e non è andato né a In mezz’ora né a Porta a Porta, i seguitissimi programmi Rai di Lucia Annunziata e di Bruno Vespa.

Le polemiche sulle liste stanno lì a confermare che il Rosatellum è una brutta legge elettorale che ratifica l’onnipotenza dei segretari. Un marchingegno da cui verrà fuori un Parlamento dove i votati (deputati e senatori) conteranno più dei votanti. Dove la coalizione con i maggiori consensi anche se tra Camera e Senato riuscisse a conquistare il 40 per cento dei seggi non avrebbe i numeri sufficienti per governare. Dove il partito più votato se corre da solo (vedi M5S) rischia di non avere il maggior numero di parlamentari. Mentre quello che arriva secondo per numero di voti (in questo caso il Pd) potrebbe mettere assieme il primo gruppo parlamentare perché le preferenze delle liste collegate che non superano la soglia del tre per cento vanno al maggior partito della coalizione.

Conclusione. Nella Prima Repubblica c’erano le preferenze. Si prestavano, è vero, al voto di scambio, infatti ne derivarono parecchi scandali. Però si trattava di un sistema in cui gli elettori avevano almeno la possibilità di scegliersi il candidato da mandare in Parlamento. Nella Seconda Repubblica c’era il Mattarellum, un maggioritario con correzione proporzionale che dava agli elettori ancora qualche margine di scelta. Poi è arrivata la “legge porcata”, ossia il Porcellum e adesso, nella Terza Repubblica, stiamo per sperimentare il Rosatellum. Un mostro che prevede solo liste bloccate. Il risultato sarà un Parlamento di nominati che non dovranno rispondere a nessun elettore.

Felice Saulino
SfogliaRoma

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Commenti all'articolo
  1. Avverto anch’io l’eco di queste polemiche – che possono peraltro aiutarci a comprendere meglio taluni aspetti della legge elettorale in atto – ma se sono imperniate sulla “onnipotenza dei segretari” mi sembrerebbero destinate a “fare poca strada”, e a non avere molto seguito, perché il leaderismo ha ormai preso piede, anche sotto forma di “un uomo solo al comando”, come si usa dire, e anche in casa di chi lo aveva aspramente criticato (quando erano gli altri a praticarlo).

    Nel commentare un Fondo del Direttore, di fine gennaio, c’è chi ha scritto, sempre su queste pagine, che “forse sarebbe stato meglio non votare questa legge elettorale”, e più in generale mi par di capire che non manchino ripensamenti, se non retromarce, circa le preferenze – da applicarsi ovviamente ad un sistema proporzionale – nelle fila di chi si era apertamente schierato per il meccanismo maggioritario, e in particolare per il collegio uninominale.

    Tuttavia, se si tornasse al proporzionale con preferenze, andrebbe verosimilmente introdotto un “correttivo” o “integrativo”, in nome della governabilità, cui la pubblica opinione pare essere sempre più attenta ed interessata, e il momento per farlo poteva essere la Riforma costituzionale andata a Referendum il 4 dicembre 2016, e se tra quanti oggi si dispiacciono per la vigente legge elettorale vi fosse anche qualcuno che allora non si pose il problema, qualcun altro potrebbe ora pensare che si tratti di “lacrime di coccodrillo”.

    Paolo B. 05.02.2018

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