domenica, 15 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

“Un atomo di verità”. Aldo Cazzullo, Marco Damilano e il Caso Moro
Pubblicato il 26-03-2018


aldo moro

Sul «Corriere della Sera» del 22 marzo è uscito un articolo di Aldo Cazzullo sul libro Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia (Feltrinelli, Milano 2018) di Marco Damilano, L’articolo, intitolato «Com’era fragile l’Italia di Moro», si propone di presentare «l’analisi» che l’autore compie sulla vicenda politica e umana dello statista democristiano. Dalla sua lettura emerge che l’articolista non abbia letto che poche pagine del libro, presentandolo in maniera semplicistica e superficiale.

Eppure il volume si sviluppa per 272 pagine e tocca molteplici argomenti, per la maggior parte ignorati dal giornalista piemontese, il cui scopo è quello di segnalare il libro, quasi per compiere un dovere d’ufficio che per informare il lettore. L’aspetto singolare è che Cazzullo concentri il suo articolo solo sul discorso che Aldo Moro pronuncia il 28 febbraio 1978 alla riunione dei gruppi parlamentari, sedici giorni prima di essere rapito e settantuno prima di essere ucciso. Un aspetto che diventa strano per la lunga citazione di tre brani tratti proprio da quel discorso, che sono tagliuzzati, storpiati e quasi violentati nella sua essenza politica.

Così il brano più significativo viene riportato in questo modo: “quel 28 febbraio Moro invita gli uomini del suo partito a guardare fuori dal Palazzo, a rendersi conto dell’«emergenza reale che è nella nostra società. Io credo all’emergenza, io temo l’emergenza. La temo perché so che c’è sul terreno economico e sociale. Credo che tutti dovremmo essere preoccupati di certe possibili forme di impazienza e di rabbia, che potrebbero scatenarsi nel contesto sociale».” Eppure il brano si ritrova in molteplici siti Internet, ed è così pronunciato da Moro: «Intesa quindi sul programma, che risponda alla emergenza reale che è nella nostra società; e questo, mi consentirete, pur nella sua sincera problematicità di dirlo, io credo alla emergenza, io temo l’emergenza. La temo perché so che c’è sul terreno economico sociale. Noi possiamo anche dire che qualche altro ha interpretato troppo rapidamente una radunata di metalmeccanici, ma credo che tutti dovremmo essere preoccupati di certe possibili forme di impazienza e di rabbia che potrebbero scatenarsi nel contesto sociale di fronte ad una situazione che ha bisogno di essere corretta, ha bisogno di un tempo di correzione per ridiventare costruttiva» (cfr. A. Moro, Garanzia e limiti di una politica, in Id., Scritti e discorsi, Vol. VI: 1974-1978, a cura di Giuseppe Rossini, Edizioni Cinque Lune, Roma 1990, p. 3794).

La parte più significativa soppressa riguarda il riferimento all’«adunata dei metalmeccanici», che si tiene a Roma il 2 dicembre 1977 con la partecipazione di 200 mila persone. Moro aveva una idiosincrasia per la Piazza, che nei suoi discorsi contrappone al Palazzo, per cui sembra difficile attribuirgli quell’invito rivolto ai suoi amici di partito. Persino nel discorso sullo scandalo Lockheed, pronunciato il 9 marzo 1977, Moro invocò la collaborazione democratica, deplorando quanti vogliano «fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze» (cfr. A. Moro, A proposito dell’affare Lockheed, op. cit., p. 3632). Nel prosieguo del suo articolo Cazzullo riprende una definizione (ricordata da Damilano alla pagina 24) che Moro dà dell’Italia, definito un «Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili», ma l’aggettivo «intensa» non si ritrova nel testo dello statista democristiano: nel discorso del 28 febbraio 1978 Moro parla di «passionalità continua» (cit., p. 3794). La parte in cui egli parla di «autorità, vincoli, solidarietà» rimane incomprensibile, se non viene citata per intero la frase che recita: «io – afferma Moro – temo il dato serpeggiante dell’autorità, rifiuto del vincolo, questa deformazione della libertà che non fa più accettare né vincoli né solidarietà. Questo io temo e penso che un po’ di aiuto di altri ci possa giovare nel cercare di riparare questa crisi della nostra società» (p. 3794). Il brano successivo, riportato con alcuni puntini finali, risulta altrettanto incomprensibile in quanto Moro pone un solenne punto interrogativo al termine del suo brano che dice: «Immaginate voi, cari amici, che cosa accadrebbe in Italia, in questo momento, in questo momento storico, se fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità continua e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo? » (p. 3794).

Accanto a queste lunghe citazioni, fatte più per riempire l’articolo che per esporre il contenuto del libro, Cazzullo si sofferma su elementi insignificanti come l’archivio formidabile di Filippo Ceccarelli, capovolgendo le notizie dell’Autore con opinioni incongrue. Nella pagina 22 del libro, Damilano non fa alcun accenno all’archivio di Ceccarelli, non parla di un «Moro rassegnato», ma di un politico con un «sorriso rassegnato», che si rivolge al giovane cronista in forma distaccata, non confacente a «quelle movenze languide e un po’ levantine» attribuitegli da Cazzullo. Egli sottolinea anche aspetti scarsamente probatori come la presenza dell’attore Francesco Pannofino, a cui attribuisce la patente di «testimone del massacro della scorta di Moro» secondo la versione di Damilano. Degno di nota sembra essere l’incipit dell’articolo, là dove Cazzullo afferma che Andreotti «si è offerto di cedere (a Moro) il posto di presidente del Consiglio, ma lui ha valutato che il suo progetto di inclusione del Pci nella maggioranza avrebbe avuto maggiori possibilità di successo se a Palazzo Chigi fosse rimasto un uomo della destra cattolica, scettica verso il compromesso storico e quindi bisognosa di essere tranquillizzata». Dalla lettura dei diari di Andreotti risulta invece che, essendo la Dc inidonea di sostenere un governo, bisognava una «massima concentrazione di energie» per la lungaggine della crisi governativa e la necessità di spiegare alla pubblica opinione «questo singolare passaggio nella storia italiana» (cfr. G. Andreotti, Diari 1976-1979. Gli anni della solidarietà, Rizzoli, Milano 1981, p. 186).

Al di là della considerazione personale del rapporto tra Andreotti e Moro, compiuta da Cazzullo, nulla di significativo è presentato ai lettori del contenuto del libro di Damilano sulla vicenda umana e politica di Aldo Moro, come pure sul ruolo criminale dei brigatisti e sull’alone di mistero che ancora oggi avvolge il sequestro e l’uccisione dello statista pugliese. Bastava sfogliare il volume per recepire la notizia dell’uccisione dei cinque agenti (pp. 15, 17, 20), dell’auto utilizzata dai brigatisti (p. 40), della «rivelazione misteriosa» fatta il 16 marzo 1978 da «la Repubblica» su Moro identificato come «Antelope Cobbler» (pp. 36, 212), dei «Misteri» ancora presenti nel Caso Moro (pp. 47-53), delle origini familiari (pp. 65-74), delle considerazioni di Leonardo Sciascia e di Pier Paolo Pasolini (pp. 74-93), delle connessioni tra le Br e la P2 (pp. 176-182) e, più avanti, delle interessanti pagine dedicate a Bettino Craxi (218-242) e al suo «tentativo di aprire un canale di trattativa per liberare Moro» (p. 231).

Nulla è detto sul ruolo di Steve Pieczenick, sebbene sul «Corriere della Sera» del 16 marzo scorso, Cazzullo richiami il nome dello psichiatra come esperto dell’antiterrorismo e docente di «storia dei conflitti». In realtà Pieczenick intrattiene continui rapporti con Cossiga durante il sequestro e l’omicidio di Moro. La presenza del funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento americano fu sollecitata dallo stesso Cossiga, che come ministro dell’Interno, lo chiamò a collaborare con le autorità italiane nella gestione del caso Moro. La vicenda, ormai nota agli studiosi del caso Moro, merita di essere meglio precisata da come risulta negli articoli dedicati al rapimento del presidente della Democrazia cristiana. Sulla base delle direttive di Pieczenick il governo avrebbe dovuto esercitare un controllo della stampa «con il preciso intento di diminuire l’intensità del caso Moro» e scegliere un intermediario che avesse la fiducia delle Brigate rosse per avviare una trattativa riservata. Il suo fallimento, oggetto peraltro di varie ipotesi, investe la questione relativa all’applicazione delle direttive di Pieczenick, che furono applicate in modo pedestre tanto da convincerlo ad abbandonare l’Italia. Dallo scritto di Cazzullo emerge, sulla scia di alcune frasi di Cossiga, la responsabilità dei comunisti nella morte di Moro, mentre da un’intervista rilasciata nel 2001 da Pieczenick al quotidiano in lingua inglese, «Italy Daily» risulta che il suo scopo non era quello di salvare lo statista italiano, ma quello di «stabilizzare l’Italia, evitare il collasso della Democrazia cristiana e assicurarsi che il sequestro non portasse i comunisti a prendere il controllo del governo». Un personaggio, questo funzionario del Dipartimento di Stato Usa, che merita un’attenzione più accurata di quanto sia emerso fino ad oggi nei libri e nelle pagine della Commissione parlamentare sul Caso Moro.

Nunzio Dell’Erba

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