sabato, 15 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Moro. Un libro e un archivio ne ricordano la memoria
Pubblicato il 14-03-2018


aldo-moroIl 16 marzo del 1978 Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, veniva sequestrato durante il percorso che l’auto della scorta lo conduceva dall’abitazione alla Camera dei deputati. Quel giorno verso le 9 essa veniva bloccata da un commando armato che uccideva gli uomini di scorta Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Giulio Rivera e feriva mortalmente Francesco Zizzi e Domenico Ricci, morti nel Politecnico Gemelli di Roma. Encomiabile è l’iniziativa di dedicare il 16 marzo ai cinque agenti (tre poliziotti e due carabinieri) un monumento nel luogo della strage.
Com’è ormai noto il sequestro fu rivendicato dalle Brigate Rosse e compiuto proprio quel giorno in cui doveva essere votata la fiducia al governo Andreotti con l’appoggio del Partito comunista italiano alla sua maggioranza. La cronaca del sequestro, che si svolse lungo cinquantacinque giorni, inasprì i rapporti tra i partiti e suscitò grande indignazione nel Paese, tramutando i due mesi fra il 16 marzo e il 9 maggio 1978 in un luogo della memoria denso di significato politico-simbolico.
Nel quadro di queste vicende si colloca il libro Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica (Feltrinelli, Milano 2018) di Marco Damilano, che ricostruisce quasi in forma romanzata la vicenda politica del leader democristiano con lettere e carte inedite tratte dall’archivio conservato nel Centro di documentazione di Oriolo Romano (Viterbo). Come l’autore ha preannunciato in un articolo apparso su “L’Espresso” dell’11 marzo scorso, l’Archivio raccoglie quindicimila immagini: “diapositive, fotogrammi e gli scatti ufficiali in bianco e nero degli anni Cinquanta e le polaroid a colori sbiaditi degli anni Sessanta, le foto comparse sulla stampa italiana e internazionale del Presidente, ritagliate, incollate e conservate”.
L’imponente documentazione, che conserva carte provenienti dall’archivio personale della famiglia di Aldo Moro è suddivisa in cinque sezioni: la prima sulla “Politica” (1940-1978) conserva in 159 buste carteggi istituzionali e privati, relativi al ruolo assunto da Aldo Moro dall’Assemblea costituente fino agli incarichi governativi come ministro degli Affari Esteri e Presidente del Consiglio; la seconda sulle “Fotografie”, circa 13.000 unità, riguardano la vita familiare e politica dello statista; la terza sulla “Rassegna stampa”, contenuta in 100 buste, raccoglie articoli relativi alla sua attività politica di Presidente del Consiglio, ministro e membro della Democrazia cristiana dal 1959 al 1978; la quarta “Carteggio di solidarietà” comprende lettere e telegrammi ricevuti dai familiari durante i giorni del rapimento e dopo la morte di Aldo Moro; la quinta “Materiali audiovisivi (anni 1940-1978) ammonta a 100 unità, di cui alcune in fase di restauro.
L’archivio porta il nome di Sergio Flamigni, senatore comunista e membro della Commissione Moro. Autore di numerosi libri sullo statista pugliese, egli esordì con quello intitolato La tela del ragno (1988), pubblicando anche i suoi scritti durante la prigionia (1993) ed i testi (memoriale, lettere, testamenti) dei cinquantacinque giorni di reclusione nel carcere delle Brigate rosse. Nei suoi libri sul caso Moro, Flamigni colloca la vicenda in un unico disegno, manovrato da elementi esterni alle Br, che sono individuati nell’istituto parigino di lingue Hyperion, centrale di una complessa struttura del terrore. Dall’ampia trattazione di Flamigni, Damilano trae molti spunti e intreccia ricordi personali con notizie tratte dai giornali dell’epoca: pone così l’accento sull’ultimo discorso pronunciato il 28 febbraio 1978 da Moro, laddove questi invita i suoi amici di partito a guardare fuori dal Palazzo per affrontare la “reale emergenza” della società italiana. Un’emergenza che sembra affiorare nel quarantesimo anniversario della sua morte e nei recenti risultati elettorali in un periodo di crisi istituzionale, di esercizio cieco del potere e di una visione politica labile.
Sulla base di queste considerazioni, Damilano considera attuale la lettura che Leonardo Sciascia dà del messaggio politico di Moro, utile per ritrovare la strada più idonea alla difesa delle istituzioni democratiche. In una delle sue ultime lettere disperate, scritte nel covo delle Brigate rosse e indirizzate a Riccardo Misasi, Moro scrisse: “Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra un atomo di verità, ed io sarò comunque perdente”. La frase offre lo spunto al titolo del libro che inquadra un personaggio complesso, raffigurato in tutta la sua umanità ed eticità, come emerge dal suo ritratto degli ultimi giorni con un foglio di carta a quadretti in mano e una penna come unica arma per farsi sentire, rendere palese la voce della coscienza e proporre una visione della politica proiettata non nell’accumulo dei voti ma nella ricerca del bene comune.

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