martedì, 17 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Bonino, attacco all’acqua e la fame di Moloch
Pubblicato il 02-03-2018


Esiste un ormai consolidato complesso d’inferiorità socialista verso i radicali.
I radicali sono spesso vissuti come dei…socialisti compiuti…affrancati dal totem della giustizia sociale e dal tabù sul libero mercato (quello vero, the jungle). Privati dunque dei feticci storici e ideologici che (Proudhon o non Proudhon) ci incatenerebbero ancora a un massimalismo totalitario, per quanto temperato o solo dissimulato dal riformismo. All’interno di quest’ottica i radicali ci appaiono come dei Supersocialisti al di là del Sociale e del Liberale. Ovviamente è un’assurdità. Un equivoco.
A mio parere, più in generale, la radice di questo complesso sta tutta nel trauma di essere sopravvissuti al Diluvio, di essere una civiltà atlantidea sommersa, sopravvissuta in ridotte roccaforti azteche alla periferia del mondo.
Mondo, quello secondorepubblicano, in cui i radicali, checché ne dicano, sguazzano (fin troppo) bene, lodati dalle (decadenti) élite giornalistiche e industriali, sofferti dai nostri (intimiditi) assassini e vituperati dai nostri nemici della (cosiddetta e residuata) Reazione. Li guardiamo e sogniamo di essere accettati e temuti come loro.
È un fenomeno parallelo, e complementare, a ‘sta storia ormai ridicola del socialismo europeo, mera espressione geografica che fa da lavanderia per diessini e da foglia di fico per i nostri complessi.
La Crisi dei ceti medi, dei quali estensione e forza furon frutto del lavoro di Nenni e di Craxi, ha scompaginato tutto, non basta più l’appello “Laicità über alles” ed è proprio perché c’è stata la Crisi che molti giovani socialisti hanno abbandonato l’innamoramento rosapugnista. “Ah, de’ verd’anni miei sogni e bugiarde larve, se troppo vi credei l’incanto ora disparve.”
Era avvenuta un torsione del socialismo italiano, i punti di Fiuggi dell’anno Uno avanti Crisi son divenuti, nell’insieme, pericolosi. Servirà una revisione, e i radicali potranno essere ancora compagni di viaggio quando smetteremo di caricarli dei nostri complessi.
La lista Insieme, o almeno il PSI, deve allora riuscire a farsi credibile opportunità culturale per la restaurazione della sinistra, non solo nell’opposizione ai “barbari”, ma anche in alternativa agli equivoci interni della coalizione.

+Europa non rappresenta i radicali. Non metterò bocca sulle guerre stellari della Galassia Radicale né voglio (in questo articolo) far troppe digressioni sulle torsioni boniniste del pannellanesimo; vorrei però iniziare un ragionamento da un vecchio comizio di Pannella (lo trovate su radioradicale.it).
In quel comizio, partendo sì dalle baby pensioni ma arrivando (già nell’87) ai settantenni, Pannella urlò alla folla “la pensione che era una battaglia di liberazione, sessant’anni fa, oggi rischia di essere una condanna alla morte civile di donne e uomini che hanno il diritto e la fierezza e la capacità di lavorare”. Non mi fa venire i brividi. Perché nella sua oratoria…evangelico-leninista(?), Pannella non compiva così una resa all’evidenza di una realtà antiumana, né all’esigenza di disumanizzazione del lavoro; era un appello, per quanto paradossale e discutibile, proprio a una nuova dimensione di responsabilità, all’interno di un pensiero molto maturo, che sfidava gli elettori puntando sulle intelligenze, provando a convincerli, convincerli a convertirsi a quella nuova e matura dimensione. Bonino (specularmente a Grillo) intima invece una resa all’evidenza e all’esigenza: arrendetevi, siete circondati. Circondati dal debito pubblico, dallo spread, dalla disoccupazione, dalle potenze emergenti, dagli immigrati e via cantando.
Bisogna arrendersi al blocco della spesa pubblica (gli stati son come famiglie, e allora di metafora in metafora perché non aziende, trop berlusconesque? Tristi tropi), arrendersi alle speculazioni finanziarie (that’s the freedom, baby!), arrendersi alla concorrenza sleale degli emergenti (al limite, se l’incanalamento capitalista s’inceppa nel cammino civilizzatore, ci sono le rivoluzioni colorate)…sei intelligente se ti arrendi, se cerchi altre soluzioni sei stupido e resistance is futile, come dicono i Borg, alieni cibernetici di Star Trek. Non è questa una sfida alle intelligenze, è cinismo e bullismo.
Cinismo, ma anche fiera delle banalità (come notava giustamente il compagno Pierini). A cominciare dal discorso boniniano sulla scuola, l’ennesimo consiglio ai giovani a dedicarsi a studi funzionali, l’ennesima triviale messa in contrapposizione fra ingegneria e latino, l’ennesimo consiglio ad arrendersi agli automatismi, altra declinazione della resa all’evidenza e all’esigenza. Sei intelligente, nel senso di accorto, se studi, anzi ti formi, per lavorare; se studi per vagheggiamenti fuori mercato e non brevettabili allora sei uno stupido, nel senso di illuso.
Addentrandoci nei cardini della proposta +europea, la questione fiscale. Una dichiarazione di guerra ai soliti ceti medi e ai proverbiali sconfitti dalla globalizzazione.
Riduzione IRPEF e IRES, la cui copertura è trovata in buona parte nella soppressione dell’aliquota IVA al 10% per portare al 22%, oltre alcune riqualificazioni edilizie e molti servizi di hotel, ristoranti, eccetera, anche merci vitali per consumi interni e aziende italiane, quali carni, pesce, uova, miele, conserve di frutta, il luppolo per fare la birra, le barbabietole da zucchero, certe tipologie di latte e derivati, buona parte dell’industria del legno, tabacchi greggi o non lavorati, l’uva da vino e persino l’ACQUA, che verrebbe equiparata alle minerali.
Insomma, abbassare le imposte dirette, proporzionate all’imponibile, per liberare i redditi, e alzare quelle indirette, uguali per tutti, sui consumi. Roba intollerabile. Meno ardita della flat tax ma appartenente alla stessa mentalità.
Questa immensa razzia comunque non basterebbe a coprire la manovra, e il bollino blu della ragioneria di stato, ovvero l’Ottimo sulla pagella in matematica, è fondamentale per far passare il messaggio “siamo gli unici seri”. E allora via quindici miliardi di sussidi alle imprese e aumenti sui combustibili fossili (tra l’altro il combustibile per uso agricolo è pure tra i prodotti portati all’aliquota IVA 22%…).
Insomma una manovra evidentemente recessiva e ingiusta. Allora tanto vale fare come dicono i qualunquisti, affidiamo tutto a un ragioniere col computer…a cosa serve allora la politica?
C’è poi un dato di poco conto nei conti, ma che manifesta l’adesione culturale al grande revival in corso di attacco al patrimonio: reintroduzione dell’IMU sulla prima casa. Lasciando stare i dettagli tecnici (ovvero di quanto sia già tartassata questa prima casa, anche senza IMU), questa proposta è figlia del mantra “libera il reddito e attacca il patrimonio”.
Detto così, un uomo di sinistra potrebbe anche dire “il proletario non ha patrimonio ma solo il suo salario, quindi ben venga!” ma è una sciocchezza.
La casa, e altre componenti patrimoniali come i titoli di stato al 10% targati CAF, non si chiamano beni rifugio senza motivo. L’aver portato oltre l’80% delle famiglie italiane a possedere la propria abitazione è stato uno dei più sottovalutati e contemporaneamente più avanzati successi socialdemocratici, una vera conquista socialista liberale. Lo Stato deve considerare il valore economico della prima casa come qualcosa di estraneo, dirò di più: la collettività non deve pensare neanche un momento che le abitazioni dei singoli possano servire a far cassa. Il piccolo borghese che si compra la propria casuccia si è comprato una finestra sul futuro con vista sulla Sociocrazia.
Chiaramente ciò è impensabile per chi aspira al modello gotico delle società nordeuropee: affitti bassissimi in distretti-dormitori proprietà di compagnie assicurative arredati con mobili Ikea perché tanto i figli si emanciperanno ed estranieranno così velocemente e così radicalmente che l’appartamento e la cassapanca di nonna non potranno essergli che d’intralcio. Circondarsi dunque di roba che durerà meno della propria vita, altro che quelle cose che durano più vite, che fanno tradizione e cultura, che fanno valore. Mi si conceda il conradiano “the horror! The horror!”
Mattone? Risparmio? Tutta roba che si sedimenta, che si stratifica, che non è liquida, che non asseconda la Mano Invisibile. Bisogna dare un tot di soldi all’anno a un padrone di casa o allo Stato, bisogna rifare i mobili ogni cinque anni, bisogna nutrire Moloch.
Pensare poi di risolvere il dramma degli schiavi a partita IVA sempre e solo in senso tributario è ancor parte della stessa ideologia miope: attaccare la sicurezza (e la solidarietà) ma fornire un po’ di risorse per affrontare l’Apocalisse, da soli. Il problema principale sta nell’estensione delle tutele. Il problema del reddito lo si risolve, per loro come per gli altri, rimettendo in moto consumi, fiducia e prestazioni, e non lo si può fare agilmente se non garantendo le piccole e medie imprese, che con questo programma verrebbero masticate.
Radere al suolo ogni rifugio, eliminare ogni tutela, gettare l’uomo in mezzo al campo di battaglia, costringerlo a rischiare. Per Bonino lo Stato Italiano è come una famiglia indebitata che deve risparmiare, ma la famiglia italiana non deve avere sicurezza. Non è solo pretta ragioneria, è anche ideologia.

Il piccolo borghese che si lamenta della Crisi è da sprezzare, da biasimare e rimproverare, deve accettare l’infame realtà e arrendersi. Stesso discorso contro il piccolo borghese è latente anche nell’europeismo di questa lista.
Il mio problema con l’europeismo non è tanto l’Europa (anche se io sono sulla placca africana, comprendetemi) quanto l’ismo. Il suffisso -ismo universalizza una parola, la porta al suo pensiero limite ne fa un’ideologia e allora no. Non carico l’Unione Europea di significati salvifici.
L’Unione Europea deve essere solo un compromesso razionale per un continente che, dopo aver conquistato culturalmente il Mondo, deve sopravvivergli.
Bonino dice di volere una “federazione leggera” ma le sue proposte negano ciò. Promette centralismo fiscale (affiancato al già pericolo centralismo bancario senza eurobond), loda Juncker per il suo libro bianco della governance, si intestardisce sui parametri, avanza l’euroiva sulle importazioni extracomunitarie, lancia la nuova agenzia (o funzione) per la valutazione annuale della libertà e della democrazia negli stati membri (roba da distopia fantatotalitaria). Un superstato, un Super Leviatano famelico.
Tutto questo zelo per la costruzione del popolo europeo, questa retorica che non fa altro che ricalcare tutto il peggior repertorio patriottardo che si vorrebbe superare (eppure non un De Amicis, non un Carducci!), costruisce solo l’equivoca aspettativa di qualcosa che l’Europa (così come ogni Istituzione umana) non potrà mai dare: il senso della vita. Il suffismo -ismo vuol dire questo, trasforma l’obbiettivo Europa (mero obbiettivo pratico) in Missione Europa, ovvero Europa-Universo, Europa-Messia.
Nessuna Istituzione può risultare alla lunga credibile in questa maniera. È solo ideologia. E infatti il disprezzato popolino, che si lamenta che il Regno dei Cieli tarda a venire, viene redarguito dai chierici di questa religione: “vile profano, cosa pensi d’aver capito? Pensi che la tua infima casa, che la tua miserabile vita pagata a rate valga qualcosa rispetto al successo comunitario?”

La Reazione allora riemerge come istinto, come attaccamento alla vita. Ben venga la Reazione. Purtroppo per ora è in mano all’altro -ismo, il populismo.
Questi barbari sono usati da Bonino alla stessa maniera con cui Salvini usa i rifugiati: semina di terrore. Anche Bonino si fa forte della paura, e in più corteggia i suoi con la vanità di credersi un nucleo di risvegliati, al pari ancora dei grillini. E così via coi meme, con l’ironia dozzinale, sbertucciando gli altri e facendo concessioni al nichilismo, passando da “Nessuno tocchi Caino” a “Nessuno tocchi Soros”. È davvero la versione corazzata del montismo, questa +Europa, pura tecnocrazia, politica ridotta a ragioneria ma con la spinta ipocrita di un’ideologia equivoca.
La verità è che questi barbari non arriveranno mai, come nella poesia di Kavafis.
Si passa con +Europa dall’ossimoro socialismo liberale al paradosso ordoliberalismo statale.
Se la mia prospettiva può destare sospetti, ci sono compagni al di sopra di ogni sospetto come Iorio e Simona Russo, che coltivano dubbi a me simili. Proprio Simona poco tempo fa:
“Tutta questa campagna piena di forzature sull´Europa, quasi fosse il paradiso. Senza mai toccare pero´questioni di fondo, ovvero, verso quale Europa stiamo approdando. […] Ora il punto è semplice, o l´Italia è cosi idiota e voglio sperare di no, oppure l´Europa cosi com´è, ha qualche problemino. Utilizzare il tema europeo come la differenza tra destra e sinistra è di una superficialità rispetto alla questione che invece è seria ed è francamente controproducente. Voglio sottolineare che questa mia opinione non fa di me una non-europeista. E´ solo una questione di onestà intellettuale che negli ultimi tempi si vede sempre meno. Perchè vi ricordo che io come tantissimi, lavorando a Bruxelles, grazie all´Europa ci campo. #VogliamolEuropamaunEuropamigliorediquesta”

Ce lo diciamo continuamente che il PSI è la chiave per salvare i cavoli della classe media e le capre dell’Europa.
Il socialismo tricolore e mediterraneo, craxiano e umanitario, ha molto da insegnare a tutta l’Internazionale Socialista, travolta dal politicamente corretto, dall’equivoco progressista e dalla burocratizzazione.
Così come penso che l’Italia sia l’unica possibile guida morale e politica per l’Europa.
Ai famosi modelli gotici, decadenti nazioni efficientiste e vecchie società alienatissime, dal soglio il più oblioso, di sale e scoglio che è la mia Peña Pobre di Sicilia, non invidio nulla se non la maggior forza contrattuale.
Per questo mi è piaciuto campagnare per la nostra lista, in giro con Vizzini e Oddo, il cui nome completo (Italia Europa Insieme) è un bel segnale, così come lo è la fascia tricolore che Nencini ha voluto mettere, già anni fa, sotto al nostro simbolo.
Almeno ho una casa (parva sed apta mihi), perché per il resto vedo orrore.

Invecchiando, vivo come sempre più evidenti i segni dell’Apocalisse e, scorrendo televisore e facebook, ho visioni di una Fine del Mondo che sarà di disperazione pazzamente scomposta, di dolore morale ma soprattutto di dolore fisico, di supplizi tutt’altro che metaforici, per future esistenze strozzate da spasimi e angosce.
Non ingannatevi, compagni: non cercate ombre d’ironia nelle mie parole, sono tristemente serio.
“Salvini giura sul vangelo”, “Di Maio porta a Mattarella la sua lista di ministri prima delle elezioni”, “la seconda carica dello Stato fa campagna da leader di partito”, “si sono presentati due, tre, quattro partiti comunisti”, “c’è la lista-start up”, “Salvini ha lo spin doctor craxiano”, “neonazisti e centri sociali si ammazzano per strada”…è tutto un panorama d’abiezione, ma non si tratta ancora, forse, di roba preoccupante, come sarebbe invece una donna che partorisce una testa di lupo…

Sento avversari e alleati (oltre ai soliti disfattisti) parlare ancora di nostra imminente morte. A cominciare da +Europa che ha più volte manifestato snobbismo verso di noi. Ma non lo credo, siamo maledetti compagni, non moriremo mai, anche se alla fine saremo ridotti al nosferatismo continueremo sempre e per sempre a esistere, dobbiamo rassegnarci a ciò e abbracciare la maledizione, perché solo assecondando le maledizioni si rientra nel senso che esse hanno dalla Provvidenza; volesse questa finanche fare di noi la mollica che strozzerà il Sistema o l’Apocalisse Zombie che infesterà il Mondo.
Dopo le elezioni, qualsiasi sia il risultato, non dovremo demoralizzarci né tanto meno entusiasmarci (l’entusiasmo è una possessione pericolosa), e in ogni caso riaprire la lungimirante problematica di Nencini sulla nostra Ragione Sociale.
Per affrontare l’Apocalisse Insieme, io propongo di farci Ordine Cavalleresco.

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