martedì, 17 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Città-globali e nuove forme di disuguaglianza
Pubblicato il 02-03-2018


città globaleLa maggioranza della popolazione del mondo oggi vive nelle città, per cui si può dire che il modo di vivere urbano permea di sé e condiziona l’intera vita umana sul pianeta. La globalizzazione, col suo flusso di idee, uomini e capitali ha attribuito alle città una dimensione planetaria, dando origine alle città-globali (o città-mondo).

Le attività prevalenti nelle città-globali sono quelle finanziarie e di servizio, che si concentrano nei luoghi in cui più facilmente possono essere riunite e organizzate le competenze necessarie per produrre i servizi che a quelle attività fanno capo, piuttosto che badare al colore della pelle e ai Paesi d’origine dei portatori di quelle competenze.

Le città in cui vivono coloro che lavorano nel mondo della finanza e dei servizi si modellano in funzione dei loro bisogni; ma, in quegli stessi luoghi, cresce il numero di quelli che lavorano, in condizioni marginali, per consentire lo svolgimento delle attività finanziarie e di servizio. Le città-globali hanno aumentato la loro popolazione e contemporaneamente hanno subito una riduzione drastica delle attività reali che, sino alla metà del secolo scorso, costituivano la ragione della loro crescita; nella fase attuale dell’evoluzione dell’economia-mondo, le produzioni materiali utili al “mantenimento” delle città-globali sono state delocalizzate altrove, rendendo le economie dei Paesi emergenti fornitrici di tutto ciò di cui le città-globali abbisognano.

Inoltre, queste città tendono a diventare autonome, organizzandosi nella forma di “città-Stato”, ostacolando la tradizionale funzione regolativa del vivere insieme dello Stato-nazione e arrivando in alcuni casi a sostituirlo, non solo nella formulazione delle politiche più convenienti per l’intera nazione, ma anche nello stabilire le linee di politica estera, valutate più convenienti rispetto alle reti di relazioni che esse, le città-globali, hanno costruito con le altre città sparse per il mondo; nel loro insieme, esse costituiscono il sistema dei “nodi” sottostanti il regolare svolgimento del processo di globalizzazione delle economie nazionali.

Le città-globali hanno, inoltre, formato il proprio anche il management urbano, per strutturare la forma della città, al fine di renderla attraente di risorse e di funzioni esterne, nonché di investimenti infrastrutturali, materiali e immateriali; il nuovo management urbano ha provveduto anche a privatizzare gran parte del patrimonio e dei sevizi urbani e acquisito il diretto controllo del mercato immobiliare, verso il quale viene indirizzata preferibilmente la ricchezza finanziaria degli operatori localizzati nelle mega-città.

Le città-globali sono importanti, nell’attuale fase dell’evoluzione del modo capitalistico di produrre, perché esse assicurano coesione all’economia mondiale; al riguardo, va tenuto presente che non avrebbe senso pensare che la globalizzazione delle economie nazionali si sia affermata solo perché sono cresciti i traffici internazionali. Le modalità di svolgimento dei traffici mercantili e finanziari attuali non sono la conseguenza di una pura e semplici lievitazione quantitativa dei traffici, come è accaduto nelle prime fasi in cui si è consolidato ed espanso il commercio internazionale; oggi, l’aumento dei traffici, connesso all’espansione del processo di globalizzazione, corrisponde a un mutamento radicale del regime di governo dell’economia internazionale, tenuta insieme dal sistema dei “nodi” espressi da tutte le città-globali del mondo.

Il mutato regime è riconducibile al fatto che la ridistribuzione spaziale delle attività produttive, che è alla base della globalizzazione, può risultare compatibile con uno stabile funzionamento dei mercati, soltanto grazie alla fruizione di molti servizi essenziali, tra i quali sono imprescindibili quelli resi dalle istituzioni finanziarie globali. Inoltre, come si è detto, le città-globali sono i luoghi nei quali sono localizzati i centri che provvedono ad offrire i servizi avanzati di cui abbisognano le imprese per essere connesse all’interno dei mercati internazionali.

L’erosione causata dall’economia globalizzata, ai danni delle pubbliche amministrazioni operanti quando l’economia internazionale si riduceva solo al commercio internazionale, ha comportato che le attività produttive di servizi speciali (finanziari e non), necessari alla coesione della nuova economia internazionale, si siano concentrate nelle città-globali. Esse, quindi, sono il risultato di una combinazione della dispersione spaziale delle attività economiche e della loro integrazione unitaria all’interno delle città-globali.

Un’analisi dell’impatto che la globalizzazione ha esercitato sulla riorganizzazione delle grandi città del mondo è offerta, tra i molti, da Anthony King con riferimento alla città di Londra. L’autore, docente presso la Columbia University di New York, in “Global cities. Post-imperialism and the internationalization of London”, descrive le tendenze evolutive che hanno caratterizzato la città di Londra; tendenze che hanno assunto il valore di paradigma, ovvero di modello di riferimento per valutare effetti positivi e negativi che le grandi città hanno causato sulla vita sociale dei Paesi ai quali appartengono.

Alla fine del diciassettesimo secolo, Londra era la maggiore città d’Europa e la sua struttura economica era, per la maggior parte, fondata sul commercio, piuttosto che sulle attività di trasformazione industriale. La conseguenza della prevalente attività commerciale è stata la costruzione della struttura portuale di Londra che, all’inizio del diciottesimo secolo, occupava circa un quarto della propria popolazione. L’espansione del commercio ha creato i presupposti per la crescente importanza della “City of London” e della sua trasformazione in una delle basi della rivoluzione industriale e, all’inizio del XIX secolo, nel centro di riferimento mondiale per le attività finanziarie.

Dopo il 1815, la combinazione degli effetti della rivoluzione industriale e di quelli della sconfitta di ogni forma di opposizione all’egemonia mondiale del Regno Unito ha avuto come esito l’emersione di una nuova forma di governance dell’economia mondiale, che ha imposto la costituzione di un centro direzionale cui demandare la funzione di regolatore i flussi degli scambi internazionali. Questo funzione, a partire dalla metà del diciannovesimo secolo, è stata svolta dalla “City”, potenziandosi con l’espansione della sua attività d’investimento all’interno del vasto impero britannico. L’importanza e il ruolo egemonico della “City” è durato per tutta la seconda metà del XIX secolo e per i primi anni del XX; le due guerre mondiali hanno segnato il suo ridimensionamento, durato lungo i primi decenni successivi al 1945.

La “City” ha però incominciato a ricuperare il suo ruolo internazionale a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso ed ha continuato a consolidarlo via via che è iniziato ad allargarsi e ad approfondirsi il processo di globalizzazione delle economie nazionali. La “City” ha potuto così ricuperare la propria antica funzione, specializzandosi nelle conduzione di attività finanziarie e di servizio, riuscendo a sostituire la dipendenza dalla sterlina con un suo più largo inserimento nel mercato internazionale dei capitali. In tal modo, la “City” ha potuto riproporre la sua internazionalizzazione, attraverso due vie: da un lato, concorrendo a rinforzare il grado di internazionalizzazione dell’economia del proprio Paese e, dall’altro lato, specializzandosi, più di ogni altro centro operativo del mondo, nella produzione di servizi per il mercato internazionale. In tal modo, essa ha potuto assicurarsi ritorni in termini di reddito, direttamente proporzionali alla crescita economica di tutti gli altri Paesi integrati nell’economia mondiale.

La crescita del volume degli scambi internazionali è stata considerata il miglior viatico per una continua espansione del ruolo della “City” nel mondo e per il continuo miglioramento delle sue fortune economiche e di quello delle istituzioni che in essa si sono concentrate. E’ per questa via che la “City” ha potuto identificarsi in un quartiere di Londra che non dipende dall’amministrazione comunale, in quanto costituisce una realtà a parte.

Si tratta di un’entità istituzionale a sé stante, espressa dalla “City of London Corporation”, che ha un suo sindaco, un suo organo consiliare composto da 100 membri, suoi magistrati e proprie forze dell’ordine. L’elezione dei consiglieri è prerogativa dei pochi residenti e dei rappresentanti delle molte istituzioni economiche presenti nell’area d’insediamento. Secondo molti osservatori, si tratta del più grande paradiso fiscale del pianeta che, se per un verso ha contribuito a rilanciare l’economia inglese, per un altro verso ha originato molti effetti negativi.

Questi ultimi sono derivati dal generale spostamento dell’attività economica verso un’economia di servizi e dal declino dell’industria manifatturiera. Il nuovo tipo di attività economiche prevalenti ha rimodellato l’offerta dei posti di lavoro; la nuova offerta ha risentito in maniera crescente del fatto che buona parte del processo produttivo, che tradizionalmente era svolto in fabbrica, si sia diviso, grazie all’avvento dell’informatica, tra i centri che forniscono i servizi altamente specializzati, da un lato, e un centro direttivo responsabile dell’organizzazione della loro produzione e distribuzione, dall’altro. In conseguenza di ciò, la nuova forma assunta dalla crescita economica, man mano che il processo di globalizzazione si è espanso ed approfondito, ha trasformato le caratteristiche del mercato del lavoro, il cui funzionamento è divenuto sempre più complesso, a causa, oltre che della presenza della crescente forza lavoro disoccupata, anche di quella di consistenti quote di manodopera immigrata.

La trasformazione dell’economia del Regno Unito in un’economia dominata dalla produzione di servizi ha avuto, inoltre, un impatto negativo sul piano distributivo; molte indagini compiute al riguardo, hanno rilevato che, a differenza di quanto è avvenuto nei residui comparti produttivi manifatturieri, le rimunerazioni sono cresciute solo in quelli produttivi di servizi; coloro che hanno condotto le rilevazioni concordano sul fatto che il venir meno della centralità delle attività manifatturiere ha posto fine al funzionamento del meccanismo distributivo fondato sul grande patto tra capitale e lavoro di keynesiana memoria. Sin tanto che le attività manifatturiere hanno avuto un peso rilevante nel processo di crescita, la distribuzione del prodotto sociale è avvenuta secondo una dinamica che vedeva coinvolti anche i comparti delle attività più periferiche dell’economia. Il meccanismo equitativo sul piano distributivo è stato interrotto dall’egemonia acquisita dai nuovi comparti produttivi specializzati solo nella produzione servizi.

Quanto è accaduto nel Regno Unito, con l’avvento della città-globale di Londra, non è che lo specchio di quanto è avvenuto in tutti gli altri Paesi in cui è prevalsa la tendenza a fondare la crescita sullo sviluppo delle attività produttrici di servizi, in funzione della dinamica del mercato globale. Non casualmente, l’attuale situazione economica e sociale attuale, oltre che politica, vissuta dal Regno Unito, presenta i sintomi di un altro grande sistema economico, quello degli Stati Uniti d’America, che ha privilegiato per lungo tempo la produzione di servizi a scapito delle attività manifatturiere.

Vien fatto di pensare che anche Theresa May, come Trump negli USA, debba correre ai ripari per riequilibrare una situazione economica ampiamente squilibrata, pensando che con provvedimenti protezionistici possa essere ricuperata la stabilità economica e sociale che il “corpus” ingombrante della città-globale di Londra è valso a sacrificare. Forse la stessa Brexit è, in parte, da ricondursi all’esigenza dell’intero Regno Unito di porre rimedio ai pesanti squilibri economici dei quali esso soffriva da tempo, dopo il ridimensionamento della vecchia “City”, per aver privilegiato la continua crescita dei comparti produttivi di servizi a scapito dei quelli manifatturieri. Anche il malcontento degli scozzesi e dei gallesi (a parte i cittadini dell’Ulster, prevalentemente preoccupati di conservare la propria separazione da quelli dell’Eire) non è estraneo ai guasti causati dalle scelte economiche e politiche degli inglesi; ne è spia il fatto che scozzesi e gallesi siano sempre stati, e continuino ad esserlo, molto critici riguardo alla fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Gianfranco Sabattini

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