venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Come nasce il ‘Caso Balzerani’. Fari sulla Lotta Armata
Pubblicato il 21-03-2018


balzeraniTutto ha inizio il 9 gennaio scorso con il post che Barbara Balzerani pubblica sul suo profilo: “Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?”. Il riferimento dell’ex brigatista, ora scrittrice di romanzi, è riferito alla ricorrenza del quarantesimo anniversario del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, l’uno compiuto da un commando terrorista il 16 marzo 1978 e l’altro commessa il 9 maggio dello stesso anno. L’ironico messaggio desta la dura risposta di Raimondo Etro (Roma, 2 gennaio 1957) e di Enrico Galmozzi (Sesto San Giovanni, 5 luglio 1951), entrambi ex terroristi all’epoca militante della colonna romana delle Brigate rosse.
Il 14 gennaio Etro scrive una lettera all’ex brigatista: «Signora Barbara Balzerani, mi rivolgo a lei per “chiederle di tacere semplicemente in nome dell’umanità verso le vittime, inclusi quelli caduti tra noi”». La lettera è inviata anche a Giovanni Ricci, figlio Domenico, e all’ex deputato Gero Grassi, autore di molti libri sul “caso Moro” e membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro. Oggi Etro vende libri e francobolli su eBay, ma – dopo 16 anni di carcere per concorso nella strage di via Fani – si è dissociato dalla lotta armata. Così critica il commento “goliardico” della Balzerani, dichiarando di vergognarsi verso se stesso e di provare una “profonda pena verso di lei, talmente piena di sé da non rendersi neanche conto di quello che dice”.
Su Facebook interviene anche Enrico Galmozzi, ex terrorista e uno dei fondatori di Prima linea, che definisce Etro “uno psicopatico oltre che un ignobile pentito” e critica “la pasionaria” Balzerani di avere riacceso i riflettori sul caso Moro nel quarantennale del suo sequestro. Galmozzi, condannato a ventisette anni di carcere per gli omicidi di Enrico Pedenovi e di Giuseppe Ciotta, “è salito alla ribalta delle cronache anche per avere concepito i figli, con la compagna Giulia Borelli, nelle gabbie dell’aula bunker ricavata nell’ex carcere femminile di Santa Verdiana, durante il processo per le attività di Prima linea in Toscana”. Oggi Galmozzi è “grossista di scatole per gioielli a Milano”, ha scritto un libro Il soggetto senza limite. Interpretazione sul dannunzianesimo (Milano 1994) e un saggio introduttivo ad un altro Il nostro bolscevismo (Milano 1996), di M. Carli e pubblica post nel suo profilo con commenti amari e stravaganti: “incarno perfettamente il tipo medio di quella parte della mia generazione che ha assommato la rovina pubblica a quella privata. Studi interrotti, carriere professionali troncate o mai iniziate, progetti mai portati a termine, edificazione di profili incerti di soggetti senza arte né parte senza arte né parte ai quali i più sagaci di noi hanno pure trovato un nome accattivante: cognitariato. Praticamente chiunque non sappia fare un cazzo rientra nella categoria di cognitaro. In questo siamo sempre stati imbattibili: trovare nomi irresistibili per le minchiate che spariamo” (dal suo profilo).
Di questo mondo sbandato non è convinta la Balzerani, che è riuscita ad attirare sulla sua persona la stampa italiana, che da oltre tre mesi le dedica articoli quotidiani. Militante di primo piano della colonna romana delle Brigate rosse al tempo del sequestro Moro, ella viene cooptata l’anno prima nella direzione ed ospita Mario Moretti nella sua abitazione (P. Sidoni – P. Zanetov, Cuori rossi contro cuori neri. Storia segreta della criminalità di destra e di sinistra, Roma 2012, pp. 430 e 433). Partecipa all’agguato di via Fani, dove trovano la morte i cinque agenti della scorta del presidente Dc, e per questo viene condannata all’ergastolo nel primo processo Moro celebrato il 14 aprile 1982. Latitante dal marzo 1978, viene arrestata il 19 giugno 1985 ad Ostia, ma due anni partecipa ad un programma televisivo, concedendo un’intervista al giornalista Rai Ennio Remondino; nel 1993 manifesta “un profondo rammarico per quanti sono stati colpiti nei loro affetti a causa di quegli avvenimenti” e nel 2003 definisce “assolutamente improponibile” la lotta armata nella situazione odierna. Ma già dal 1995 usufruisce della legge Gozzini (art. 21) con l’uscita dal carcere al mattino e il rientro la sera, finché il 12 dicembre 2006 ottiene la libertà condizionale e nel 2011 ritorna libera.
Sulla base di queste notizie, bisogna sottolineare l’attenzione con cui la stampa italiana ha sempre prestato all’attività letteraria della Balzerani, che sembra godere di un immotivato privilegio giornalistico. Sul giornale “il Fatto quotidiano” (10 settembre 2014) Sciltian Gastaldi scrive che la Balzerani ha trascorso “21 anni di carcere” ed elenca i suoi libri, che sì sono “di poche pagine, ma non per questo di contenuto leggero ed inane”.
Il primo libro, forse anche il più famoso, è Compagna Luna (Feltrinelli, Milano 1998, pp. 140), che è stato al centro di una polemica tra Antonio Tabucchi (morto nel 2012) e Erri De Luca: il primo, fine scrittore e conoscitore della letteratura, stroncò il libro e minaccio l’editore milanese di scegliere i suoi libri oppure quelli della Balzerani, mentre il secondo difese l’esordiente scrittrice con riferimenti alla sua biografia (cfr. Il professore e la detenuta, “il Manifesto”, 14 luglio 1998). Non sembra, però, che entrambi abbiano colto l’inanità del volume, là dove ella scrive: “Eravamo un gruppo clandestino a cui non era consentito chiudere qualche sede, magari un giornale, restituire le chiavi al padrone di casa e aspettare, a qualche altro indirizzo, tempi migliori. Di quella guerra, che non aveva mai conosciuto il negoziato politico, avevamo introiettato la logica del tutto-niente, del vincere e morire. E in mezzo niente” (pp. 87-88). Basti solo la lettura di questo brano per convincersi come i brigatisti (o ex) professavano un’ideologia totalizzante, che – come dice giustamente Alessandro Orsini – “orientò i pensieri, i sentimenti e le azioni dei suoi militanti, in misura largamente indipendente rispetto alle condizioni politico-istituzionali in cui operarono” (cfr. Anatomia delle Brigate rosse, Soveria Mannelli 2010, p. 20). Dalle pagine del libro si coglie un odio viscerale che ricorda il “bellum omnium contra omnes” di memoria hobbesiana per la critica devastante contro l’intera società: terroristi pentiti, politici, giudici, poliziotti, giornalisti sono additati al pubblico ludibrio e considerati come responsabili dell’ingiusta situazione dell’Italia.
Nel libro successivo La sirena delle cinque (Jaca Book, Milano 2003, pp. 72; II° edizione Derive Approdi, Roma 2013, pp. 96) viene accentuato l’odio a causa della fabbrica rappresentata come “il mostro” di una società in declino e ubicata in un paese “maledetto”, da cui la protagonista vorrebbe scappare per rifugiarsi in luoghi paradisiaci senza alcun sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un odio che si riversa verso i genitori, tacciati di servilismo verso il potere politico e padronale. Nel terzo libro Perché io, perché non tu, (DeriveApprodi, Roma 2009, pp. 112), che contiene una raccapricciante e insulsa prefazione di Erri De Luca, ella descrive la carcerazione speciale della protagonista, che vuole distinguersi dalle recluse comuni per la sua coscienza politica per poi proseguire sulla sua nuova situazione di libertà “costantemente vigilata e ricattata”. Dal libro Cronaca di un’attesa (DeriveApprodi, Roma 2011, pp. 123) all’altro Lascia che il mare entri (DeriveApprodi, Roma 2014, pp. 102) si coglie un recupero con i suoi avi, ma la protagonista è ancora presentata come mossa da “buone azioni”, senza alcuna manifestazione di empatia verso le vittime innocenti o i loro familiari. Nell’ultimo libro L’ho sempre saputo, prefazione di Silvia De Berardinis (DeriveApprodi, Roma 2017, pp. 108) si narra dell’incontro di due donne nella cella di un carcere: una nera che sconta una pena per colpa della miseria e l’altra per “tentativo armato di comunismo”. Ma entrambi uniti dall’inganno perpetrato dalla “civiltà dei bianchi” e imposto “come superiore con la spada, la croce e il mercato”.
Da questo elenco si può dedurre che i libri della Balzerani non spiccano per originalità e non possono neppure essere considerati romanzi, ma semplici rappresentazioni di una mente deviata da una biografia percorsa da scelte erronee. Eppure appare incomprensibile lo spazio dedicato a questo personaggio da parte di quotidiani storici come il “Corriere della Sera” che ha incaricato un giornalista a seguire il suo percorso esistenziale. La Balzerani scrive un commento nel suo profilo e subito Fabrizio Caccia riporta e virgoletta le sue dichiarazioni come se fossero omelie del pontefice o dichiarazioni del presidente della Repubblica. Tutti devono conoscere il motivo per cui l’ex terrorista è stata cancellata da Facebook e tutti devono appellarsi alla libertà di stampa per permetterle di pubblicare i suoi commenti. In una serie di notizie inesatte e quasi elogiative del suo operato: “oggi è una libera cittadina che scrive libri, avendo finito di scontare la sua pena nel 2011”, l’articolista concede più spazio ai responsabili del terrorismo che alle vittime, dà più spazio ai simpatizzanti dell’ex brigatista che ai familiari dei cinque agenti barbaramente uccisi nell’agguato del 16 marzo 1978. In un articolo del 17 marzo («Eccomi!», Balzerani riammessa sui social. La rabbia di Gabrielli, pp. 20-21) si trovano ben due riferimenti al divieto di pubblicare commenti demenziali da parte di Facebook. Il commento “Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale”, che era già reso noto due mesi prima in un altro articolo del giornalista, viene nuovamente riproposto con ampio risalto e ripreso il giorno successivo con una foto che ritrae la Balzerani durante la presentazione del suo ultimo libro a Firenze. È vero che l’articolo (Balzerani, le frasi che indignano. Offese choc alle vittime delle Br, “Corriere della Sera”, 18 marzo 2018, p. 19) riporta le voci di alcuni familiari delle vittime del terrorismo come Giovanni Ricci e di Maria Fida Moro, l’uno figlio dell’appuntato Domenico assassinato il 16 marzo 1978 e l’altra figlia dello statista Dc ucciso il 9 maggio dello stesso anno, ma la foto di quest’ultima scompare di fronte a quella che ritrae la Balzerani avvolta e protetta da una grandiosa bandiera rossa ove spicca la scritta “VIVA LENIN”. Il cronista del quotidiano milanese dovrebbe sapere che Lenin giustifica l’omicidio politico e il terrorismo, là dove scrive che il mondo “è un pantano” immerso “nella tenebre della schiavitù”, per cui è necessario che i “nemici del popolo” ci lascino “liberi di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso” (Lenin, Che fare?, Editori Riuniti, Roma 1986, p. 39).

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