martedì, 23 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Donne e lavoro. Noi penultimi in Europa e ancora lontani dall’obiettivo della strategia di Lisbona
Pubblicato il 22-03-2018


Evasione contributiva Inps

DEPENALIZZAZIONE RIDOTTA

Per l’evasione contributiva Inps ambito applicativo ristretto della depenalizzazione. L’imprenditore è infatti punibile se, nell’arco dell’anno (da dicembre a novembre dell’anno successivo), ha un debito con l’Inps che supera 10 mila euro. È quanto hanno sancito le Sezioni unite penali della Corte di cassazione che, con la recente sentenza n. 10424 del 7 marzo 2018, ha risolto una questione della massima particolare importanza.

La questione è approdata sul tavolo del Massimo consesso di Piazza Cavour non per un contrasto ma per mancanza di chiarezza della riforma sulla depenalizzazione, in particolare l’articolo 3 del dlgs 8 del 2016. La terza sezione penale ha quindi sottoposto al Primo presidente la seguente questione: «se, in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, l’importo complessivo superiore a euro 10.000 annui, rilevante ai fini del raggiungimento della soglia di punibilità, debba essere individuato con riferimento alle mensilità di pagamento delle retribuzioni, ovvero a quelle di scadenza del relativo versamento contributivo».

Con una lunga quanto complessa motivazione le Sezioni unite prospettano le differenti conseguenze fra un calcolo che fa riferimento alle singole mensilità e uno che si riferisce invece all’intero anno. A pagina dieci della sentenza i Supremi giudici arrivano alla conclusione per cui «in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, l’importo complessivo superiore ad euro 10.000 annui, rilevante ai fini del raggiungimento della soglia di punibilità, deve essere individuato con riferimento alle mensilità di scadenza dei versamenti contributivi». Sul punto la Cassazione ha spiegato che se è vero che il debito previdenziale sorge a seguito della corresponsione delle retribuzioni, al termine di ogni mensilità, è altrettanto vero che la condotta del mancato versamento assume rilievo solo con lo spirare del termine di scadenza indicato dalla legge.

Convenzione Inps – Ministero della Salute

COMUNICAZIONE DELLO STATO DI RICOVERO

L’Istituto Nazionale Previdenza Sociale e il Ministero della Salute hanno adottato una convenzione per la comunicazione dello stato di ricovero dei titolari di indennità di accompagnamento, indennità di frequenza, assegno sociale e assegno sociale sostitutivo di invalidità civile.

Grazie a tale convenzione, l’Inps acquisirà le informazioni in possesso del Ministero della Salute sullo stato di ricovero, allo scopo di operare la verifica del diritto delle prestazioni nei confronti dei soggetti che non presentano la prevista dichiarazione di responsabilità e il controllo di veridicità delle dichiarazioni o certificazioni presentate.

Il ricovero in strutture con oneri a carico del Ssn (di durata superiore a 29 giorni), infatti, implica la sospensione o la riduzione di alcune prestazioni erogate dall’Istituto.

I dati acquisiti permetteranno di ridurre gli adempimenti per i cittadini, in quanto le informazioni relative a ricoveri gratuiti – che attualmente sono trasmesse dagli utenti all’Inps tramite la presentazione del Modello Invalidità Civile Ricovero (Icric) – saranno inviate direttamente dal Ministero della Salute all’Istituto.

Questo consentirà all’Inps di risparmiare fino a 9 milioni all’anno, attualmente spesi per il servizio offerto dai Caf in relazione alla presentazione dei moduli Icric.

La semplificazione consentita dal protocollo, inoltre, faciliterà l’Istituto nel contrasto agli abusi.

Lavoro

POCHE DONNE OCCUPATE

Nello scorso otto marzo in cui le lavoratrici hanno ribadito il loro “no” alla violenza, i dati sull’occupazione femminile – pur in crescita secondo le ultime rilevazioni Istat a livelli da record – hanno fatto lanciare l’allarme anche sulla futura posizione previdenziale delle donne. Come ha ricostruito l’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro, con il 48,1% di occupazione femminile (49,3% nell’aggiornamento dell’Istituto da poco pubblicato) l’Italia è ancora ben lontana dall’obiettivo del 60% al 2010 indicato dalla strategia di Lisbona.

Le italiane tra i 15 e i 64 anni sono distanti – per occupazione – oltre tredici punti dalla media europea. Solo le greche sono “messe peggio”, mentre francesi, tedesche e inglesi sono ben oltre la soglia di 60 occupate su cento. Altre preoccupazioni emergono se si guarda alla qualità del lavoro, soprattutto delle madri. L’Osservatorio annota che “le poche donne che lavorano hanno per lo più carriere discontinue e con redditi inferiori agli uomini per il largo uso del part-time”. Osservazioni che si vedono direttamente in busta paga.

Secondo l’Osservatorio JobPricing, che ha redatto un rapporto sul gender gap salariale insieme al Progetto Libellula – network di aziende unite contro la violenza sulle donne – il divario di stipendio aggiornato al 2017 tra uomini e donne è di 2.900 euro annui, il 10,4%. Un dato migliore in confronto al 12,7% censito l’anno prima, ma è come se rispetto a un collega maschio una donna iniziasse a lavorare ugualmente al primo dell’anno, per incassare però lo stipendio dalla seconda settimana di febbraio. ( secondo Eurostat, il gap salariale italiano è tra i più bassi (6,1%) in Europa. Jobpricing considera solo i dipendenti del settore privato e la retribuzione annua lorda effettivamente erogata dall’azienda, non quella oraria).

Di nuovo l’Osservatorio dei Consulenti del Lavoro ha aggiunto che il 40,1% delle mamme tra 25 e 49 anni è a tempo parziale, contro il 26,3% delle donne senza figli e una percentuale inferiore al 10% per gli uomini. Così risulta difficile alimentare le posizioni previdenziali per la pensione di vecchiaia, dicono gli esperti. Basta guardare i dati Inps per capire come ciò si traduca in realtà: nonostante le donne che incassano assegni dall’Istituto siano più degli uomini (8,4 milioni, circa 860mila più dei maschi), solo un terzo di loro beneficia di pensioni di vecchiaia frutto della propria storia contributiva, contro i due terzi degli uomini. Le donne con assegno di sola vecchiaia prendono 14.960 euro l’anno, gli uomini 23.409 euro.

Altra correlazione chiara nei dati: più è alto il numero dei figli e minore è il tasso di istruzione, più è facile che una donna sia nella popolazione “inattiva”, quella che non ha né cerca lavoro. Le donne senza figli sono occupate al 70,8%, quando ne arriva uno si scende a 62,2%, con il secondo si passa al 52,6% e dal terzo si precipita a 39,7%. Se in presenza di una laurea la tenuta occupazionale è netta (il tasso di occupazione resta superiore al 70% anche in presenza di più figli), con una licenza media e piccoli in famiglia il tasso precipita al 35%. Chiara la spiegazione dei dati: a maggiore livello di istruzione corrispondono salari familiari più alti, che coprono i costi sostitutivi alla cura dei figli che vanno sotto il nome di asili nido o baby sitter. Senza questa possibilità, il lavoro di cura ricade ancora pesantemente sulle spalle delle donne.

Lavoro donne

ITALIA PENULTIMA IN UNIONE EUROPEA

Il tasso di occupazione femminile italiano (48,1%) è ancora distante dall’obiettivo che la strategia di Lisbona indicava del 60% per il 2010.

Attualmente l’Italia occupa il penultimo posto tra i paesi europei nella classifica dei tassi di occupazione delle donne dai 15 ai 64 anni con 13,2 punti percentuali di differenza rispetto alla media europea (61,3%). È messa peggio solo la Grecia (43,3%), mentre in Francia, Germania e Regno Unito, oltre 60 donne su 100 sono occupate. L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, in occasione della scorsa Festa delle donne dell’8 marzo, ha analizzato i riflessi della bassa partecipazione delle donne, ed in particolare delle madri, al mercato del lavoro ed ha messo a fuoco le gravi conseguenze anche sul piano pensionistico. Le poche donne che lavorano, infatti, hanno per lo più carriere discontinue e con redditi inferiori agli uomini per via del largo uso del part time: il 40,1% delle mamme 25-49 anni è impiegata a tempo parziale (contro il 26,3% delle donne senza ruolo genitoriale) mentre per gli uomini è una condizione residuale non arrivando al 10%. Carriere discontinue e orario di lavoro ridotto rappresentano condizioni che non consentono di alimentare in modo continuo le posizioni previdenziali utili all’accesso alla pensione di vecchiaia. In base ai dati Inps, nonostante le donne beneficiarie di prestazioni pensionistiche siano 8,4 milioni (862 mila in più degli uomini), solo il 36,5% beneficia della sola pensione di vecchiaia frutto della propria storia contributiva, contro il 64,2% degli uomini. Mentre l’assegno medio mensile delle donne con la sola pensione di vecchiaia è di 14.690 euro annui, con un gap di oltre un terzo rispetto a quello degli uomini (23.409 euro annui).

La gestione dei tempi di lavoro e di cura dei figli rappresenta una dimensione rilevante per il tema dell’occupazione femminile. Le donne con almeno un figlio registrano un tasso di occupazione inferiore di oltre 15 punti percentuali rispetto a quello delle donne senza figli. Al crescere del numero di figli diminuisce proporzionalmente il tasso di occupazione femminile. Prendendo a riferimento il tasso di occupazione delle donne senza figli (70,8%), questo scende di oltre 8 punti per le mamme con un solo figlio (62,2%), di oltre 18 punti in caso di due figli (52,6%) e di oltre 22 punti percentuali (39,7%) nel caso di almeno tre figli. Il livello di inattività delle donne fra i 25 e 49 anni è infatti speculare alle dinamiche occupazionali appena osservate: la presenza di figli porta una gran parte delle mamme (né occupate, né disoccupate) ad uscire dalle forze di lavoro entrando nella popolazione degli inattivi.

Nelle dinamiche occupazionali al femminile ha una sua rilevanza l’istruzione. Per le donne laureate la maternità non ha un impatto così significativo sulla partecipazione al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione femminile per le donne laureate senza carichi familiari raggiunge l’83,8%. Le mamme laureate hanno una perdita di soli 7,2 punti percentuali del tasso di occupazione (76,6%). Anche con l’aumentare del numero di figli i livelli occupazionali delle donne laureate restano superiori al 70%. La disponibilità di risorse economiche permette alle donne occupate con alti stipendi di poter far fronte alla cura dei minori acquistando i servizi di cura sul mercato dei servizi privati. Dinamica molto diversa si osserva per le diplomate e per le donne con la sola licenza media. Ogni 100 diplomate senza figli ne risultano occupate 70,9, mentre in caso di almeno un figlio la percentuale scende al 59,4% (-11,5%). Ancora più grave è la condizione delle donne con la licenza media, che hanno un tasso di occupazione molto basso in mancanza di figli (51,6%), che scende ulteriormente di quasi 17 punti percentuali (35%) se sono mamme. Per le madri di famiglie numerose (con oltre 2 figli) meno istruite, il tasso di occupazione arriva a livelli minimi (23,6%). In questi casi i costi sostitutivi alla cura dei figli (asili nido e baby-sitter) non sono coperti dai livelli di reddito delle donne con medio o basso livello di istruzione.

Carlo Pareto

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